Amica tra meno di un´ora é il tuo compleanno!!
Per quest´anno ho pensato ad un regalo particolarissimo...ma devi cercarlo...Una volta trovato perditici é tutto per te!!!
Auguuuuriiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
.
Trovato;) ??
Te lo do adesso cosí domani mattina é il primo che ricevi;)
mercoledì 16 dicembre 2009
Il Dottore e Testolina
Questa volta non si tratta di un soprannome: “Il Dottore” sta per “dottore” . Il Dottore del villaggio.
Poggiata la testa sul cuscino, sentii strani suoni provenire dal bagno. Non tanto strani poi...Pareva infatti che qualcuno stesse vomitando. Dando un´occhiata ai letti, mi resi subito conto che poteva trattarsi solo di Testolina Bionda. Che fare? Voglia di dormire contro scrupoli di coscienza! Ripensando al modo brillante con cui supero da sola le sbronze, decisi che Testolina poteva cavarsela anche da se.
Passati altri venti minuti di colonna sonora ruttante, pensai di fare un salto in bagno, nel senso proprio che saltai dal letto a castello. Due secondi dopo eccomi nel tentativo di impedire a Testolina di precipitare nel cesso, dove continuava a dare generosamente parte di se. Non vi diró del bisogno sempre piú impellente che mi prese di imitarla, ma piuttosto della saggia decisione di andare a cercare un dottore, o meglio il Dottore, l´unico del villaggio. Intanto agli alloggi si spargeva la voce di quel che stava accadendo...
Chiama, chiama, chiama, TU TUTU TUUU TU TUTU TUUUU, il Dottore non risponde al telefono. TU TUTU TUUU, il Dottore risponde al telefono. Il Dottore dice che bisogna andarlo a prendere. A prendere?? Perché non sta pure lui dentro il villaggio?? Ma la risposta fu che il Dottore é il Dottore anche a due metri di distanza. Vabbé!! Come?? Con una delle macchinine a batteria del villaggio, che per chi non ne abbia mai viste, immaginate quelle che girano nei campi da golf. Comunque...
A chi bisogna rivolgersi? Al Manutentore (altra figura misteriosa che colpí il mio immaginario come quella del Dispensiere). Andai con un collega dal Manutentore, e ci disse che anche se normalmente solo lui fosse autorizzato a guidare il mezzo, quella sera era molto stanco, e che se proprio volevamo avremmo dovuto noi metterci alla guida...Io di certo non ne avevo un´idea, ma il mio collega fu molto piú coraggioso di me, cosí mentre con finta disinvoltura staccava il cavetto che caricava la batteria, con altrettanta finta disinvoltura mi diceva che non c´era assolutamente problema: ci avrebbe pensato lui!! E VIIIIIAAAAAAAAAAAAA! In preda alle risa isteriche, sforzandoci inutilmente di stare seri data la circostanza, andavamo velocissimi tra i vialetti. Velocissimi tra i vialetti, sino a che la macchinina non andó “fuori viale” : le ruote si erano bloccate nel bel centro di uno dei pratini all´inglese! Sembrava impossibile tornare sul vialetto, giacché lo scalino era pure troppo alto. Risate incontenibili si alternavano a tentativi vani di serietá. In tutto questo la macchinina emetteva un lungo BEEEEEEP ogni volta che provavamo ad effettuare la retromarcia. Ma poi, il Dottore dov´era??? Una volta in carreggiata, girammo in lungo e in largo, sino alla piazzetta, dove chiedemmo agli Animatori, che alle tre di notte stavano lavorando di buona lena. Niente!
Chiediamo alla reception, niente!
Alla fine trovammo il suo appartamento: mezza svestita la moglie ci disse che il suo boyfriend purtroppo non c´era, perché uscito per una visita. Vuoi vedere che si era giá recato dalla povera Testolina? Ma allora noi che cavolo stavamo facendo? E invece...
...Il Dottore a quanto pare aveva pensato bene di farsi trovare alla “recepc” , come continuava a dire reception il mio collega, solo che non lo aveva comunicato. Tra parentesi dopo il rally scopriamo che il suo alloggio, del Dottore, si trovava proprio alle spalle della “recepc”!!
Quando finalmente il neolaureato venne verso di noi capimmo perché nonostante l´assenza di distanze reali dovessimo trasportarlo noi sino alla mia stanza: il Dottore compiva un passo ogni tredici anni!!
Giunti alla mia stanza, dovetti subire il mio ormai terzo trauma della serata: porta tristemente aperta, sull´uscio molte ragazze e ragazzi, la mano in faccia a nascondere la disperazione, lo sguardo perso nel vuoto. Io ormai mi stavo divertendo, ma vedendoli tutti cosí mi preoccupai: Testolina era forse morta a causa di uno shock etilico? Quando chiesi chiarimenti, la risposta mi arrivó da una delle ragazze che con occhi lucidi e voce alterata mi disse “ma come non lo sai che Testolina Bionda sta male e continua a vomitare? Non lo sai??” . Morivo, morivo dalle RISATEEE!
Tutti in teoria stavano assumendo un ruolo: erano diventati Candy!! In realtá la sbronza di Testolina e l´arrivo del Dottore costituivano un diversivo che non ci si poteva perdere.
Il brillante giovane e promettente Dottore, optó per una semplice iniezione. Qui poi entrarano in gioco i ragazzi, che sino a quel momento avevano mantenuto un´aria piú contenuta rispetto alle ragazze: braccia incrociate, occhi avidi, aspettavano con ansia di vedere il fondo schiena di Testolina...Ma qualcuno pose subito fine a queste aspettative buttandoli fuori! Il Dottore: lui non scorderá mai noi, e noi mai la sua velocitá, insieme a quel modo particolare ti tirare su quei cento chili di lenti miopi. Dopo quella sera nessuno lo rivide piú: era stato licenziato!
Una leggenda dice che ancora oggi il Dottore si aggiri per il villaggio di notte, perché offeso da questo licenziamento, e che faccia spaventare i clienti sbucando dal nulla e gridando “TESTOOOOOLINAAA!!!!” .
Poggiata la testa sul cuscino, sentii strani suoni provenire dal bagno. Non tanto strani poi...Pareva infatti che qualcuno stesse vomitando. Dando un´occhiata ai letti, mi resi subito conto che poteva trattarsi solo di Testolina Bionda. Che fare? Voglia di dormire contro scrupoli di coscienza! Ripensando al modo brillante con cui supero da sola le sbronze, decisi che Testolina poteva cavarsela anche da se.
Passati altri venti minuti di colonna sonora ruttante, pensai di fare un salto in bagno, nel senso proprio che saltai dal letto a castello. Due secondi dopo eccomi nel tentativo di impedire a Testolina di precipitare nel cesso, dove continuava a dare generosamente parte di se. Non vi diró del bisogno sempre piú impellente che mi prese di imitarla, ma piuttosto della saggia decisione di andare a cercare un dottore, o meglio il Dottore, l´unico del villaggio. Intanto agli alloggi si spargeva la voce di quel che stava accadendo...
Chiama, chiama, chiama, TU TUTU TUUU TU TUTU TUUUU, il Dottore non risponde al telefono. TU TUTU TUUU, il Dottore risponde al telefono. Il Dottore dice che bisogna andarlo a prendere. A prendere?? Perché non sta pure lui dentro il villaggio?? Ma la risposta fu che il Dottore é il Dottore anche a due metri di distanza. Vabbé!! Come?? Con una delle macchinine a batteria del villaggio, che per chi non ne abbia mai viste, immaginate quelle che girano nei campi da golf. Comunque...
A chi bisogna rivolgersi? Al Manutentore (altra figura misteriosa che colpí il mio immaginario come quella del Dispensiere). Andai con un collega dal Manutentore, e ci disse che anche se normalmente solo lui fosse autorizzato a guidare il mezzo, quella sera era molto stanco, e che se proprio volevamo avremmo dovuto noi metterci alla guida...Io di certo non ne avevo un´idea, ma il mio collega fu molto piú coraggioso di me, cosí mentre con finta disinvoltura staccava il cavetto che caricava la batteria, con altrettanta finta disinvoltura mi diceva che non c´era assolutamente problema: ci avrebbe pensato lui!! E VIIIIIAAAAAAAAAAAAA! In preda alle risa isteriche, sforzandoci inutilmente di stare seri data la circostanza, andavamo velocissimi tra i vialetti. Velocissimi tra i vialetti, sino a che la macchinina non andó “fuori viale” : le ruote si erano bloccate nel bel centro di uno dei pratini all´inglese! Sembrava impossibile tornare sul vialetto, giacché lo scalino era pure troppo alto. Risate incontenibili si alternavano a tentativi vani di serietá. In tutto questo la macchinina emetteva un lungo BEEEEEEP ogni volta che provavamo ad effettuare la retromarcia. Ma poi, il Dottore dov´era??? Una volta in carreggiata, girammo in lungo e in largo, sino alla piazzetta, dove chiedemmo agli Animatori, che alle tre di notte stavano lavorando di buona lena. Niente!
Chiediamo alla reception, niente!
Alla fine trovammo il suo appartamento: mezza svestita la moglie ci disse che il suo boyfriend purtroppo non c´era, perché uscito per una visita. Vuoi vedere che si era giá recato dalla povera Testolina? Ma allora noi che cavolo stavamo facendo? E invece...
...Il Dottore a quanto pare aveva pensato bene di farsi trovare alla “recepc” , come continuava a dire reception il mio collega, solo che non lo aveva comunicato. Tra parentesi dopo il rally scopriamo che il suo alloggio, del Dottore, si trovava proprio alle spalle della “recepc”!!
Quando finalmente il neolaureato venne verso di noi capimmo perché nonostante l´assenza di distanze reali dovessimo trasportarlo noi sino alla mia stanza: il Dottore compiva un passo ogni tredici anni!!
Giunti alla mia stanza, dovetti subire il mio ormai terzo trauma della serata: porta tristemente aperta, sull´uscio molte ragazze e ragazzi, la mano in faccia a nascondere la disperazione, lo sguardo perso nel vuoto. Io ormai mi stavo divertendo, ma vedendoli tutti cosí mi preoccupai: Testolina era forse morta a causa di uno shock etilico? Quando chiesi chiarimenti, la risposta mi arrivó da una delle ragazze che con occhi lucidi e voce alterata mi disse “ma come non lo sai che Testolina Bionda sta male e continua a vomitare? Non lo sai??” . Morivo, morivo dalle RISATEEE!
Tutti in teoria stavano assumendo un ruolo: erano diventati Candy!! In realtá la sbronza di Testolina e l´arrivo del Dottore costituivano un diversivo che non ci si poteva perdere.
Il brillante giovane e promettente Dottore, optó per una semplice iniezione. Qui poi entrarano in gioco i ragazzi, che sino a quel momento avevano mantenuto un´aria piú contenuta rispetto alle ragazze: braccia incrociate, occhi avidi, aspettavano con ansia di vedere il fondo schiena di Testolina...Ma qualcuno pose subito fine a queste aspettative buttandoli fuori! Il Dottore: lui non scorderá mai noi, e noi mai la sua velocitá, insieme a quel modo particolare ti tirare su quei cento chili di lenti miopi. Dopo quella sera nessuno lo rivide piú: era stato licenziato!
Una leggenda dice che ancora oggi il Dottore si aggiri per il villaggio di notte, perché offeso da questo licenziamento, e che faccia spaventare i clienti sbucando dal nulla e gridando “TESTOOOOOLINAAA!!!!” .
domenica 13 dicembre 2009
Sterminator
Sterminator é un cameriere. Sterminator é un tipo che meriterebbe un intero libro, ma io non ne sarei capace.
Per farci subito un´idea a Sterminator non piace quando gli si danno degli ordini, a Sterminator piace ubriacarsi durante il lavoro.
L´anno scorso essendo sparito dalla circolazione, organizzarono vari gruppi di persone armate per ritrovarlo...Lui era solo nel retro della cucina, ridotto una pezza, da cui, se spremuta, sarebbe uscito solo vino.
Noi tutti portavamo un cartellino attaccato alla camicetta dove stava scritto il nostro nome, e anche Sterminator...ma lui fu sempre ribelle. Si dia il caso infatti che a lui piacesse portare il cartellino del nome vuoto, cosí in sostanza andava in giro con un pezzo di plastica trasparente attaccato alla camicia! Sterminator é lo stesso che scrisse “Sterminetor” sul manico di una scopa che sosteneva essere sua.
Sterminator portava gli occhiali da sole sempre e solo dopo il tramonto. Sterminator rallegrava le nostre ore di servizio con battute di tutti i tipi, e con scherzi innocui, come i gavettoni di acqua congelata a fine giornata. Il suo motto fu sempre “Stá murennu e un tinni sta accurgennu!”. In sostanza é inutile che fate tutti stí sorrisi, perché in realtá vi apprestate a morire! Simpaticissimo il nostro Sterminator...ma in fondo lui era un pó la nostra mascotte!
Io non diró del suo vero soprannome, ma piuttosto del motivo per cui io lo ribattezzai Sterminator.
Un giorno sentimmo dei rumori strani provenire dalla cucina...UN CONIGLIO, un coniglio nel senso di UN TOPO dalle dimensioni esagerate: faceva la lap dance con la cara scopa di Sterminator mentre sfidandolo gli faceva le smorfie. Sterminator non si lasció certo intimidire: con abile mossa riuscí a prendere la cara scopa, sottraendola al gioco balordo del coniglio, e con un grido disumano ZAAAC – ZAAAACCC – SPLASCH – BLUUF. Noi spettatori curiosi, ma vili, non vedemmo la scena, ma solo Sterminator uscire dalla cucina...La sua cara vecchia scopa ahimé si era spezzata in due, ma la vera sorpresa fu che in una delle sue metá, infilzato, languiva...languiva...IL CONIGLIO!!
Sterminator peró merita il rispetto di tutti noi, perché oltre le otto ore in ristorante, faceva altri due lavori: il barista ed il parcheggiatore! Tutto in un giorno!!
Per farci subito un´idea a Sterminator non piace quando gli si danno degli ordini, a Sterminator piace ubriacarsi durante il lavoro.
L´anno scorso essendo sparito dalla circolazione, organizzarono vari gruppi di persone armate per ritrovarlo...Lui era solo nel retro della cucina, ridotto una pezza, da cui, se spremuta, sarebbe uscito solo vino.
Noi tutti portavamo un cartellino attaccato alla camicetta dove stava scritto il nostro nome, e anche Sterminator...ma lui fu sempre ribelle. Si dia il caso infatti che a lui piacesse portare il cartellino del nome vuoto, cosí in sostanza andava in giro con un pezzo di plastica trasparente attaccato alla camicia! Sterminator é lo stesso che scrisse “Sterminetor” sul manico di una scopa che sosteneva essere sua.
Sterminator portava gli occhiali da sole sempre e solo dopo il tramonto. Sterminator rallegrava le nostre ore di servizio con battute di tutti i tipi, e con scherzi innocui, come i gavettoni di acqua congelata a fine giornata. Il suo motto fu sempre “Stá murennu e un tinni sta accurgennu!”. In sostanza é inutile che fate tutti stí sorrisi, perché in realtá vi apprestate a morire! Simpaticissimo il nostro Sterminator...ma in fondo lui era un pó la nostra mascotte!
Io non diró del suo vero soprannome, ma piuttosto del motivo per cui io lo ribattezzai Sterminator.
Un giorno sentimmo dei rumori strani provenire dalla cucina...UN CONIGLIO, un coniglio nel senso di UN TOPO dalle dimensioni esagerate: faceva la lap dance con la cara scopa di Sterminator mentre sfidandolo gli faceva le smorfie. Sterminator non si lasció certo intimidire: con abile mossa riuscí a prendere la cara scopa, sottraendola al gioco balordo del coniglio, e con un grido disumano ZAAAC – ZAAAACCC – SPLASCH – BLUUF. Noi spettatori curiosi, ma vili, non vedemmo la scena, ma solo Sterminator uscire dalla cucina...La sua cara vecchia scopa ahimé si era spezzata in due, ma la vera sorpresa fu che in una delle sue metá, infilzato, languiva...languiva...IL CONIGLIO!!
Sterminator peró merita il rispetto di tutti noi, perché oltre le otto ore in ristorante, faceva altri due lavori: il barista ed il parcheggiatore! Tutto in un giorno!!
sabato 12 dicembre 2009
Fico
...e furono tre mesi intensi, nel corso dei quali mi toccó sentire di tutto,e vedere di tutto...
Fico
Lo staff del villaggio aveva al suo interno diverse figure: dalla Cameriera all´Animatore, dal Direttore allo Scenografo, dallo Scemografo al Presentatore e via dicendo.
Non era peró sempre facile capire il ruolo di ognuno...Per esempio, che fa uno Scemografo??
Intanto che io mi ponevo questa domanda, in quel villaggio circondato dal nulla, lavorava un uomo in qualitá di Dispensiere (ed ecco che impariamo un´altra parolina!).
Difficile definire il ruolo di questa figura, piú facile elencarne i compiti. Questi ultimi riguardavano un´area precisamente circoscritta dell´immensa cucina: la dispensa. (Forse da qui l´origine della parola Dispensiere?).
In dispensa stavano la frutta, i salumi, le spezie, le marmellate, i biscotti, i recipienti di Nutella fac-simile, il pane, le uova, e cosí via.
Fico, il soprannome affibbiato al Dispensiere, si occupava di tenere l´area a lui assegnata in perfetto ordine, e questo costituiva solo la base di tutto il resto. Tutto il resto: aprire le latte delle sciroppate e preparare le “bull”, tagliare i limoni, affettare il pane, tagliare a tocchi da ¼ i formaggi, rifornire costantemente l´area di tutti gli alimenti elencati, e molto di piú.
Tutti preparativi svolti al fine di non far mancare niente ai quattro ristoranti del villaggio, e a tutte le camere del personale! Insomma in Germania non ti lascerebbero mai fare questo mestiere difficilissimo, se non dopo un corso triennale di formazione professionale.
Per tutti era Fico, penso senza doppi sensi giacché bello non era, mentre per me era piuttosto Nino, Nino D´Angelo.
Al tempo io ero una semplice Cameriera e come tutti i miei colleghi mi recavo spesso in dispensa portando in mio carrello, o portata da esso, per rifornire Schrek, ovvero il ristorante in cui lavoravo io, e badate che il nome non é una mia invenzione. Per capirci meglio, quando andavo dal Dispensiere o dal Cuoco a prendere qualcosa, mi chiedevano sempre “Ma é per la Schrek?” , dove “la” sta per la sala. Poi sará un caso che Schrek vuol dire Spavento??
Tornando a Fico, all´inizio ci provó...ahimé senza riscontro, e fu guerra. Adesso non sto qui a raccontare i singoli episodi meticolosamente, vi diró piuttosto della sua faccia durante l´ultimo scontro: occhi azzurro-ghiaccio sbarrati, vena pulsante sulla fronte pallida, lineamenti contratti. L´elemento piú divertente e indicativo, ovvero quel dettaglio che faceva del protagonista un essere inquietante, era il ciuffetto biondo teso tra gli occhi. Intanto puntandomi contro un...un dito, mi diceva IO TI AMMAZZOOOOOOOOOOOO!! Insomma il povero Fico aveva appena avuto una reazione isterica!!
Poi un giorno per caso seppi della sua triste storia...Pareva che avesse lasciato la casa materna ancora bambino. Una disgrazia? Punti di vista. Fatto sta che un giorno litigó con il fratello per uno yogurt decidendo di andare a vivere con i nonni. Oggi Fico vive ancora con loro, da allora!
Fico
Lo staff del villaggio aveva al suo interno diverse figure: dalla Cameriera all´Animatore, dal Direttore allo Scenografo, dallo Scemografo al Presentatore e via dicendo.
Non era peró sempre facile capire il ruolo di ognuno...Per esempio, che fa uno Scemografo??
Intanto che io mi ponevo questa domanda, in quel villaggio circondato dal nulla, lavorava un uomo in qualitá di Dispensiere (ed ecco che impariamo un´altra parolina!).
Difficile definire il ruolo di questa figura, piú facile elencarne i compiti. Questi ultimi riguardavano un´area precisamente circoscritta dell´immensa cucina: la dispensa. (Forse da qui l´origine della parola Dispensiere?).
In dispensa stavano la frutta, i salumi, le spezie, le marmellate, i biscotti, i recipienti di Nutella fac-simile, il pane, le uova, e cosí via.
Fico, il soprannome affibbiato al Dispensiere, si occupava di tenere l´area a lui assegnata in perfetto ordine, e questo costituiva solo la base di tutto il resto. Tutto il resto: aprire le latte delle sciroppate e preparare le “bull”, tagliare i limoni, affettare il pane, tagliare a tocchi da ¼ i formaggi, rifornire costantemente l´area di tutti gli alimenti elencati, e molto di piú.
Tutti preparativi svolti al fine di non far mancare niente ai quattro ristoranti del villaggio, e a tutte le camere del personale! Insomma in Germania non ti lascerebbero mai fare questo mestiere difficilissimo, se non dopo un corso triennale di formazione professionale.
Per tutti era Fico, penso senza doppi sensi giacché bello non era, mentre per me era piuttosto Nino, Nino D´Angelo.
Al tempo io ero una semplice Cameriera e come tutti i miei colleghi mi recavo spesso in dispensa portando in mio carrello, o portata da esso, per rifornire Schrek, ovvero il ristorante in cui lavoravo io, e badate che il nome non é una mia invenzione. Per capirci meglio, quando andavo dal Dispensiere o dal Cuoco a prendere qualcosa, mi chiedevano sempre “Ma é per la Schrek?” , dove “la” sta per la sala. Poi sará un caso che Schrek vuol dire Spavento??
Tornando a Fico, all´inizio ci provó...ahimé senza riscontro, e fu guerra. Adesso non sto qui a raccontare i singoli episodi meticolosamente, vi diró piuttosto della sua faccia durante l´ultimo scontro: occhi azzurro-ghiaccio sbarrati, vena pulsante sulla fronte pallida, lineamenti contratti. L´elemento piú divertente e indicativo, ovvero quel dettaglio che faceva del protagonista un essere inquietante, era il ciuffetto biondo teso tra gli occhi. Intanto puntandomi contro un...un dito, mi diceva IO TI AMMAZZOOOOOOOOOOOO!! Insomma il povero Fico aveva appena avuto una reazione isterica!!
Poi un giorno per caso seppi della sua triste storia...Pareva che avesse lasciato la casa materna ancora bambino. Una disgrazia? Punti di vista. Fatto sta che un giorno litigó con il fratello per uno yogurt decidendo di andare a vivere con i nonni. Oggi Fico vive ancora con loro, da allora!
venerdì 11 dicembre 2009
In Villaggio...
„Io non so ben ridir com' i' v'intrai,
tant' era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai [...]
[...]così l'animo mio, ch` ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.“
I villaggi turistici sono pieni di personaggi degni di nota, oltre che pieni di insidie, e questo dovrebbe saperlo bene anche la mia collaboratrice, oltre coloro i quali si sono già ritrovati in una simile esperienza.
Dunque, cominciamo dall` inizio!
Dicevo che „non so ben ridir com´i´v´intrai”, giacché stanco „ l´animo mio, ch´ancor fuggiva, / si volse a restro a rimirar lo passo/ che non lasció giá mai persona viva“. „Lo passo“ sta per il traggitto Palermo – Lamezia Terme, ovvero qualcosa come nove ore e mezza di viaggio, che in origine dovevano essere solo sette! Cosa era mai successo? Niente! Niente di importante... Ero solo arrivata in ritardo, con una valigia di cartone (made in china)le cui dimensioni non sarebbero state considerate esagerate, se non fosse che l´oggetto di paragone ero io. Io, un metro e ho tanta voglia di crescere, ovvero un metro e un succo di frutta, per citare un caro compagno delle medie.
Arrivata in ritardo di due minuti alla stazione, e chiaramente non per colpa mia, scopro che l´eccezione conferma davvero la regola: il treno questa volta era partito in perfetto orario. SconcerTATA, mi chiedo che ne sará di me e della Bestia (= la mia mega valigia di cartone, tra l´altro arancione). All´ufficio informazioni mi dicono che posso prendere il prossimo treno, solo che in questo caso avrei dovuto effettuare piú cambi.
Io non avevo di certo capito, quindi ho creduto di essere fortunata, e, giunto il treno, ho iniziato il mio viaggio verso l´inferno, convinta che si trattasse di un villaggio turistico, e che mi sarei divertita, nonostante tutto.
Insomma partita alle 8:30 del mattino „lo passo“ fu Palermo- Messina, Messina- Villa San Giovanni ( naturalmente con il traghetto, che guarda caso si chiama „Caronte“, ma se faranno il Ponte mi sa che Dante dovrá resuscitare e inventarsi un altro nome!!)), San Giovanni- Lamezia, Lamezia- Catanzaro lido, Catanzaro lido- Botricello, e sono giá le 18: 30 („e fu subito sera“)...
Giunta finalmente nel mio alloggio, la mia compagna di stanza,( una delle tre), mi informa subito di quanto sia conveniente fornirsi subito di catena e lucchetto, per bloccare le ante dell` armadio, e poter lavorare da quel momento in poi, senza fare cattivi pensieri...
Avrebbe forse dovuto essere giá questo un campanellino d´allarme?
No, non per me...
...to be continued...
tant' era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai [...]
[...]così l'animo mio, ch` ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.“
I villaggi turistici sono pieni di personaggi degni di nota, oltre che pieni di insidie, e questo dovrebbe saperlo bene anche la mia collaboratrice, oltre coloro i quali si sono già ritrovati in una simile esperienza.
Dunque, cominciamo dall` inizio!
Dicevo che „non so ben ridir com´i´v´intrai”, giacché stanco „ l´animo mio, ch´ancor fuggiva, / si volse a restro a rimirar lo passo/ che non lasció giá mai persona viva“. „Lo passo“ sta per il traggitto Palermo – Lamezia Terme, ovvero qualcosa come nove ore e mezza di viaggio, che in origine dovevano essere solo sette! Cosa era mai successo? Niente! Niente di importante... Ero solo arrivata in ritardo, con una valigia di cartone (made in china)le cui dimensioni non sarebbero state considerate esagerate, se non fosse che l´oggetto di paragone ero io. Io, un metro e ho tanta voglia di crescere, ovvero un metro e un succo di frutta, per citare un caro compagno delle medie.
Arrivata in ritardo di due minuti alla stazione, e chiaramente non per colpa mia, scopro che l´eccezione conferma davvero la regola: il treno questa volta era partito in perfetto orario. SconcerTATA, mi chiedo che ne sará di me e della Bestia (= la mia mega valigia di cartone, tra l´altro arancione). All´ufficio informazioni mi dicono che posso prendere il prossimo treno, solo che in questo caso avrei dovuto effettuare piú cambi.
Io non avevo di certo capito, quindi ho creduto di essere fortunata, e, giunto il treno, ho iniziato il mio viaggio verso l´inferno, convinta che si trattasse di un villaggio turistico, e che mi sarei divertita, nonostante tutto.
Insomma partita alle 8:30 del mattino „lo passo“ fu Palermo- Messina, Messina- Villa San Giovanni ( naturalmente con il traghetto, che guarda caso si chiama „Caronte“, ma se faranno il Ponte mi sa che Dante dovrá resuscitare e inventarsi un altro nome!!)), San Giovanni- Lamezia, Lamezia- Catanzaro lido, Catanzaro lido- Botricello, e sono giá le 18: 30 („e fu subito sera“)...
Giunta finalmente nel mio alloggio, la mia compagna di stanza,( una delle tre), mi informa subito di quanto sia conveniente fornirsi subito di catena e lucchetto, per bloccare le ante dell` armadio, e poter lavorare da quel momento in poi, senza fare cattivi pensieri...
Avrebbe forse dovuto essere giá questo un campanellino d´allarme?
No, non per me...
...to be continued...
Adieu

Soffro. Se per un attimo soltanto mi soffermo a guardare fuori dalla finestra e provo a immaginare il senso di abbandono vissuto da una delle mie amiche fidate, mi sento mancare il fiato.
Me l’immagino lì ad aspettare pazientemente il mio arrivo che mai ci sarà. Perché purtroppo la vita è fatta anche di abbandoni. Oggi è toccato a lei. Lei. La mia stupefacente, meravigliosa, fiammeggiante Pandina bianca “young”, nel corpo e nello spirito.
Quando mi sono messa alla guida per accompagnarla al luogo dell’appuntamento non ho avuto il coraggio di raccontarle ciò che stava per accadere. Forse ho sbagliato.
Panda non era una panda. Panda era la MIA PANDA. La sua storia intrecciata alla mia come con nessun altro sarebbe potuto accadere. Sin dall’inizio la sua vita nata sotto una strana stella. Non potevamo non incontrarci e fare un po’ di strada assieme.
Panda. Uscita dalla fabbrica e destinata non alla vendita ma al sorteggio. Panda vinta da uno degli uomini più inquietanti e contorti, con rispetto parlando, che il mondo abbia potuto generare: Mio nonno. Bonanima, aggiungerebbe qualcuno. Il nonno la vince in un sorteggio del Giornale di Sicilia. Che culo! Ha due , forse tre, opzioni: 1) regalarla; 2) venderla a un prezzo minimo stabilito dalla casa costruttrice; 3)venderla al prezzo massimo ancora una volta stabilito dalla suddetta.
Ma il mio nonnino è un nonno speciale ed essendo ricco di mille risorse opta per l’opzione inventata e personalissima numero 4: MENTIRE SPUDORATAMENTE!!!
Il vincitore deve rilasciare un’intervista dove, in compagnia della consorte, manifesta tutto il suo stupore per quell’inaspettata, graditissima vincita. Il mio nonnino decide di comunicare che, avendo un numero esorbitante di nipoti e trovandosi nell’impossibilità di scegliere l’eletto tra i tanti amati, organizzerà una specie di sorteggio e il resto lo farà il fato!
Ma che fortuna! Io? Davvero? Oh my Goooooooooooooooood! Unbelievable. Con soli 7.500.000 lire mi sono aggiudicata la mia Pandina! Sì. Solo 7.500.000 lire: il massimo consentito dalla casa produttrice! Oltre alla mia pandina, per un paio d’anni mi sono aggiudicata anche la rabbia, l’invidia, l’odio ,oserei dire, di un paio di cari zietti e dolci cugini che non riuscivano a spiegarsi come mai in quel fottutissimo “sorteggio” fossi uscita proprio io, nipote strana e dal carattere oscuro! Un giorno cominciarono a piovere dal cielo sulla città di Palermo fotocopie di quei due assegni staccati per coprire “le spese d’istruttoria” ;-) del sorteggio organizzato da mio nonno. L’arcano mistero venne svelato e qualche cuginetto o zietto dovette trovare altri motivi, indiscutibilmente validi, per decidere che io fossi una stronza. In realtà, bastava solo guardarmi…
Tornando al nostro primo incontro va detto che fu bellissimo e singhiozzante. L’appuntamento con i nonni era davanti la concessionaria incaricata di consegnare la macchina al vincitore. Arrivai puntuale all’appuntamento e non tanto per la fretta di abbracciare il mio “premio”, quanto per il timore di fare incazzare mio nonno (la qual possibilità non era così remota). Lei era lì. Lo sguardo intimidito mentre il meccanico le alzava il vestitino per mostrarmi le sue meraviglie. Le feci l’occhiolino e amore fu.
Il nonno non mi offrì nemmeno il primo pieno della macchina, un caffè o perché no!, uno degli “sciù” di cartone e panna sintetica amorevolmente preparati un anno prima da mia nonna (Tata mi è testimone). Una pacca sulla schiena, un “U’ Signuri ti binirici” e ci congedammo fino a data da stabilirsi.
Rimanemmo noi due lì. Io seduta alla guida, lei in attesa di essere messa in moto.
Il tipo della concessionaria: “Guardi che ha un’ottima accelerazione. Appena lascia la frizione, senza acceleratore, la macchina già cammina!”. Io, distrattamente e in preda all’ansia da prestazione che mi assaliva quando mi sentivo osservata: “Certo. Sì. Grazie. Arrivvvvvvvv…” Pandina:“rrrrrrrrrrrrrrrrrrrr(primosinghiozzo)…rrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr…(secondosinghiozzo)…rrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr”. Io: “…ederci…!”
E in un batter d’occhio mi ritrovai davanti il benzinaio a 500 metri dalla concessionaria per il mio primo e quasi ultimo pieno di benzina. La nostra avventura era appena cominciata.
Panda è stata la mia compagna ai tempi dell’Università dopo che un odiosissimo ladruncolo decise di rubarmi lo scooter senza sapere che, essendo proprietà di una strega, i copertoni gli sarebbero scoppiati tra le mani. Almeno, questo è ciò che mi piaceva pensare. Scooter che, a sua volta, sostituiva (brutta parola) Amico. Amico era un altro scooter che in mano ad un Amico (di quelli in carne ed ossa che però come le ciambelle non sempre riescono col buco) fece una brutta fine lasciandoci la carenatura in quel di Trapani. Ma qui ci dilunghiamo.
Panda. Panda come la Barbie e come qualche Presidente del Consiglio ha subito mostrato di avere uno spirito eclettico. Così, a seconda delle circostanze, è stata Panda Bua quando dopo i suoi primi cinque minuti di parcheggio venne speronata da un deficiente con gancio per il carrello (sul quale forse teneva il cervello); Panda Trattore quando, alla ricerca della nuova casa di campagna dei miei, ci perdemmo in mezzo alle campagne del Trapanese e vagammo su una trazzera per una mezzoretta abbondante. Panda Corriera, portandomi ogni fine settimana da Palermo a Trapani e viceversa. Panda Ammiraglia quando, incontrato l’uomo della mia vita proprietario di un altrettanto amata due ruote, divenne la macchina ufficiale per eventi ufficiali di un certo spessore (leggasi Cerimonie e Matrimoni di Amici … col buco questa volta!). Panda Sposa perché la scegliemmo senza esitazioni come macchina ufficiale per il nostro matrimonio e il riso tra le giunture vi rimase per circa tre anni. Infine, Panda Mamma ti voglio bene quando, nonostante la concorrenza della Citroen Xsara Picasso, si mostrò ancora una volta all’altezza della situazione ospitando ben due bambini!
Panda ha vissuto i miei esami all’università, le mie uscite serali, le mie solitarie giornate al mare, il mio Amore per la vita, il mio matrimonio, il mio pancione, la mia laurea, l’altro pancione. Panda mi ha visto fumare e poi smettere di fumare. Panda mi ha visto piangere, ridere da sola…parlare da sola.
Insomma, ieri avrei dovuto prepararla. Avrei dovuto dirle che se l’abbandonavo non era perché volevo sostituirla con qualcosa di meglio. Canada. Il Canada ci ha separate. Vuol dire che, per me, per lei, si conclude un’altra fase della vita. Spero solo in senso lato per lei. Dimenticavo! Non le ho detto nemmeno che la sua nuova proprietaria ha solo 87 anni… Chi lo sa, se la matematica non è un’opinione, fra una tredicina d’anni sarà anche Panda… fate voi!
Me l’immagino lì ad aspettare pazientemente il mio arrivo che mai ci sarà. Perché purtroppo la vita è fatta anche di abbandoni. Oggi è toccato a lei. Lei. La mia stupefacente, meravigliosa, fiammeggiante Pandina bianca “young”, nel corpo e nello spirito.
Quando mi sono messa alla guida per accompagnarla al luogo dell’appuntamento non ho avuto il coraggio di raccontarle ciò che stava per accadere. Forse ho sbagliato.
Panda non era una panda. Panda era la MIA PANDA. La sua storia intrecciata alla mia come con nessun altro sarebbe potuto accadere. Sin dall’inizio la sua vita nata sotto una strana stella. Non potevamo non incontrarci e fare un po’ di strada assieme.
Panda. Uscita dalla fabbrica e destinata non alla vendita ma al sorteggio. Panda vinta da uno degli uomini più inquietanti e contorti, con rispetto parlando, che il mondo abbia potuto generare: Mio nonno. Bonanima, aggiungerebbe qualcuno. Il nonno la vince in un sorteggio del Giornale di Sicilia. Che culo! Ha due , forse tre, opzioni: 1) regalarla; 2) venderla a un prezzo minimo stabilito dalla casa costruttrice; 3)venderla al prezzo massimo ancora una volta stabilito dalla suddetta.
Ma il mio nonnino è un nonno speciale ed essendo ricco di mille risorse opta per l’opzione inventata e personalissima numero 4: MENTIRE SPUDORATAMENTE!!!
Il vincitore deve rilasciare un’intervista dove, in compagnia della consorte, manifesta tutto il suo stupore per quell’inaspettata, graditissima vincita. Il mio nonnino decide di comunicare che, avendo un numero esorbitante di nipoti e trovandosi nell’impossibilità di scegliere l’eletto tra i tanti amati, organizzerà una specie di sorteggio e il resto lo farà il fato!
Ma che fortuna! Io? Davvero? Oh my Goooooooooooooooood! Unbelievable. Con soli 7.500.000 lire mi sono aggiudicata la mia Pandina! Sì. Solo 7.500.000 lire: il massimo consentito dalla casa produttrice! Oltre alla mia pandina, per un paio d’anni mi sono aggiudicata anche la rabbia, l’invidia, l’odio ,oserei dire, di un paio di cari zietti e dolci cugini che non riuscivano a spiegarsi come mai in quel fottutissimo “sorteggio” fossi uscita proprio io, nipote strana e dal carattere oscuro! Un giorno cominciarono a piovere dal cielo sulla città di Palermo fotocopie di quei due assegni staccati per coprire “le spese d’istruttoria” ;-) del sorteggio organizzato da mio nonno. L’arcano mistero venne svelato e qualche cuginetto o zietto dovette trovare altri motivi, indiscutibilmente validi, per decidere che io fossi una stronza. In realtà, bastava solo guardarmi…
Tornando al nostro primo incontro va detto che fu bellissimo e singhiozzante. L’appuntamento con i nonni era davanti la concessionaria incaricata di consegnare la macchina al vincitore. Arrivai puntuale all’appuntamento e non tanto per la fretta di abbracciare il mio “premio”, quanto per il timore di fare incazzare mio nonno (la qual possibilità non era così remota). Lei era lì. Lo sguardo intimidito mentre il meccanico le alzava il vestitino per mostrarmi le sue meraviglie. Le feci l’occhiolino e amore fu.
Il nonno non mi offrì nemmeno il primo pieno della macchina, un caffè o perché no!, uno degli “sciù” di cartone e panna sintetica amorevolmente preparati un anno prima da mia nonna (Tata mi è testimone). Una pacca sulla schiena, un “U’ Signuri ti binirici” e ci congedammo fino a data da stabilirsi.
Rimanemmo noi due lì. Io seduta alla guida, lei in attesa di essere messa in moto.
Il tipo della concessionaria: “Guardi che ha un’ottima accelerazione. Appena lascia la frizione, senza acceleratore, la macchina già cammina!”. Io, distrattamente e in preda all’ansia da prestazione che mi assaliva quando mi sentivo osservata: “Certo. Sì. Grazie. Arrivvvvvvvv…” Pandina:“rrrrrrrrrrrrrrrrrrrr(primosinghiozzo)…rrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr…(secondosinghiozzo)…rrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr”. Io: “…ederci…!”
E in un batter d’occhio mi ritrovai davanti il benzinaio a 500 metri dalla concessionaria per il mio primo e quasi ultimo pieno di benzina. La nostra avventura era appena cominciata.
Panda è stata la mia compagna ai tempi dell’Università dopo che un odiosissimo ladruncolo decise di rubarmi lo scooter senza sapere che, essendo proprietà di una strega, i copertoni gli sarebbero scoppiati tra le mani. Almeno, questo è ciò che mi piaceva pensare. Scooter che, a sua volta, sostituiva (brutta parola) Amico. Amico era un altro scooter che in mano ad un Amico (di quelli in carne ed ossa che però come le ciambelle non sempre riescono col buco) fece una brutta fine lasciandoci la carenatura in quel di Trapani. Ma qui ci dilunghiamo.
Panda. Panda come la Barbie e come qualche Presidente del Consiglio ha subito mostrato di avere uno spirito eclettico. Così, a seconda delle circostanze, è stata Panda Bua quando dopo i suoi primi cinque minuti di parcheggio venne speronata da un deficiente con gancio per il carrello (sul quale forse teneva il cervello); Panda Trattore quando, alla ricerca della nuova casa di campagna dei miei, ci perdemmo in mezzo alle campagne del Trapanese e vagammo su una trazzera per una mezzoretta abbondante. Panda Corriera, portandomi ogni fine settimana da Palermo a Trapani e viceversa. Panda Ammiraglia quando, incontrato l’uomo della mia vita proprietario di un altrettanto amata due ruote, divenne la macchina ufficiale per eventi ufficiali di un certo spessore (leggasi Cerimonie e Matrimoni di Amici … col buco questa volta!). Panda Sposa perché la scegliemmo senza esitazioni come macchina ufficiale per il nostro matrimonio e il riso tra le giunture vi rimase per circa tre anni. Infine, Panda Mamma ti voglio bene quando, nonostante la concorrenza della Citroen Xsara Picasso, si mostrò ancora una volta all’altezza della situazione ospitando ben due bambini!
Panda ha vissuto i miei esami all’università, le mie uscite serali, le mie solitarie giornate al mare, il mio Amore per la vita, il mio matrimonio, il mio pancione, la mia laurea, l’altro pancione. Panda mi ha visto fumare e poi smettere di fumare. Panda mi ha visto piangere, ridere da sola…parlare da sola.
Insomma, ieri avrei dovuto prepararla. Avrei dovuto dirle che se l’abbandonavo non era perché volevo sostituirla con qualcosa di meglio. Canada. Il Canada ci ha separate. Vuol dire che, per me, per lei, si conclude un’altra fase della vita. Spero solo in senso lato per lei. Dimenticavo! Non le ho detto nemmeno che la sua nuova proprietaria ha solo 87 anni… Chi lo sa, se la matematica non è un’opinione, fra una tredicina d’anni sarà anche Panda… fate voi!
giovedì 10 dicembre 2009
Ben trovati!!
Ben trovati!!
Ben trovati Cari Lettori, da oggi troverete in questo blog qualcosa in piú, ma naturalmente quantitá non é sinonimo di qualitá...Intendo che non sono di certo cosí brillante come la mia collaboratrice...al massimo sono una donnina piena di potenzialitá, a dir degli altri, che sin dalla primina avrebbe potuto fare di piú!!
Non so se saró all´altezza delle vostre aspettative, giacché non scrivo piú da tanto tempo, (il mio diario segreto intendo), ma in compenso forse vi fará piacere sapere che un tempo fui pittrice: ho dipinto ben due quadri durante il mio soggiorno a Londra!! Per non parlare poi della digitopittura, con cui ho iniziato molti bambini all´arte...Certo qualcuno potrebbe dire che in realtá il bambino era solo uno...Io peró potrei rispondere che quel bambino faceva per cento (e questa non sarebbe la veritá), o che i suoi giocattoli dipingevano con noi... In tal senso ricordo ancora Tato, simpatico orsacchiotto, a cui ancora oggi devo rispetto, a partire dal fatto che si chiama come me: CIAAOOOO TATOOOOOOOO!!!
Ciaooo Lettori!!
Ben trovati Cari Lettori, da oggi troverete in questo blog qualcosa in piú, ma naturalmente quantitá non é sinonimo di qualitá...Intendo che non sono di certo cosí brillante come la mia collaboratrice...al massimo sono una donnina piena di potenzialitá, a dir degli altri, che sin dalla primina avrebbe potuto fare di piú!!
Non so se saró all´altezza delle vostre aspettative, giacché non scrivo piú da tanto tempo, (il mio diario segreto intendo), ma in compenso forse vi fará piacere sapere che un tempo fui pittrice: ho dipinto ben due quadri durante il mio soggiorno a Londra!! Per non parlare poi della digitopittura, con cui ho iniziato molti bambini all´arte...Certo qualcuno potrebbe dire che in realtá il bambino era solo uno...Io peró potrei rispondere che quel bambino faceva per cento (e questa non sarebbe la veritá), o che i suoi giocattoli dipingevano con noi... In tal senso ricordo ancora Tato, simpatico orsacchiotto, a cui ancora oggi devo rispetto, a partire dal fatto che si chiama come me: CIAAOOOO TATOOOOOOOO!!!
Ciaooo Lettori!!
Il buongiorno si vede dal mattino

Quello che state per leggere è un mini post ispiratomi dal mio pargoletto Lorenzo il quale, come tutti i bimbi di 4 anni (ma ne conosco alcuni di 40 anni), non disdegna di parlare di cacca o pipì dinnanzi a una tazza fumante di latte o cookies al cioccolato.
Detto ciò, stamattina con una sola battuta è riuscito a farmi ridere rendendo piacevolissima la giornata dopo una notte tribolata (presto vi spiegherò il perché).
Seduto sul gabinetto per fare CACCA mentre io gli tengo la mano per rendergli meno fastidiosa l'operazione (a una mamma tocca pure questo): "Mamma, ho una cacca appiccicata sul culetto!" - "Amore, rilassati e spingi così va via" - "Ah! Si è staccata!", "Ma che? Un'altra appigliata? Mamma, ma questa cacca pensa io sia un Albero di Natale?"
Buona giornata a tutti.
mercoledì 9 dicembre 2009
Fulàr...questo sconosciuto! ;-)
Qualcuno ric
orderà, soprattutto chi mi conosce da tanto tempo, che qualunque cosa io faccia, indipendentemente dal grado oggettivo di difficoltà, si trasforma in un dispensatore di tribolazioni e patemi d’animo. Una volta, parlando di quanto io fossi brillante, accennai alla “teoria della retta” e a quanto questa fosse inappropriata se riferita ai percorsi da me intrapresi. Non basterà dire: “spostarsi con moto rettilineo e uniforme dal punto A al punto B”. Nel mio caso, infatti, ci sarà una buona dose di varie ed eventuali che, questo va detto, rappresenterà quel tocco di brio che fa sì che io non possa mai dimenticare nulla della mia brillante esistenza.
Io, Varie ed Eventuali, in realtà, siamo ormai diventati amici intimi. Non c’è ricorrenza alla quale non le inviti e spesso, non amando le formalità, non mancano di farsi vive anche se per puro caso io abbia dimenticato di invitarle. Un po’ come la fata cattiva della fiaba della Belladdormentatanelbosco.
Nell’ultimo periodo, proprio perché la nostra amicizia ormai ufficializzata, direi che siamo stati più unite del solito. Io, Varie ed Eventuali assieme appassionatamente a togliere all’ospedale un mostro spuntatomi sull’orecchio a metà tra un porretto, un piercing ricoperto di panna, e la versione panormita del Pão de Açucar di Rio de Janeiro. Io (nella versione star trek), Varie ed Eventuali, ritornate assieme all’ospedale per Ritogliere quello che sembrava intenzionato a far parte della nostra comitiva in pianta stabile: Cisto. Due punti più tre punti fanno cinque punti, 400 km (andata e ritorno da Trapani per due), cinque metri di cerotto per la medicazione, una ipocritissima amichevole conversazione sull’importanza di un crocifisso sulla parete di una classe e, dulcis in fundo, una serissima spiegazione da parte del medico di turno sull’importanza di partecipare almeno una volta nella vita a un corso di foulard tenuto al negozio Hermes di Palermo.
Avete capito benissimo. Un corso di foulard. Quando, nell’attesa di sottopormi alla prevista exeresi, la sentii parlare al telefono di corsi di “fular” ebbi qualche attimo di esitazione.
I miei neuroncini cominciarono a muoversi velocemente all’interno del mio ufficio protocolli cerebrale. Sentivo i cassetti scorrevoli dei miei micro archivi sbattere velocemente, pagine e pagine di fascicoli scorrere come sospinti dal vento di scirocco e loro, i miei amici del cuore, sudare sotto il peso della responsabilità di offrirmi la risposta giusta al momento giusto. “Fular”… “Fular”… “Corso di Fular” … La mia mente vagava tra dizionari di spagnolo, italiano, inglese … ricordi … lezioni all’università. Niente. Il vuoto. Tabula rasa. “Fular”… “Fular – Hermes – Palermo”.
All’improvviso una visione! Una cinquantina di donne istericamente acide, con i capelli ben in piega e le unghia ben curate scendevano da un pullman all’altezza della via Libertà per andare ad assistere a un CORSO DI FOULARD al negozio dell’angolo dove un omino da un inquietante accento francese ed elegantemente vestito, le attendeva dietro una scrivania con un FOULARD tra le mani!!!!
“Ma dite vero?”, avrei voluto gridare in faccia a quella deficiente che avrebbe dovuto eseguire quella cazzo di exeresi sul mio orecchio mentre, serissima, stava organizzando una delle riunioni più inutili e ridicole che un gruppo sociale, purtroppo costituito da donne, avesse mai organizzato nella storia dell’umanità.
Amica bella? Amica delle serate di beneficenza? Ma te l’hanno detto che il mondo sta morendo sotto il peso della Recessione, della gente che uccide ancora per il colore della pelle, per l’orientamento religioso, per l’orientamento sessuale, perché uno semplicemente gli sta sulle ginocchia? Quell’orsetto lavatore color mogano accovacciato sulla tua testolina emanatrice di eco te l’ha comunicato che siamo messi un po’ malino? Oppure pensi che quelle paroline che rimbalzano nella tua testolina siano solo quei furbacchioni dei tuoi due neuroncini che giocano a squash?
Ma ci tieni così tanto a imparare a mettere il foulard ? A che ci siamo, ti hanno mai parlato della posizione del cappio? Ma poi, dico io, ma devo credere che esista il manuale del perfetto mettitore di foulard? Cioè, a quello che vi deve fare la dimostrazione hanno fatto seguire un corso di formazione sul kamasutra del fulàr?
“Un fulàr, mille soluzioni.” Sottotitolo: “sorprendere un’amica e molto più …”
Mai più dolce fu la sensazione dell’anestetico che m’intorpidiva l’orecchio e l’animo dinnanzi a cotanta aridità.
Al mio amico Cisto un caloroso abbraccio. Magari dove si trova adesso la gente accende il cuore e il cervello prima di parlare.
orderà, soprattutto chi mi conosce da tanto tempo, che qualunque cosa io faccia, indipendentemente dal grado oggettivo di difficoltà, si trasforma in un dispensatore di tribolazioni e patemi d’animo. Una volta, parlando di quanto io fossi brillante, accennai alla “teoria della retta” e a quanto questa fosse inappropriata se riferita ai percorsi da me intrapresi. Non basterà dire: “spostarsi con moto rettilineo e uniforme dal punto A al punto B”. Nel mio caso, infatti, ci sarà una buona dose di varie ed eventuali che, questo va detto, rappresenterà quel tocco di brio che fa sì che io non possa mai dimenticare nulla della mia brillante esistenza.Io, Varie ed Eventuali, in realtà, siamo ormai diventati amici intimi. Non c’è ricorrenza alla quale non le inviti e spesso, non amando le formalità, non mancano di farsi vive anche se per puro caso io abbia dimenticato di invitarle. Un po’ come la fata cattiva della fiaba della Belladdormentatanelbosco.
Nell’ultimo periodo, proprio perché la nostra amicizia ormai ufficializzata, direi che siamo stati più unite del solito. Io, Varie ed Eventuali assieme appassionatamente a togliere all’ospedale un mostro spuntatomi sull’orecchio a metà tra un porretto, un piercing ricoperto di panna, e la versione panormita del Pão de Açucar di Rio de Janeiro. Io (nella versione star trek), Varie ed Eventuali, ritornate assieme all’ospedale per Ritogliere quello che sembrava intenzionato a far parte della nostra comitiva in pianta stabile: Cisto. Due punti più tre punti fanno cinque punti, 400 km (andata e ritorno da Trapani per due), cinque metri di cerotto per la medicazione, una ipocritissima amichevole conversazione sull’importanza di un crocifisso sulla parete di una classe e, dulcis in fundo, una serissima spiegazione da parte del medico di turno sull’importanza di partecipare almeno una volta nella vita a un corso di foulard tenuto al negozio Hermes di Palermo.
Avete capito benissimo. Un corso di foulard. Quando, nell’attesa di sottopormi alla prevista exeresi, la sentii parlare al telefono di corsi di “fular” ebbi qualche attimo di esitazione.
I miei neuroncini cominciarono a muoversi velocemente all’interno del mio ufficio protocolli cerebrale. Sentivo i cassetti scorrevoli dei miei micro archivi sbattere velocemente, pagine e pagine di fascicoli scorrere come sospinti dal vento di scirocco e loro, i miei amici del cuore, sudare sotto il peso della responsabilità di offrirmi la risposta giusta al momento giusto. “Fular”… “Fular”… “Corso di Fular” … La mia mente vagava tra dizionari di spagnolo, italiano, inglese … ricordi … lezioni all’università. Niente. Il vuoto. Tabula rasa. “Fular”… “Fular – Hermes – Palermo”.
All’improvviso una visione! Una cinquantina di donne istericamente acide, con i capelli ben in piega e le unghia ben curate scendevano da un pullman all’altezza della via Libertà per andare ad assistere a un CORSO DI FOULARD al negozio dell’angolo dove un omino da un inquietante accento francese ed elegantemente vestito, le attendeva dietro una scrivania con un FOULARD tra le mani!!!!
“Ma dite vero?”, avrei voluto gridare in faccia a quella deficiente che avrebbe dovuto eseguire quella cazzo di exeresi sul mio orecchio mentre, serissima, stava organizzando una delle riunioni più inutili e ridicole che un gruppo sociale, purtroppo costituito da donne, avesse mai organizzato nella storia dell’umanità.
Amica bella? Amica delle serate di beneficenza? Ma te l’hanno detto che il mondo sta morendo sotto il peso della Recessione, della gente che uccide ancora per il colore della pelle, per l’orientamento religioso, per l’orientamento sessuale, perché uno semplicemente gli sta sulle ginocchia? Quell’orsetto lavatore color mogano accovacciato sulla tua testolina emanatrice di eco te l’ha comunicato che siamo messi un po’ malino? Oppure pensi che quelle paroline che rimbalzano nella tua testolina siano solo quei furbacchioni dei tuoi due neuroncini che giocano a squash?
Ma ci tieni così tanto a imparare a mettere il foulard ? A che ci siamo, ti hanno mai parlato della posizione del cappio? Ma poi, dico io, ma devo credere che esista il manuale del perfetto mettitore di foulard? Cioè, a quello che vi deve fare la dimostrazione hanno fatto seguire un corso di formazione sul kamasutra del fulàr?
“Un fulàr, mille soluzioni.” Sottotitolo: “sorprendere un’amica e molto più …”
Mai più dolce fu la sensazione dell’anestetico che m’intorpidiva l’orecchio e l’animo dinnanzi a cotanta aridità.
Al mio amico Cisto un caloroso abbraccio. Magari dove si trova adesso la gente accende il cuore e il cervello prima di parlare.
martedì 24 novembre 2009
E' solo una domanda...

Leggendo una sorta di messaggio privato pervenutomi, secondo me per sbaglio, in un forum al quale partecipo (?) e con il quale mi si invita a non rispondere a un messaggio da me inserito ;-)
è, in automatico, sorta in me una domanda spontanea:
ma siamo sicuri che in Italia ci siano solo cervelli in fuga? O dovremmo cominciare a fare dei censimenti per conteggiare quelli in fuga dal proprio cervello?
Qualcuno lo troveremmo secondo me! Me lo vedo con la sua camicina verde vomito o verde bile, mentre terrorizzato e con una smorfia simile all'urlo di Munch (ma vi prego, non chiedetegli chi sia) corre verso il Banale (fiume noto a pochi eletti) per cercare di sfuggire ai tentativi di un cervello, nemmeno poi così grande, di penetrare nella sua calotta cranica...
p.s. ogni riferimento a cose, persone, città, animali o ignoranti è puramente casuale.
è, in automatico, sorta in me una domanda spontanea:
ma siamo sicuri che in Italia ci siano solo cervelli in fuga? O dovremmo cominciare a fare dei censimenti per conteggiare quelli in fuga dal proprio cervello?
Qualcuno lo troveremmo secondo me! Me lo vedo con la sua camicina verde vomito o verde bile, mentre terrorizzato e con una smorfia simile all'urlo di Munch (ma vi prego, non chiedetegli chi sia) corre verso il Banale (fiume noto a pochi eletti) per cercare di sfuggire ai tentativi di un cervello, nemmeno poi così grande, di penetrare nella sua calotta cranica...
p.s. ogni riferimento a cose, persone, città, animali o ignoranti è puramente casuale.
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