"Odio la vile prudenza che ci agghiaccia e lega e rende incapaci d'ogni grande azione, riducendoci come animali che attendono tranquillamente alla conservazione di questa infelice vita senz'altro pensiero."
(Giacomo Leopardi)



"In pratica le persone che mi vogliono bene spesso non si accorgono infatti che il loro "ti appoggio" si trasforma in un "mi appoggio"
(Miranda Taten)



mercoledì 31 dicembre 2008

2008 Addio!!!


Nooooooooooooooooooooooooooooooooooo! È finito? Di già? È un vero peccato che un anno così bello, così ricco di stupefacenti sorprese sia già giunto al termine.
È pur vero che mi hanno insegnato che al peggio non c’è mai fine. Non per nulla sta per iniziare un anno bisesto. Anno bisesto, anno funesto … dicono i veri ottimisti. E per una volta mi piacerebbe tanto dubitare di loro. (Non lo cambio ma correggo! L'anno bisesto è quello passato che, a dire il vero, un po' funesto lo è stato...Il problema è che gli ottimisti di cui sopra non hanno dato molte speranze per quello appena cominciato!)
A dire il vero, ne sono accadute di cose belle! Quali? Avrei l’imbarazzo della scelta se dovessi scegliere di parlare della sfera privata o di quella pubblica … che poi, tutta questa differenza non c’è! Non che improvvisamente sia diventata una scrittrice di fama mondiale, è solo che se l’economia gira, giriamo anche noi assieme all’economia…che c’entra? Niente. E per quale motivo, solamente io, dovrei continuare a dire cose logiche? Cose che abbiano un senso? Cose che siano coerenti e concrete?
Se Berlusconi è il capo del Consiglio, Ratzinger il capo della Chiesa, in televisione fanno Il Capo dei Capi (e secondo me la scelta a questo punto diventa veramente difficile), non vedo sinceramente per quale motivo la sottoscritta non dovrebbe essere così ottimista, dolce e lungimirante.
Le cose belle, le cose belle… Ho pagato la tassa sui rifiuti a Dicembre che, pur riportando la data di scadenza, era solo un' anteprima dell’avviso di pagamento che sarebbe arrivato ad Aprile…Al comune amano i giuochi di parole. Dolci e teneri. Burloni in linea con la tendenza generale.
Mi sono accollata, durante le infinite file in ambulatori, poste, supermercati e chi più ne ha più ne metta, fiumi di parole su un “presunto” governo ladro e su altrettanto “presunti” governanti mascalzoni. Senza mai comprendere chi alla fine avesse votato cosa…Ma ho smesso un po’ di tempo fa di farmi domande le cui risposte conoscerò solo una volta entrata in Purgatorio.
Ho pagato le ZTL che però non hanno rimborsato ma che forse rimborseranno ma solo dopo averle ripristinate (bisognerà pagare un’aggiunta) che saranno valide solo i giorni pari degli anni bisesti (ma solo quando ce ne saranno due di fila) e solo se la macchina ha la targa alterna…ma no nel senso di pari e dispari…nel senso di accendi e spegni, rossa e blu i colori che vuoi tu!
Tuttavia, so di essere fortunata perché non rientro in quella nicchia di poveracci-sfigati che sono stati costretti a comprare la macchina nuova per andare al centro ma fino alla zona B di “begl’ingegni”, piuttosto che fino alla A di “A finiti di pigghiarinni pu culu”
Ma questo è il pubblico … Di parlare del privato proprio non mi va perché lo so che in fin dei conti sono stata fortunata. Del resto vivo vicino a Mondello, zona In piena di gente In molta della quale In o Da Galera ( e nessuno si offenda se l’operaio sposato con due figli ha pensato di stuprare la nigeriana avendo il cattivo gusto di lasciarla nuda per strada!... “Sono cose che capitano tra ragazzi…Anzi non l’ha ammazzata”)
Ho conosciuto nuovi amici e, soprattutto, conosciuto vecchi amici. Nel secondo caso, quando la conoscenza avviene a distanza di anni, solitamente, non si tratta di qualcosa di positivo.
Ho imparato che, anche quando non c’entra niente, “bisogna conoscere l’altra versione dei fatti” e che se dovesse risultare la più comoda, sarà anche quella universalmente riconosciuta. Ho imparato che Ponzio Pilato o Papa Celestino non erano poi così sfigati visto che in giro tirano tanto quanto , o quasi, le borse di Vuitton originali (anche quando non me le potrei permettere).
Ho imparato che il tradimento è più diffuso della Peste che nel 1624 colpì Palermo e, soprattutto, che nemmeno il pellegrinaggio a Santa Rosalia è in grado di renderci immuni … Tuttavia, sono fortunata perché ancora non ha sfiorato il mio micro-speciale nucleo familiare!
Ho imparato che per quel sant’uomo del Papa tutti gli esseri umani non sono uguali..ma del resto lui è un uomo e non Dio (ma bisognerebbe spiegarglielo in un’epoca in cui ci si auto glorifica alla prima occasione!).
Ho imparato che la giustizia, quando si tratta di farla veramente, come persona preziosa o presunta tale ama farsi attendere e, soprattutto, ho imparato che l’attesa ti può costare un sacco di soldini di cui privi il tuo quotidiano…
A tal proposito, auguro come l’anno scorso un’immensa felicità agli amici di Mrs Satirikan la quale, quest’anno, è talmente disgustata che ha preferito tacere … felicità, salute e tanta serenità a chi ha fatto della cattiveria il proprio vessillo!
Ma sono veramente fortunata perché ho i miei veri affetti al mio fianco, perché, nonostante tutto, riesco ancora a provare amore e perché ho avuto la gioia di portare in grembo una nuova, magica vita.Buon Anno a tutti voi … e perdonate l’acidità.

giovedì 4 dicembre 2008

"La suprema leggerezza dell'IO"



Avvicinandosi il Natale, come minimo, il mio messaggio dovrebbe essere d’amore … amore puro, amore supremo, amore su tutto.
In un certo qual modo potrebbe pure trattarsi di questo ma, all’appello, mancherebbe una nota aggiuntiva: Puro Amore Individuale.
Di esempi per fortuna ne abbiamo a bizzeffe e così ciò che mi attanaglia è la semplice difficoltà nello scegliere quello più consono.
Mi si chiede di falsificare un registro … Per carità, che sarà mai!!!!
“Falsificare” non sarà mica un parolone! Diciamo “modificare”, “rendere più digeribile”, “infiocchettare”, e perché no “abbellire!” In fin dei conti il tutto sarebbe giustificato dall’arrivo del Santo Natale: perché dare questa profonda delusione a Gesù Bambino? Ha già i suoi problemi: il riscaldamento, il sostentamento e perché no … il suo futuro.
Ogni anno il 25 Dicembre nasce e rinasce eppure non mi sembra che il suo messaggio d’amore sia stato colto nel suo reale valore. In poche parole comincio ad avere il dubbio che la gente, la maggior parte della gente abbia male interpretato la nascita di questo bambino venuto al mondo, per poi morire di una morte atroce, per redimere gli esseri umani dai loro peccati … Il messaggio mi pare sia stato male interpretato perché preso alla lettera e non considerato tra le righe.
Ho l’impressione che la gente abbia quasi la certezza che se ogni anno c’è uno disposto a nascere per poi dopo qualche mese morire per redimere i loro peccati, per quale motivo dovrebbero non commetterli? Sarà sufficiente trovare un altro, magari in carne ed ossa, disposto a sacrificarsi per loro. Se non dovesse essere così disposto, male che vada, basterà semplicemente spingerlo verso il burrone … Problema Risolto.
A questo punto, forse, si potrebbe approfittare dei POR (per chi non lo sapesse sono quei finanziamenti che l’Unione Europea destina per lo sviluppo di paesi sottosviluppati che mai si svilupperanno perché irrimediabilmente perduti … ma questa è un’altra storia), per organizzare un megaprogetto che prevede la nascita di laboratori mobili nei quali creare artificialmente dei capri espiatori i quali, a loro volta, potrebbero adesso chiamarsi BE.SO.TE. (BENEFATTORI SOCIALI TEMPORANEI).
A dire il vero, ci sarebbe un modo per risparmiare un po’ di soldini di questi finanziamenti per poi comprarci qualche regalino in più di Natale. Potremmo far credere all’Unione Europea di creare artificialmente i suddetti BE.SO.TE.
In realtà, basterà far girare per la città il nostro furgoncino-laboratorio mobile per raccogliere tutti i barboni, gli zingari, i pedoni antipatici, quelli che fanno defecare i loro cani sui marciapiedi ma sono troppo igienisti per poi raccogliere la stessa cacca (o troppo generosi per sottrarla alle nostre suole!) e, dopo averli sottoposti a trattamenti adeguati, utilizzarli per la nostra giusta causa.
Solo in questo caso sarebbero dei veri BE.SO.TE. e noi saremmo dei veri Fur.Bo.Ni. (Furgoncini Bonaccioni Niente male).
L’unico problema sarebbe quello di trovare uno disposto ad emettere una fattura “falsa” (scusate il parolone) che attesti l’acquisto del materiale necessario per la creazione della nostra materia prima... “Problema” forse è un po’ troppo!
“Alla luce di quanto finora detto le Signorie Vostre sono pregate di far pervenire entro e non oltre il prossimo Natale i progetti correlati di tutte le informazioni necessarie per poter avviare la seduta di selezione che avrà inizio non oltre il 31 Dicembre c.a.
L’amministrazione coglie l’occasione per augurare buone feste e porgere cordiali saluti … ma così cordiali che più cordiali non si può …”
… continua

lunedì 22 settembre 2008

FEMMINUCCIA


Lo scoprire di portare in grembo una femminuccia ha coinciso con la triste constatazione di ciò che nell’immaginario collettivo (quello delle donne incluse) rappresenta l’essere femmina. Non correggetemi con un “donna” perché tanto è inutile.
Quando aspettavo Lorenzo, felicissima del fatto che fosse un maschietto, non ricordo di aver ricevuto frasi di approvazione simili a quelle udite la scorsa settimana.
Al contrario, non potrò di certo dimenticare, l’esclamazione di una perfetta sconosciuta quando, allorché c’era ancora il dubbio che Lorenzo (o Luppino come si era soliti chiamarlo ai tempi) fosse una femminuccia, mi disse: “E vabbè, non ti preoccupare. Pure belle sono le femmine!
Il “pure” di quella frase, oggi, potrei definirlo il nocciolo della questione tutta. “Pure”, istintivamente, venne tradotto dalla mia mente come: “E’ vero che sono meglio i maschi delle femmine. E’ vero che queste sono sinonimo di tragedia familiare, dispiaceri, paturnie, etc … Tuttavia, sappi che in quel piccolo universo rosa shocking si racchiudono degli (non troppi) aspetti positivi!”
Ai tempi decisi di non addentrarmi troppo nella questione “maschio vs femmina” onde evitare un innalzamento brusco della pressione arteriosa che, si sa, in gravidanza nuoce alla salute del nascituro.
Ritornando ad oggi, inevitabilmente, la scoperta di un fagottino rosa all’interno del mio corpo ha scatenato un processo irreversibile simile allo scoperchiamento del vaso di Pandora. In altre parole, abbiamo solo posticipato l’innalzamento della suddetta pressione e il conseguente versamento di bile lungo tutte le strade da me battute (termine che in periodo di guerra alle lucciole non sembrerebbe molto appropriato).
Dove passa la sottoscritta, praticamente, rimane una specie di tracciato luminescente di colore verde che pur provenendo dal mio fegato, somiglia tanto allo “schifiltor” che anni fa fu passione di generazioni di bambini.
Non c’è voluto molto per scoprire quali fossero quegli “aspetti positivi” di cui sopra. Infatti, è stato sufficiente comunicare il sesso della nascitura per ottenere delle risposte tanto esaustive quanto sconvolgenti per la mia mente.
Volendo fare una specie di classifica delle risposte più belle, date da donne (e questo mi pare il dato più allarmante), direi che verrebbe fuori qualcosa del genere:
1) “Meno male! Così almeno hai un aiuto in casa.”
Grazie a questa frase mi si è improvvisamente materializzata dinanzi agli occhi l’immagine di “Sara” protagonista femminile di un cartone animato degli anni Novanta la quale, pur essendo una principessa indiana, cadendo in disgrazia, venne trasformata nella piccola sguattera di un terribile collegio inglese.
Mi sembrava di vederla già la mia principessina con uno di quei grembiulini a fiorellini, un fazzoletto in testa e il visino sporco di fuliggine mentre, accovacciata sulle ginocchia si apprestava a passare la cera sul pavimento prima che Lorenzo, fratello maggiore e alcolizzato cronico, rientrasse a casa.
2) “Che bello! Così hai qualcuno con cui confidarti.”
In apparenza, questa frasetta dall’aspetto innocuo, cela i demoni di quello che dai tempi remoti si è trasformata nella lama a doppio taglio simile a quella che il nostro amico Damocle, da generazioni e generazioni, vede pendere sopra la sua testolina senza capire che è sufficiente spostarsi per non farsi male (maschio è!).
Ma, in realtà, cosa cela la suddetta frase? In essa sono implicite, per lo meno, due cose: a) noi donne siamo sempre e solo portatrici di paturnie che, inevitabilmente, dobbiamo sfogare; b) i maschietti, ancora una volta, vengono invitati a vivere nel loro mondo parallelo popolato da Transformers, Dragon ball, palloni che simili a siluri entrano nella rete avversaria e donne. Due donne preferibilmente, le quali pur essendo eterosessuali per un motivo sconosciuto, dinanzi alla prestanza sessuale del suddetto non possono fare a meno di lanciarsi in uno spettacolo lesbo per poi, contemporaneamente e individualmente, concedersi alla sua volontà facendo delle acrobazie degne da circo Togni. Queste donne fanno di tutto. Hanno una fantasia degna di Premio Nobel e, soprattutto, non hanno la faccia della mamma, della moglie o delle figlie … loro illibate sono!
In altre parole per l’uomo i problemi, quelli veri da affrontare, contro cui battersi non esistono e non devono esistere. Il loro falso unico problema è rappresentato da quell’accozzaglia di situazioni che ritengono di dover affrontare quotidianamente non curanti della non eccezionalità della cosa.
Per capire meglio a cosa mi riferisco:
1) “Mi alzo al mattino per andare al lavoro”… oserei dire un consumo notevole di energia se ci aggiungo quella mano poggiata sulla parete di fronte nell’atto di fare pipì ;
2) “Ho lavorato tutto il giorno” quasi come se il non fallimento dei mercati globali fosse dipeso dalla sua sola presenza nell’universo;
In altre parole, alle 20:00 i nostri uomini sono letteralmente spossati per il semplice fatto che annoverano tra le azioni compiute, e quindi logoranti per la mente e per il corpo, tutti i passi fatti, il numero di volte in cui hanno dovuto poggiare il piede tra l’acceleratore e il freno, i nano secondi in cui hanno dovuto concentrarsi su problemi seri e, dulcis in fundo, gli anni di matrimonio che hanno alle spalle. Senza contare però che non vivrebbero mai più senza per il semplice fatto che è raro trovare una simile comodità.
Rileggendo quanto finora scritto mi rendo conto che la prima impressione è quella di trovarsi dinanzi alla tipica femminista agguerrita con tutti i maschietti del creato per il semplice fatto di non avere avuto un pisellino proprio. E’ solo apparenza.
Al contrario, man mano che gli anni passano, prendo coscienza del fatto che se, da un lato, è vero che storicamente e vigliaccamente gli uomini hanno finito col prendere il sopravvento (non per forza maggiore ma per misoginia); dall’altro lato, è pur vero che noi povere illuse continuiamo a trattarli come se fossero figli nostri … e ci lamentiamo, ci lamentiamo fino alla nausea.
Infine, cosa più terribile e inconscia, finiamo con il considerare una nascitura quale nuova atleta in grado di raccogliere la nostra staffetta stracolma di frustrazioni e privazioni. Non lo si fa per cattiveria ma per abitudine cronica alla sottomissione.
In altre parole, conoscendo la mia posizione, la mia cronica acidità verso tutto ciò che il mio cervello considera fuori da ogni logica, io tremo.
Tremo per quella povera “Sara - principessa indiana” che sta venendo al mondo, per quella giovane ascoltatrice di confidenze inconfessabili e per tutti quegli insegnamenti all’acido muriatico che sarò in dovere di trasmetterle dal momento in cui verrà al mondo!Perché noi donne oltre ad essere brave, profonde, intelligenti ed analitiche … in fondo in fondo, ma non troppo, siamo un po’ STREGHE!


P.s. Ogni riferimento a cose o persone è puramente casuale. Nella mia lunga e intensa vita, infatti, non ho mai incontrato uomini di quella natura. Per fortuna, nonni, genitori, compagni di scuola, colleghi, suoceri, amici e chi più ne ha più ne metta non hanno mai dimostrato di possedere le suddette “qualità”…

lunedì 15 settembre 2008

Sono belle le grandi sorprese...


E dopo mesi e mesi e mesi di silenzio … siamo quiiiiiiii!!!!!!!!!!
Siamo? Sì siamo. Tra i lavori in corso di cui si parlava e che, poco alla volta verranno trattati in modo approfondito (nei limiti della decenza, ovviamente!), c’è la nostra meravigliosa quanto inaspettata seconda avventura nel mondo delle pancere, dei pannoloni, delle nausee e mal di schiena e chi più ne ha più ne metta.
Per farla breve, anche se dura nove mesi, siamo letteralmente incinti. Sì incintI. Perché a casa mia ogni cosa riguarda la famiglia tutta e se devo essere incinta io, dovranno esserlo pure Alessandro e Lorenzo!
Se tutto va bene, dunque, fino al prossimo Gennaio le bloggers saranno due.
Questa è un’altra novità: per la gioia di uno dei più gelosi uomini siculi di tutto l’universo terracqueo, fimmina è!...e non aggiungo altro!
A tal proposito avremo modo di trattare tanti punti che riguardano sia la gravidanza che tutto ciò che vi gravita attorno a partire dai consigli non richiesti, dalle liste di nomi non richieste, dalla possibilità (assolutamente discriminante tra uomini e donne) di poter scegliere tra miliardi di tonalità di rosa e, dulcis in fundo,tutto quello che di questa magica avventura non si dice affinché non si registri un calo brusco delle nascite.
Tuttavia, oggi, vorrei solamente farvi presente che se il mio livello di acidità è rinomato per essere uno dei più elevati al mondo, che cosa ne sarà di questo povero blog giacché siamo ben DUE donne in una? Se la bimba ha preso da mamma (e spero per lei di no) siamo letteralmente fottuti!

lunedì 8 settembre 2008

Lavori in corso...

ci scusiamo (io e tutti i miei io) per il disturbo maaaaa... stiamo lavorando per voi!

venerdì 18 aprile 2008

Cartolina dalla Germania


Caro Diario di Viaggio,
ti scrivo questa lettera per manifestarti tutto il mio disappunto.
Carnevale è passato da un pezzo. Così il pesce d’Aprile. Dunque, mio caro amico, non mi resta che chiederti cosa ti abbia spinto a metter su una tragicommedia del genere. Scherzo? Parli di scherzo?
Se la tua intenzione era quella di farci ridere, sappi che è stato un flop. Un fallimento.
Certo, col senno di poi, mentre ti scrivo questo accorato appello riesco a sorridere. Non tanto per la tua fantasia, quanto per il famoso principio della Retta della mia vita che, per arcani misteri, più che essere tendente all’infinito sembra puntare sempre e comunque al mio pregiatissimo fondoschiena.
E’ stato abbondantemente apprezzato il tuo tentativo di rendere la nostra vacanza entusiasmante, imprevedibile. Apprezzerò ancor di più il tuo sforzo di recuperare al prossimo viaggio.
Carina. Molto carina la mia congiuntivite del primo giorno. Mi aiutava ad illudere gli altri che fossi sempre scompisciata dalle risate. Risate grasse da lacrime agli occhi.
Certo, il mal d’orecchi del giorno dopo potevi risparmiarmelo: non è carina la sensazione di avere un cono conficcato nell’orecchio e l’esigenza di camminare col capo chino a sinistra per cercare di captare le parole altrui.
So anche che non ti è mai piaciuto applicare due pesi e due misure. Tuttavia, non era necessario far venire la cervicale ad Ale. Quella tosse poi!
Lo sappiamo che sei bravo e che riesci in tutto ciò che ti sta a cuore.
Ma ti sembra carino che un bimbo di due anni debba svegliarsi al mattino senza riuscire a comunicare con il suo occhio destro che fuori il cielo è azzurro e, quindi, potrebbe anche schiudersi?
Povero Bimbo: “Io non ho paura, non sono spaventato. Ho l’occhio appiccicato!”
Buongiorno anche te, Fortuna!
Immagino che facesse parte del tuo scherzo quella pioggerellina incessante, leggera e delicata che ci ha costretti a camminare per le vie del centro ricordando agli altri pedoni il fotogramma di un film tristissimo ambientato alla fine della seconda guerra mondiale.
Un papà pallido e con lo sguardo fisso nel vuoto che spinge (o si appoggia) su un passeggino più simile ad una camera iperbarica dove di un bimbo piangente, lacrimoso e dolorante s’intravedono gli abbozzi di due occhietti un tempo vivaci, non è certo un bello spettacolo.
E quella mamma, poi! Mantenere sul viso un abbozzo di sorriso facendo finta d’ignorare qualsiasi imprevisto, di certo, non dev’essere stata impresa facile.
Ancor più difficile l’escursione presso quell’antico villaggio di alchimisti in cui la tradizione si fonde con la tecnologia e che, per comodità letteraria, chiamerò: Farmacia.
In un tedesco pieno di buoni propositi e povero di vocaboli non è stato semplice far capire alla banconista come potesse essere possibile che un bimbo di due anni avesse “una donna incinta nell’orecchio!”
Sarà stato lo strabuzzamento degli occhi della donna a far comprendere che forse “mal d’orecchi” aveva un altro nome.
Ma “chi ha lingua passa il mare” (dice mia nonna) e, per fortuna, è arrivata in nostro soccorso un angelo vestito di bianco in grado di comprendere e parlare l’italiano.
A dire il vero, tuttavia, mi ha stupito sapere che in italiano il verbo “riscaldare” possa essere tradotto con un “Ahhhh, ahhhh, ahhh” associato al gioco dei mimi.
Ci mancava solo che l’impiegata tornasse con un vibratore in mano da mettere mattina e sera nell’orecchio di mio figlio per alleviare i dolori di quella donna incinta che aveva deciso di affrontare il travaglio nell’orecchio del povero bimbo!
“OTALGAN”. Bastava dire “OTALGAN!”: unico farmaco non tradotto nel passaggio dalle case farmaceutiche tedesche a quelle italiane.
Ma l’importante è che tu ti sia divertito!
E che dire del quarto giorno?Non dimenticherò presto il busto di Ale che, aggiungendosi a una doppia congiuntivite, un triplo mal d’orecchio, la cervicale e la tosse, sembrava uno di quei funghetti tanto carini ma velenosi. Per la prossima volta dei pois neri saranno ben accetti. Il rosso non gli ha mai donato.
Per fortuna ci erano rimasti due giorni a disposizione. I due giorni che avrebbero fatto la differenza: tra la sfiga e la burla.
Ti ringrazio, innanzitutto, per averci concesso una splendida giornata di sole anche se, secondo il mio modesto parere, avresti potuto sforzarti un po’ di più. Insomma, Mio Caro Amico, diciamocela tutta: perché non darci pure la possibilità di prelevare dallo sportello bancomat?
Era troppo chiederti una giornata di puro diletto? In fin dei conti non chiedevamo nulla di esorbitante. Portare un bimbo al Parco dei Dinosauri non mi sembra una richiesta eccessiva.
Che fossi un burlone l’avevamo già capito e, per questo, non c’era bisogno di farci percorrere quarantacinque chilometri, provare a prelevare con due carte diverse, di due banche diverse e intestate a persone diverse in ben quattro banche. Lasciare che il bancomat ingurgitasse e digerisse la carta di Ale, mentre io e Lorenzo aspettavamo per ben un’ora in un paese sperduto, è stata la tua ciliegina sulla torta?
Non volevi che sperperassimo il nostro denaro? Dici che l’hai fatto solo per il nostro bene? Se è così allora potevi farci trovare tre panini imbottiti sotto il sedile della macchina. Non è carino lasciare che un bimbo, all’ora di pranzo, lontano da casa e affamato, sia costretto a scegliere se pranzare con dieci biscottini, un cioccolato o una merendina. Va bene, mettiamo da parte gli adulti!
Ma dimmi una cosa: hai riso veramente quando il bimbo è stato costretto a salire sulla giostra e simulare che si muovesse perché la sua mamma doveva scegliere se spendere l’ultimo euro per la gioia del figlio o per la sua sopravvivenza psicologica?
Su dai … lì non c’era proprio un cazzo da ridere!
Comunque, Caro Amico, pur non condividendo il tuo scherzetto prendo atto della tua buona fede e ti offro una seconda possibilità: agli amici, quelli veri, si offre sempre!
Ci vediamo a Giugno e, cortesemente, senza scherzi!


Tua per sempre
Claudia

martedì 15 aprile 2008

Quando gli altri si spiegano meglio di me...(Cirano di Francesco Guccini)


"Venite pure avanti, voi con il naso corto, signori imbellettati, io più non vi sopporto, infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio perché con questa spada vi uccido quando voglio.


Venite pure avanti poeti sgangherati, inutili cantanti di giorni sciagurati, buffoni che campate di versi senza forza avrete soldi e gloria, ma non avete scorza; godetevi il successo, godete finchè dura, che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura e andate chissà dove per non pagar le tasse col ghigno e l' ignoranza dei primi della classe. Io sono solo un povero cadetto di Guascogna, però non la sopporto la gente che non sogna. Gli orpelli? L'arrivismo? All' amo non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco, io non perdono, non perdono e tocco!




Facciamola finita, venite tutti avanti nuovi protagonisti, politici rampanti, venite portaborse, ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false che avete spesso fatto del qualunquismo un arte, coraggio liberisti, buttate giù le carte tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese in questo benedetto, assurdo bel paese. Non me ne frega niente se anch' io sono sbagliato, spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato; coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco e al fin della licenza io non perdono e tocco, io non perdono, non perdono e tocco!



Ma quando sono solo con questo naso al piede che almeno di mezz' ora da sempre mi precede si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore che a me è quasi proibito il sogno di un amore; non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute, per colpa o per destino le donne le ho perdute e quando sento il peso d' essere sempre solo mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo, ma dentro di me sento che il grande amore esiste, amo senza peccato, amo, ma sono triste perché Rossana è bella, siamo così diversi, a parlarle non riesco: le parlerò coi versi, le parlerò coi versi...




Venite gente vuota, facciamola finita, voi preti che vendete a tutti un' altra vita; se c'è, come voi dite, un Dio nell' infinito, guardatevi nel cuore, l' avete già tradito e voi materialisti, col vostro chiodo fisso, che Dio è morto e l' uomo è solo in questo abisso, le verità cercate per terra, da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali; tornate a casa nani, levatevi davanti, per la mia rabbia enorme mi servono giganti. Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco e al fin della licenza io non perdono e tocco, io non perdono, non perdono e tocco!




Io tocco i miei nemici col naso e con la spada, ma in questa vita oggi non trovo più la strada. Non voglio rassegnarmi ad essere cattivo, tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo: dev' esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto dove non soffriremo e tutto sarà giusto. Non ridere, ti prego, di queste mie parole, io sono solo un' ombra e tu, Rossana, il sole, ma tu, lo so, non ridi, dolcissima signora ed io non mi nascondo sotto la tua dimora perché oramai lo sento, non ho sofferto invano, se mi ami come sono, per sempre tuo, per sempre tuo, per sempre tuo...Cirano"

venerdì 28 marzo 2008

Se la forma è più importante del contenuto, caro Amico, sei perduto!


A poco serve che per anni ti hanno insegnato che mai bisogna guardare alle apparenze. Prima o poi ci caschiamo tutti. Belli e brutti. Alti e bassi. Colti e non.
E’ così che un corso di potenziamento presto rischia di trasformarsi nella pubblicità di un circo: bambini e ragazzi potenziati che potenzialmente hanno imparato tante cose, la più grande delle quali dice che “Potente è spesso Apparente”.
Certo, in qualità di “Esperto di Lingua Inglese”, tutto questo dovrei dirlo usando quell’idioma che dovrei anche insegnare.
Credo verrebbe fuori qualcosa del genere: “Powerful is often Apparent”.
Dovrei cercare di ricordarlo alla prossima lezione: sarebbe carino aggiungerlo al motto dell’Unione Europea. “Uniti nella diversità (sott. ce ne fottiamo) e all’apparenza noi puntiamo!”
Per chi ancora non avesse compreso il motivo di tanta acidità, mi appresto a spiegare cosa abbia suscitato tanto scompiglio tra i miei amici folletti.
Qualcuno, uno bello potente, ha cercato di farmi capire che non importa che i ragazzi imparino a parlare in inglese. Non è indispensabile che trovino la forza di sconfiggere quella timidezza che spesso ci costringe a rimanere in silenzio sopraffatti dall’insicurezza. Peggio ancora, non è scritto da nessuna parte che debbano potenziare quelle strutture di cui già godono per costruirci su un bel castello culturale dalla robustezza tale da resistere alle intemperie ed al trascorrere dei tempi.
No! Ciò che conta è che siano in grado di recitare a memoria una bella frasetta ad effetto, possibilmente in inglese, con un sottofondo musicale lacrimoso e, volendo essere perfezionisti, una lacrima di commozione che solca il visino innocente di quest’albero in fiore sotto un cielo di primavera dalle tinte multicolore.
A cosa serve spiegare che hai cercato di dare loro qualcosa che vada oltre l’apparenza e che, con il massimo dell’umiltà, hai sperato di donargli quella tecnica che ai tuoi tempi hanno dimenticato di suggerirti?
No! Allestiamo un piccolo spettacolino per la gioia del cineoperatore e siccome il tema di quest’anno sono i colori, sventoliamo le bandierine di quella Unione Europea grazie alla quale il corso si è potuto organizzare.
Non ci fa niente se qualcuno mi ha proposto, in un rigurgito di genialità, di usare come canzone di sottofondo lo stesso inno dell’Unione Europea.
Mentre i miei folletti si piegavano su se stessi in preda a un’incontenibile risata isterica, dalla mia bocca uscivano testuali parole: “Certo, potrebbero farlo se sapessero suonare tutti uno strumento musicale. Sarebbe stato ancora meglio se Beethoven ci avesse lasciato pure le parole dell’Inno alla Gioia”

mercoledì 19 marzo 2008

Lesson four - ridin en compreenscion


La quarta lezione d’inglese è stata in parte un prosieguo della precedente.
I ragazzi infatti, dopo aver capito che anche la Sicilia fa parte della European Union e che la bandiera has a blue background with a circle of 12 gold stars non perché i paesi membri in origine furono dodici, hanno anche capito che United in Diversity significa che pur avendo dei nomi diversi preferiamo concentrarci sui valori comuni.
My name is Claudia, your name is Gloria. I believe in friendship, you believe in friendship. It’s wonderful!
Hanno avuto qualche perplessità nell’accettare che a tredici anni anche io ero incazzata con il mondo intero e che a trent’anni la situazione non sia cambiata di molto nonostante i miei sorrisi.
La scorsa volta ho fatto sentire loro “Bad” degli U2 che, ovviamente, conoscevano solo per sentito dire. E quando ho chiesto a chi virtualmente proveniva dalla Francia se avesse mai sentito parlare di Manu Chao, mi ha risposto con la manina “Ciao ciao”.
E i miei folletti ridono. Muoiono dalle risate mentre mi vedono alle prese con concetti semplici ma molto difficili da spiegare.
Inoltre, apparentemente per caso, i miei discorsi portano sempre a un elenco di nuovi termini da imparare. Così l’ultima volta hanno capito che il marito di mia madre, che non è mio padre, è sicuramente il mio STEP-FATHER.
Hanno avuto qualche difficoltà ad accettare il fatto che non fossi per nulla ironica quando affermavo: “Aim veriiiiii laki!” per il semplice fatto di avere in ordine:
1. Father
2. Step-father
3. Mother
4. Step-mother
5. Brother
6. Step-brother
7. Step-sister


E’ probabilmente a quel punto che hanno deciso di farmi rientrare nella categoria “Professori simpatici”, piuttosto che chiamare gli assistenti sociali. Sta di fatto che al momento della pausa nessuno ha voluto lasciare l’aula.
Dal canto mio, ho scoperto che l’andata in coppia in bagno è insita nella stessa natura della donna. Non importa il paese di provenienza, il tuo nome, l’estrazione sociale: a partire dalla pubertà, in bagno ci si va assolutamente in due.
Forse, dunque, ha ragione chi afferma che in me giace un maschio. Non si riferiva di certo al cesso!
Siamo anche partiti. Due ragazze hanno trovato immediatamente lavoro in un’agenzia di viaggi della quale sono socia onoraria, mentre tutti gli altri da bravi clienti chiedevano brochure e offerte last minute.
Il problema è sorto allorché qualcuno ha chiesto un biglietto per Madrid perché aveva tanta voglia di fare una vacanza al mare… “meibi iu ar not so gud at giografi!” … “cud iu ripit pliiiis?” … “Don’t uorri, bi appi”
Conosco un paio di persone che avrebbero messo a repentaglio la propria vita pur di affermare che Madrid è il maggior porto della Spagna: non alla scuola media!
Infine, ho appreso una lezione veramente importante. La differenza tra noi italiani e gli altri si nota già nelle piccole cose.
La truffa, forse, è nel nostro stesso dna. Volendo essere meno severa, forse, potrei parlare d’ingenuità. Non si spiegherebbe altrimenti la differenza che c’è tra l’italiano “Ufficio bagagli smarriti” e l’anglofono “Lost and Found Office”.
Insomma, noi i bagagli li perdiamo e basta (volendo avrebbero potuto citare il dantesco “lasciate ogni speranza, voi che entrate!”); nei paesi anglofoni sono certi di ritrovarli. Questo sì che è ottimismo!
Mentre riflettete su quest’ultimo punto, ripetete:
Peter Piper picked a pack of pickled peppers. If Peter Piper picked a pack of pickled peppers, how many pickled peppers did Peter Piper pick?

giovedì 13 marzo 2008

Ai spik inglish - lesson tiu



(il disegnino non è del tutto mio … e si vede!)
Ieri ho dovuto prendere atto che tra me e gli studenti della mia classe, nella loro ancora ingenua testolina, corre la stessa differenza che c’è tra un mammut e un elefante.
L’ascolto della canzone di cui vi ho parlato nel post precedente ha riscosso un enorme successo. Superate le angosce provocate dalla possibilità di prendere dei voti (bastardo chi li ha inventati!), infatti, hanno accettato di buon grado e con entusiasmo di partecipare al gioco che proponevo loro: individuare dall’ascolto il maggior numero di vocaboli.
Il problema, dunque, non è stato determinato dal gioco in sé, quanto dal dover prendere atto che nessuno sapesse chi fossero i figli dei fiori. E vai con la descrizione del loro abbigliamento (gonne colorate, treccioline colorate, etc…), della loro stravaganza (contestualizzata negli anni in cui il fenomeno ebbe inizio) e, soprattutto, della loro filosofia.
Inutile dirvi che ho preferito limitarmi all’enunciazione di “Peace & Love” tralasciando piccoli particolari tipo libertà sessuale, libera diffusione delle droghe e, infine, Woodstock.
Anche perché se avessi detto loro “Woodstock”, con ogni probabilità mi avrebbero risposto: “Cud iu ripit plissss?”
E io: “Woodstock”
E loro con lo sguardo vitreo e atterrito di chi non solo non sta capendo niente, ma ti sta prendendo per pazzo: “I laik english veri mach!”
La differenza tra l’elefante e il mammut si è ripresentata allorché abbiamo parlato (in realtà è stato un piccolo monologo) dei principi di base dell’Unione Europea grazie alla quale, per altro, stanno frequentando questo corso di potenziamento.
L’euro, ad esempio, è l’euro. E vai a spiegare che alla loro età compravo tutto con la lira e che per partire avevo bisogno del passaporto.
Eccoli ripresentarsi quegli occhi di ghiaccio che ti fissano come se stessi dicendo parole tipo: “Gabalà, tetoché, piripin ciripà…blaubleu ziu zazzo!”
A quel punto cominciano a pesarti i tre orecchini che pendono da un unico lobo. Mentre il piccolo tatuaggio che, ovviamente, resiste ancora al peso della gravità, sembra sussurrarti parole del tipo: “Bella mia, per loro, hai superato da un pezzo il giro di boa!”
Tristezza? No. Assolutamente no. Al contrario, ero e sono ben felice di scoprire che i cicli della vita, in quanto tali, si ripetono sempre con la stessa cadenza. Tutti, nonostante le diversità, percorriamo le stesse strade e, di generazione in generazione, aggiungiamo piccoli particolari.
Sono un mammut felice che ha tanto da imparare da questi giovani elefanti.
Oggi pomeriggio tornerò all’attacco con l’ Unione Europea e, soprattutto, con il suo motto:
UNITED IN DIVERSITY.

lunedì 10 marzo 2008

Di ritorno Ai spik Inglish

Non scrivo sul mio blog da un’eternità.
Non che fossi a corto d’ispirazione. Il tempo. Il tempo è mancato.
E dire che secondo le più diffuse scuole di pensiero, la sottoscritta, dovrebbe averne una quantità abnorme a disposizione.
Potrei raccontarvi delle mie peripezie tra gli uffici.
Potrei raccontarvi del ritorno inaspettato della Banda del Virus la quale, per altro, pare abbia deciso di trasferirsi in pianta stabile a casa mia.
Mentre scrivo per aggiornarvi sulle peripezie della mia esistenza, al suono di Hare Krishna (versione Hair), i miei folletti si sono lanciati in uno spettacolino degno di Broadway. Dovreste vederli con le loro tuniche arancioni mentre ballano in cerchio e sorridendomi mi fanno gesti con la mano che ricordano tanto gli anni ’70 con i loro Peace and Love.
Ci vogliamo bene noi!
La mia assenza è stata determinata anche dall’incarico di Esperto di Lingua Inglese presso una scuola media della provincia di Palermo.
Chiamatemi Esperto. Non osi qualcuno chiamarmi Professoressa! Non vorrei urtare la sensibilità di chi quel titolo se l’è sudato in trent’anni di carriera!
Dottoressa, esperta in lingue. Più pornografico di così si muore.
Carini i miei allievi. Alunni? Discenti? Studenti? Ognuno li chiami come più preferisce.
Tanto, chi ha seguito con attenzione il mio blog, sa di certo che nutro una certa repulsione per le etichette.
Ma studenti sono…E se le gerarchie esistono, bisognerà pur rispettarle (gentile omaggio a chi ci tiene particolarmente!)
Il corso affidatomi è di potenziamento. Per questo motivo ho ritenuto assolutamente inutile impostare le lezioni su elenchi infiniti di regole grammaticali. Il mio motto è: Giochiamo e impariamo.
Per questo motivo ho chiesto ai miei riluttanti e dubbiosi allievi di fingere di trovarsi in un prestigioso College della Gran Bretagna in compagnia di studenti provenienti da tutte le parti del mondo.
Brutta età quella della pubertà. Me la ricordo bene e provo una gran pena per tutti gli insegnanti che hanno dovuto cozzare con la mia resistenza!
Ma, chi sputa in cielo in faccia torna. Così, è toccato a me ritrovarmi davanti le facce perplesse e incazzate di chi ce l’ha con il mondo intero giusto perché l’età lo richiede.
Per fortuna non è durata molto questa forma di attentato psicologico alla mia persona. Forse mi ha aiutata il fatto che non si aspettavano di trovarsi davanti una “professoressa” delle mie dimensioni, con più di un paio di orecchini sparsi per i lobi e, soprattutto, i capelli non esattamente in piega!
Sono rimasta particolarmente stupita dalla loro bravura e, soprattutto, dalla loro educazione.
Non mi riferisco, ovviamente, alle risatine isteriche che accompagnavano ogni mia “soffiata di naso”. Si sa. A tredici anni soffiarsi il naso, usare l’ombrello quando piove, asciugarsi i capelli perché da grandi verrà la cervicale, sono tutti argomenti Taboo. Cose da vecchi.
A Taboo, in compenso, ci abbiamo giocato dopo aver terminato il test di verifica. Sarò pure moderna, ma il test di verifica va fatto! E i voti, purtroppo, vanno dati!
Ma questa è un’altra storia.
Ometto, inoltre, il mio ingresso a scuola quando la bidella mi ha specificato che i corsi erano solo per i ragazzi iscritti in quell’istituto. “Sono l’insegnante!”… “Ah”
Poiché mi attendono ancora un bel po’ di lezioni, è mia intenzione rendervi partecipi della mia esperienza. Magari avremo tutti qualcosa da imparare.
Durante la prossima lezione, ad esempio, farò ascoltare alla classe un brano tratto da musical di Hair. Chi lo conosce, non tremi. Non ho intenzione di fargli conoscere il modo in cui la parola cunnilinguo si pronuncia in inglese. Ci sarà tempo e modo per scoprirlo da soli.
No. Ascolteranno il brano intitolato “I Got Life” in quanto presenta un elenco delle parti del corpo che, ahimè, non conoscono ancora.Vi riporto il testo: ripassare non ha mai fatto male a nessuno!

I GOT MY LIFE
I got life, mother
I got laughs, sister
I got freedom, brother
I got good times man
I got crazy ways, daughter
I got million-dollar charm, cousin
I got headaches and toothaches
And bad times too
Like you...

I got my hair, I got my head, I got my brains, I got my ears, I got my eyes, I got my nose, I got my mouth,
I got my teeth, I got my tongue, I got my chin, I got my neck, I got my tits, I got my heart, I got my soul, I got my back (I got my ass)
I got my arms, I got my hands, I got my fingers, got my legs, I got my feet, I got my toes, I got my liver, got my blood

I got life, mother
I got laughs, sister
I got freedom, brother
I got good times, good time man
I got crazy ways, daughter
I got million-dollar charm, cousin
I got headaches and toothaches
And bad times too
Like you...
I got my hair, got my head, got my brains, got my ears, got my eyes, got my nose, my mouth. I got my teeth I got my tongue, got my chin, got my neck, got my tits, got my heart, got my soul, my back (I got my ass)I got my arms, I got my hands, I got my fingers, Got my legs, I got my feet, I got my toes, I got liver. Got my blood
Got my guts Got my muscles I got life, life, life, life LIFE !

lunedì 18 febbraio 2008

Quando la differenza tra una pi e una elle è questione di logica


C’è una caratteristica fondamentale che distingue un utente delle poste palermitano da uno del Trentino: un irrefrenabile desiderio di anarchia.
Se vogliamo possiamo ricondurre tutto alla vecchia storia delle dominazioni e, di conseguenza, all’assenza di stabilità.
Il palermitano, infatti, tende a vivere la propria vita come se si trattasse di una costante affermazione dei propri diritti, o un’affermazione della propria esistenza. Sarà per questo che in estate la spiaggia di Mondello alle sei del pomeriggio è più simile allo stadio di San Siro dopo il concerto degli Iron Miden. Non si dica mai che un palermitano non è passato da lì.
Plateale. E’ l’altro termine che mi viene in mente se provo a soffermarmi sui miei concittadini.
Folcloristico, invece, il termine con il quale si tende a camuffare qualsiasi forma di arroganza, invadenza e logorrea. Alcuni gli preferiscono gli aggettivi ospitale e caloroso.
“Tutto il mondo è paese”. Mai assunto è stato più errato se applicato alla mia città. Anche perché “paese” nella prospettiva di un palermitano indica qualsiasi comunità estranea alla propria. Anche se vieni da Londra, da New York o Pechino la domanda di rito sarà: “Quando scendi al paese?” E non si riferirà di certo alla Gran Bretagna, né agli Stati Uniti né, per concludere, alla Cina.
Il Paese, sempre nella prospettiva del palermitano, è quel luogo in cui una comunità presenta un accento diverso dal proprio, dove la gente non sa guidare e che per essere raggiunto ci vede impegnati in un’azione di discesa. Poco importa se vivi sul Machu Pichu.
Questo atteggiamento, tuttavia, non è da considerare offensivo. Il palermitano, infatti, accetta con pacifica benevolenza qualsiasi forestiero ed ha la giusta apertura mentale per comprendere che non tutti sono in grado di parlare con la sua stessa dizione perfetta. Non si spiegherebbe altrimenti il successo politico di chi ha fatto di ogni T una D, o di una P una B. “Bello! Mi biage guesdo esembio!”
Il palermitano odia le regole. Quantomeno, l’unica regola comunemente accettata è che non ci sono regole o se ci sono, vanno considerate quale test da superare per dimostrare la propria furbizia.
Il concetto di Furbizia, tuttavia, cessa di essere la quintessenza dell’intelligenza.
Sin da quando nasciamo dobbiamo dimostrare al mondo intero di essere furbi. Più furbi di tutti i furbi.
E’ per questo motivo che un’azione tanto semplice quanto il pagamento di una bolletta, riesce a trasformarsi in una questione di sopravvivenza.
Alle Poste, per risolvere il problema “furbi”, hanno messo i numeretti che, selezionati da un computer centrale, stabiliscono chi debba essere il prossimo. E’ tragedia.
Una fila composta sta al palermitano, come un paio di mocassini a un barboncino.
Un’attesa numerata sta al palermitano, come la definizione di Vatusso sta a me. Non c’entra un cazzo!
Per tutti i motivi già discussi il voler inviare una raccomandata riesce a trasformarsi in un evento degno di prima pagina. Fila P, numero 46.
Il tabellone indica il numero P 41.
Il signor L 42 è felice perché si vede già davanti lo sportello e, di conseguenza, fuori da quegli uffici.
Il signor P 42 sa che, di lì a poco, sarà il suo turno.
Bip! P 42.
Inutile spiegare al Signor L che non è sufficiente il numero 42 per dargli la precedenza su tutti gli altri.
Inutile dirgli che tra una L ed una P, finanche nell’alfabeto, ci hanno messo tre lettere.
Il signor L 42, quindi, dà inizio ad un vero e proprio show che, in men che non si dica, coinvolge tutti.
La signora A 18, per esempio, si lamenta con la vecchietta B 06 perché avrebbe più senso che la P venisse utilizzata per il ritiro delle pensioni, piuttosto che per l’invio di missive. Il suo ragionamento sarà stato del tipo: “P = Pensione; L = Lettere; A = Ancora soldi mi chiedono!; B = Booooo! Non lo so”
Dal canto suo, la vecchietta B 06 rifiuta di accettare che per pagare il bollettino avrebbe dovuto ritirare il biglietto A.
“E’ da un’ora che sono qui!” dice la vecchietta.
“Sì, signora. Ma non importa. Avrebbe dovuto prendere la A, risponde l’altra.
“A me l’altra volta mi hanno fatto rifare la fila”, interviene il signor L 49.
“E’ da due ore che sono qui” risponde la vecchietta, noncurante del fatto che sono appena passati 30 secondi da quando ha detto che aspettava da un’ora.
Bip. P 43.
“Minchia! Ma dite vero?” urla il signor L 42. “Ma cosa le costa alternare una P con una L?”
Riuscire a spiegare che la sequenza dei numeri e delle lettere non dipende dal povero dipendente delle poste è un’utopia. L’addetto allo sportello, dal canto suo, non mostra alcun segno di cedimento: indicativo del fatto che se per me è un evento degno di nota, per lui è normale routine quotidiana.
Per fortuna, interviene il Signor A 21: “Seeeenta! E’ come la lotteria. I numeri niascinu, ma uno mica u sape quale?”[1]
Bip. P 44.
“Ma stamu babbiannu?”[2] incalza il signor L 42. “Amuninni, camu agghiri a travagghiari!”[3]. Poco importa se lo stesso signore abbia superato da un pezzo l’età pensionabile.
Bip. P45.
Delirio.
Tra la folla, più simile a un gregge di pecore intenzionato a passare contemporaneamente da una minuscola fenditura in una roccia, si innalza la voce di un filosofo: “Meno male che è caduto il governo!”
Purtroppo la sua ironia non viene colta e il signor L42, in procinto di avere le convulsioni, spiega che sicuramente Berlusconi al potere saprà come evitargli quell’inutile attesa.
Mentre provo ad immaginare il cavaliere dalla chioma fluente che, poggiando la spada sulle spalle degli utenti, stabilisce chi sia il più meritevole, arriva una risposta che non fa una piega : “Perché, che fa, se c’è Berlusconi si mette lui a dargli il bigliettino!”
Bip. P 46.
Tocca a me. Preoccupata per l’imminente reazione del signor L42, mi avvicino allo sportello con la massima cautela.
“Miiiiiiiinchiiiiiiiiaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa! Una Pi e una Elle. Una pi e una elle. Una pi e una elle. Una pi e una elle. La fa uscire una elle? E’ una questione di LOGICA!
Una Pi e una Elle. E’ LOGICA!!!!!!!!”
A questo punto, nonostante il terrore di un’imminente rissa, non posso trattenere le lacrime.
Dopo aver inviato la mia busta non riuscivo ad andare via per paura di perdere qualche altra battuta esilarante.
Quando mi sono resa conto di non poter trascorrere il resto della mattinata in compagnia di quell’allegra combriccola, nonostante allo sportello 3 fosse uscito il numero A30, la signora B 06 si accingeva a pagare la sua bolletta facendo notare che da tre ore aspettava paziente il suo turno. W Bergson e il flusso di coscienza!
Che fine ha fatto il signor L42?
Non saprei.Bip. P 47.



[1] “I numeri escono, ma non si può stabilire quale”
[2] “Ma, stiamo scherzando?”
[3] “Forza! Dobbiamo andare a lavorare”

sabato 16 febbraio 2008

Mrs Eroti...khan traduce

Ti guardo. Osservo i tuoi occhi e vedo le fiamme di un fuoco che conosco già.
Non è l’ira a spingerti verso gesti irrequieti e cadenzati...Passione.
Il tuo respiro profondo mi indica un percorso già compiuto mentre i brividi di quell’ansia nota mi invitano
a ballare, una volta ancora, tra i veli di mille ricerche...mute.
Una nuova forza agita le mie mani che tremano. Le mie dita toccano la tua pelle come dita che accarezzano la tastiera di un pianoforte...dolci melodie e suoni sconosciuti percorrono le mie braccia fino ad arrivare al petto.
I miei piedi si piegano e come radici cercano un punto in cui fermarsi e attecchire...nessun vento potrà estirpare il loro tronco. Solo le foglie, solo i rami accompagneranno i suoi movimenti, il suo soffio, il suo ritmo differente.
La tua bocca socchiusa mostra un desiderio fattosi persona...continua a cercare un compagno per i suoi giochi...la mia testa asseconda il tuo desiderio e le mie labbra si schiudono per accogliere il tuo respiro.Il mio corpo vuole danzare e le mie cosce si aprono affinché questo incontro, vissuto mille volte ma
atteso sempre con la stessa sete, diventi più dolce che mai.
I tuoi polpastrelli accarezzano la mia pelle nuda...percorrono un cammino fatto di tremori fino a raggiungere il frutto maturo della mia esistenza.
La mia schiena si inarca e i miei seni si avvicinano al tuo viso...le tue labbra socchiuse assecondano il loro desiderio.
Un fiume caldo inonda il mio corpo mentre le tue mani raccolgono la linfa vitale della mia essenza...Le dita bagnate poggi sulle mie labbra per continuare quella danza che allontana la sua fine.Sei più vicino, il tuo petto vuole toccare il mio. Alzo gli occhi per incontrare il tuo sguardo...tenero ed eccitato...dalla tua fronte rivoli di acqua marina gocciolano sulle mie labbra...la mia lingua vuole bere te.
Il tuo sapore si unisce a una certezza: sono tua, sei mio!
Scariche elettriche percorrono il mio corpo...la danza ha avuto inizio! Le nostre teste si muovono insieme accompagnando la musica del desiderio ...crescendo di frenesia e passione...violenta tenerezza in un cammino che allontana la sua meta.
Attorno a noi tutto è oscuro, gli oggetti ci guardano con discrezione...partecipano di un segreto che mai confesseranno. Le nostre mani si incontrano, le nostre dita si incrociano, si stringono fino a provocare un dolore silenzioso che non trova spazio nella grande mistura di piaceri.
Un gemito, un urlo soffocato segnalano l’arrivo ad una meta già conosciuta...il porto della soddisfazione e della simbiosi totale.

venerdì 15 febbraio 2008

Ho trovato questo


Cercando tra le mie composizioni di spagnolo all'università, ho trovato questo sonetto.

Pur non amando la poesia, non ho potuto fare a meno di cogliere la somiglianza con il mio attuale stato emotivo apprezzandone le capacità sintetiche.

L'autore si chiama Garcilaso de la Vega (1503 – 1536) e scriveva durante il regno di Carlo V.


Cuando me paro a contemplar mi estado
Y a ver los pasos por do me ha traído,
hallo, según por do anduve perdido,
que a mayor mal pudiera haber llegado;

mas cuando del camino estó olvidado,
a tanto mal no sé por do he venido;
sé que me acabo, y más he yo sentido
ver acabar conmigo mi cuidado.
(…)

mercoledì 13 febbraio 2008

Mrs Eroti...khan all'Università scriveva così:

Te miro. Miro tus ojos y veo las llamas de un fuego que conozco ya.
No es la ira que te empuja hacia jestos inquietos y cadenciosos, sino Pasión.
Tu aliento hondo y pausado me indica un camino que he recorrido ya, y los escalofríos de aquella ansiedad conocida me invitan a bailar, otra vez, entre los velos de mil búsquedas…mudas.
Una fuerza nueva agita mis manos que tiemblan. Mis dedos tocan tu piel como dedos que acarician las teclas de un piano … dulces melodías y sonidos desconocidos recorrerán mis brazos hasta llegar al pecho.
Mis pies se hunden y como raíces buscan un lugar donde pueden pararse y plantarse… Ningún viento podrá extirpar su tronco. Sólo las hojas, sólo sus ramas acompañarán a sus movimientos, su soplo y su ritmo diferente.
Tu boca entreabierta roza el deseo que se convirtió en persona, y sigue buscando un compañero de juego; mi cabeza secunda tu deseo y mis labios se abren para que reciban tu aliento.
Mi cuerpo quiere danzar y mis piernas se estiran para que este encuentro, vivido mil veces pero esperado con la misma sed siempre, se vuelva más tierno que nunca.
Tus yemas rozan mi piel desnuda, siguen un paso hecho por temblores hasta llegar al fruto maduro de mi existencia.
Mi columna se dobla y mis senos se acercan a tu cara, tus labios entreabiertos recogen sus deseos.
Un río caliente inunda mi cuerpo, tus manos cosechan la linfa vital de mi esencia…
Tus dedos mojados llevas a mis labios para seguir en aquella danza que adelanta su final.
Estás más cerca, tu pecho quiere tocar el mío. Alzo los ojos y encuentro tu mirada: tierna e inquieta…
Desde tu frente arroyuelos de agua marina caen sobre mis labios y entonces quiero beberte.
La sensación de su sabor se une a una certeza: ¡soy tuya, eres mío!
Descargas eléctricas recorren mi cuerpo. ¡La danza ha empezado ya!
Nuestras cabezas se mueven juntas acompañando la música del deseo: un crescendo de frenesí y pasión, una violenta ternura en una carrera que retrasa su llegada.
Alrededor todo está oscuro, los objetos nos miran con un asombro discreto… hacen parte de un secreto que nunca confesarán.
Nuestras manos se encuentran, nuestros dedos se enroscan, se apretan hasta provocar un dolor silenzioso que no consigue encontrar lugar en la gran mezcla del placer.
Un gemido, un grito reprimido señalan la llegada a un destino ya conocido: ¡el puerto de la satisfacción y de las simbiosis total!

martedì 12 febbraio 2008

Mrs Satiri...khan gioca con le parole

a voLte
capIta
Che
cErti
iNdividui
bazZichino nella tua
vIta convinti di
possederlA
Ma non sanno
chE
Non
poTranno
maiOttenerla!
P.s. Almeno mi è parso che abbia detto questo!

lunedì 11 febbraio 2008

Scrivevo a sette anni...


Io vorrei la mia città piena di aiuole e di alberi lungo i viali.
Desidererei parchi immensi, in modo che i bambini potessero giocare liberamente.
Mi piacerebbe vedere dei vecchietti che passeggiano per le strade e attorno i loro nipotini che si rincorrono l’un l’altro.
Desidererei dei luoghi dedicati tutti ai giovani. Altri dedicati tutti ai grandi.
Vorrei le strade ampie e lunghe. Mi piacerebbe vedere una cagnolina seguita da tutti i suoi cuccioli.
Ma perché la mia città non è come quella che voglio?
Vorrei tante palestre in modo che i ragazzi potessero divertirsi.
Mi piacerebbe moltissimo vedere, al posto dei palazzi, graziosissime villette.
Vorrei guardare fuori dalla finestra e vedere tanti fiori colorati e profumati.
Vorrei guardare le farfalline tutte colorate, volare nel cielo turchino, liberamente.
Mi piacerebbe non vedere le strade sporche. Anzi, le vorrei vedere così brillanti da rimanere a bocca aperta.
Vorrei che nei parco giochi ci fossero panchine di modo che la gente stanca potesse riposare tranquillamente.
Vorrei che per le vie le macchine non corressero più. Per lo meno, penso che così non ci sarebbero più incidenti.
Desidererei che le persone cattive diventassero buone, e quelle malate guarissero.
Desidererei vedere campi immensi ricoperti di verdura fresca.
Mi piacerebbe vedere le signore vestite con abiti larghi e cappelli colorati.
Mi piacerebbe vedere i ragazzi monelli, buoni.
La mia città la vorrei piena di strade illuminate dal sole.
Vorrei che il mio Papà stesse sempre insieme a me. So che non può.
Vorrei che i ragazzi mostrassero la loro bontà ai grandi.
Desidererei che Palermo diventasse piena di scuole.
Vorrei che la gente disoccupata lavorasse e fosse pagata a buon prezzo.
Purtroppo la mia città non è quella che io desidero!
Vorrei che tutti non litigassimo l’un l’altro. Anzi, vorrei che diventassimo più buoni di quel che siamo.
Vorrei che i violentatori non esistessero più.
Vorrei anche che la mia città diventasse la più bella del mondo.
Quante cose mancano alla mia città!
Vorrei che fosse piena di turisti e che nelle scuole insegnassero più educazione agli alunni.
Desidererei che a Palermo le persone passeggiassero lungo i marciapiedi.
Vorrei che la mia città si riempisse di zoo con tutte le specie animali: gorilla, leoni, leopardi, ecc…
La mia città non è quella che voglio!

martedì 5 febbraio 2008

Brillante. Undici/2

Antropoturistica

Dopo aver raccontato della parentesi “black-out”, vi chiederei di fare un passo indietro e ritornare a quello che si potrebbe definire il mio battesimo nel turismo.
La storia che sto per raccontare potrebbe avere come sottotitolo “A buon rendere: l’arte del volontariato”.
Tuttavia, trattavasi di un volontariato consenziente giacché rappresentava quel periodo di stage necessario per ottenere l’autorizzazione ad entrare ufficialmente tra gli operatori del settore turistico.
Quando arrivai in agenzia non fui accolta con grande entusiasmo. Chissà per quale motivo quando arriva uno nuovo, in qualsiasi posto di lavoro, ci si sente obbligati a farlo sentire di troppo.
Questa situazione non durò a lungo perché la mia volontà d’imparare e lavorare furono così manifeste da spingere i miei datori ad affidarmi compiti sempre più importanti e, soprattutto, sempre più numerosi.
Era un periodo di transizione per il mondo delle agenzie turistiche: non tutti possedevano la stampante per i biglietti aerei elettronici. La mia sicuramente non l’aveva.
Detto questo, potete immaginare che uno dei primi compiti fu quello di amanuense. Compilai centinaia di biglietti aerei mandando la gente in giro per il mondo.
In tutta onestà, ciò non mi dispiaceva. Scrivevo e il mio egocentrismo mi portava a considerare quei coupons di alta manifattura una manifestazione diretta della mia presenza. La mia grafia in giro per il mondo: niente male come inizio.
Poco alla volta, accadde che uno dei soci (quello che mi prese maggiormente a cuore) cominciò a spiegarmi come muovermi all’interno del magico mondo delle prenotazioni aeree. Ogni agenzia ricorre ad un programma prestabilito.
In un primo momento si ha la sensazione di vagare nel vuoto. A me sembrava di camminare nuda in un deserto battuto dalla tempesta di sabbia: ogni qualvolta cercavo di tenere gli occhi aperti, era una tragedia.
“Cheingqazetasleshzetazeta” rappresentava la chiavetta d’accensione del motore. A partire da quell’input, poi, ci si sbizzarriva con una sequela di codici che in breve tempo portavano all’emissione di un biglietto aereo.
Sembrava follia. In realtà, in brevissimo tempo si finisce con l’imparare tutti quei codici a memoria. Ciò implica un’inconscia trasformazione nel tuo modo di leggere la vita. Trattandosi di me, la cosa fu un po’ più complessa.
In breve tempo ne memorizzai una quantità sufficiente da provocare una certa dipendenza. Il vero problema, infatti, fu che non riuscii più a vivere senza loro. Li ripetevo di continuo: mentalmente, verbalmente. Cercavo di applicare quelle formulette magiche su tutta la mia vita quotidiana. Quando qualcuno mi raccontava qualcosa, avevo serie difficoltà a mantenere il filo del discorso. Il mio cervello, infatti, in totale autonomia giocava a fare il traduttore simultaneo.
“Ciao, come stai?” veniva interpretato dal mio cervello, più o meno, in questo modo:
“?Ccccccsleshslehcmslesstaoie”. A questo punto, potete immaginare che le mie risposte si limitavano a: “Bene, bene!” (“!BnsleshBn”).
Offrire la conoscenza di tutti quei codici a una persona abituata a trasformare in fumetto ogni racconto letto o ascoltato, può rivelarsi altamente pericoloso. Se quella persona, inoltre, ha la tendenza a considerare ogni lettera, o segno, dotato di vita propria, è delirio.
Non so quando sia avvenuto questo cambiamento in me. E’ probabile che ciò risalga a un incontro con un U.F.O. del quale, tuttavia, non ricordo nulla se non il nome. Alla stessa data, probabilmente, risale il primo incontro con i folletti della mia fantasia. Non erano funghetti. Ho detto folletti! Malpensanti.
La conoscenza dei codici si traduceva in libertà di movimento e gestione autonoma dei clienti. Quando non c’era nessuno, mi sbizzarrivo a simulare una serie infinita di prenotazioni. Credo di essere l’unica di tutto il creato ad aver compiuto il giro del mondo in otto ore.
Mi divertiva da morire associare al codice “pmo” (aeroporto Falcone-Borsellino) quello di “jfk” (New York), “mpx” (Malpensa). Ciò mi dava la sensazione di essere veramente libera. Potevo viaggiare rimanendo comodamente seduta sulla mia sediolina a rotelle.
Tutto ciò, ovviamente, poteva avvenire in assenza di clienti. Ma, quando l’agenzia si popolava di potenziali viaggiatori e gli anziani erano già occupati, toccava a me l’onore di assecondare le loro piccole manie da giovani esploratori.
L’ultimo termine, in realtà, si addiceva a ben pochi clienti. A onor del vero, infatti, è possibile tracciare una sorta di profilo psicologico del viaggiatore non prima però di averlo inserito in una delle tre categorie disponibili.
In base alla mia esperienza, sia in veste di osservatore che di promotore, vi sono tre tipi di clienti che si recano in un’agenzia di viaggi:

1. Futuri sposi
2. Clienti affezionati. A loro volta si distinguono in due sottocategorie: viaggiatori per lavoro e viaggiatori stagionali
3. I richiedenti di preventivi per luoghi esotici: non partiranno mai

A questi tre tipi, in realtà, potrebbe aggiungersi una quarta categoria: i viaggiatori con secondi fini.
A quest’ultimo gruppo appartengono quelle persone che si recano presso un’agenzia di viaggi, fingendo di dover organizzare una mega vacanza di gruppo in compagnia di altre venti persone. Dopo averti costretto a cercare le migliori offerte, ti invitano per un’uscita a due che non coinvolge il tuo attuale fidanzato.
Per quanto risultino poco affidabili, in realtà, dopo tre anni di silenzio, ti si presentano con un’inaspettata proposta di matrimonio. Nel mio caso, accettai volentieri.
Ritornando alle tre categorie standard, va detto che i primi t’infondono un’infinita tenerezza. Lui è innamorato e non ancora vittima del fascino sensuale del televisore a schermo gigante che riceverà a breve. Inserito il gioco nella mega lista nozze al negozio di elettrodomestici, basterà attendere il primo gruppo di zii che partecipando con una quota, segnerà l’inizio della fine.
Lei è profondamente innamorata e le si può leggere negli occhi l’eccitazione nel sapere che, a breve, verrà inserita ufficialmente nella categoria nuore.
Il che l’autorizzerà a parlare male della suocera, lamentarsi per le pulizie da fare, rompere le palle per il disordine del marito e, soprattutto, cominciare a sentire i primi sintomi di una gravidanza per il solo fatto di averla programmata.
Lui e lei sono felici perché non ancora caduti nella trappola di quel luogo comune che vede nel matrimonio la fine di ogni speranza e l’emblema del tuo più grande fallimento.
Lavorare per una giovane coppia di futuri sposi non è così difficile: basta dare loro un pizzico di esotismo, una buona dose di romanticismo, uno sconto “luna di miele” e un set da viaggio quale gentile omaggio per l’ottima scelta.
L’ultima categoria, invece, non gode di grande simpatia. Quando a distanza di una settimana ti si ripresenta lo stesso potenziale cliente con una nuova destinazione, la prima reazione è quella di guardarti intorno nella speranza che i tuoi colleghi siano liberi.
Trascorrere un’ora in compagnia del soggetto in questione, infatti, equivale a sprecare il fiato e l’energia. Volendo essere ottimisti, invece, quel lasso di tempo si potrebbe considerare una sorta di ripasso delle proprie conoscenze geografiche. Sta di fatto che tutti vorrebbero evitarlo.
La seconda categoria, infine, è di gran lunga la più interessante. Nella maggior parte dei casi, la caratteristica principale sarà l’antipatia. A questa, per alcuni soggetti che più avanti si analizzeranno, può aggiungersi una buona dose di arroganza.
Tra le due sottocategorie, quella dei “vacanzieri stagionali” è la meno devastante.
La coppia, talvolta accompagnata da prole, ha quasi sempre le idee molto chiare. Mettiamo il caso che l’anno precedente siano stati in un villaggio di loro gradimento. La richiesta, quasi sicuramente, si baserà sul desiderio di trovare un villaggio simile da un’altra parte.
Sebbene il desiderio sia quello di trovare delle “camere simili”, dei “servizi simili”, una squadra di animatori “simili” e, soprattutto, delle “tariffe simili”, cadranno presto nella tentazione di abbandonarsi ad una esperienza nuova.
Si tratterà solo di tentazione. I ritorni puntuali ai ricordi dell’estate precedente, alla bellezza della piscina, alla cortesia del personale ed alla vicinanza con la spiaggia attrezzata, infatti, non lasceranno alcuno spazio al dubbio. Vogliono andare nel clone del villaggio già conosciuto.
A tal proposito, si potrebbe obiettare che tanto vale andare sul sicuro. Ma, non si può. Il vacanziere stagionale, infatti, ha il terribile bisogno di mostrare le foto della propria vacanza. Potrà mai organizzare una cena con gli amici e riproporgli le stesse immagini dello scorso settembre?
No. Da escludere assolutamente. E’ importante che si veda che la palma nana dell’anno prima, fotografata davanti l’ingresso della ricezione, sia stata sostituita da una pianta di magnolie.
E’ fondamentale che il bordo della piscina presenti dei gradini, piuttosto che la scaletta alla quale, l’anno precedente, si erano fatte abbarbicare le donnine di casa per immortalare l’eleganza e la spontaneità con la quale, munite di cuffietta azzurra, si accingevano ad uscire da quella meraviglia.
Insomma, è importante che il clone sia vestito di nuovo.
La crisi del turismo, mi pare, sia riconducibile non tanto all’insorgere di una dilagante crisi economica; quanto al diffondersi delle nuove tecnologie. Grazie all’uso delle macchine digitali associate al photo shop ad esempio, si possono apportare tutte le modifiche necessarie affinché le foto dell’anno precedente risultino assolutamente nuove. Si risparmiano un bel po’ di soldini e le rughe non si vedranno mai.
Dulcis in fundo, non ci resta che spendere due paroline sulla sottocategoria dei
viaggiatori d’affari. Salvo rare eccezioni, si tratta di individui appartenenti, per altro, alla categoria ampiamente discussa nel capitolo precedente, gli “indispensabili”.
Costoro rendono trionfale finanche il loro ingresso. Con lo sguardo fiero, vestiti di tutto punto e nemmeno l’accenno di un sorriso, si dirigono direttamente verso il proprietario dell’agenzia. Capita alle volte che dimentichino di salutare, probabilmente perché in attesa dell’inchino di tutti i sudditi.
Seduti sulla loro poltroncina, nella loro mente considerata una sorta di trono da viaggio, assumono una posizione standard. All’interlocutore, infatti, offriranno il fianco (manco fosse un paggetto), e con il gomito appoggiato sulla scrivania attenderanno che il ministro per gli affari esteri chiederà loro come stanno.
I loro sorrisi, simili a tic, avranno la durata di un nano secondo. Al contrario, se sono loro ad abbozzare l’aborto di una battuta, scrosciante sarà la risata di tutti i dipendenti.
Nel mio caso, tutti tranne me.
Non perché io fossi più intelligente degli altri o, più semplicemente, perché non avvezza a certi comportamenti sociali, ma perché troppo presa dall’osservazione del comportamento dell’animale uomo dinanzi a simili situazioni.
Il mio cervello, infatti, si sbizzarriva in una sorta di crono storia: “Ecco che il maschio si avvicina al resto del branco facendo sfoggio di tutta la sua eleganza. Gli elementi dominanti della specie, difficilmente, soccombono alle regole della buona educazione … bla bla bla”.
Antipatia infinita.
Un paio di volte, ciò mi capita spesso anche in altri contesti, la mia mente si sbizzarrì in turpiloqui inconfessabili. M’immaginavo mentre, alzatami improvvisamente dalla mia postazione, cominciavo ad elencare le regole delle buone maniere.
A quelli estremamente antipatici, inoltre, cominciavo a fare l’elenco di tutti i loro difetti. Niente di filosofico o particolarmente profondo. “Ma lo sa che la sua cravatta fa veramente schifo?”
“Le hanno mai detto che il profumo che usa è simile al prodotto che mia madre utilizza per la disincrostazione dei cessi?”, “Può scrollarsi la forfora dalle spalle, per favore? I miei occhi sono particolarmente sensibili dinanzi a simili obbrobri”
Inutile dire che tutte queste geniali battute rimasero frutto della mia fantasia. I miei folletti, tuttavia, avendo il potere di leggere nella mia mente, applaudivano, e con le gambette incrociate, si scompisciavano dalle risate. I più incontinenti, un paio di volte, bagnarono la mia scrivania.
Ricordo con particolare affetto due persone appartenenti alla suddetta specie: un professore universitario e un dirigente della regione.
Il primo era odioso perché, grazie alla sua elio-presunzione, sembrava fluttuare nell’aria come un palloncino sgonfio; il secondo perché, vittima del suo stesso fascino, pensava che ad ogni suo complimento ci si dovesse liquefare come la panna delle bustine.
Il professore pensava che la prenotazione di un biglietto aereo richiedesse una postura da esame: sguardo fisso sullo statino, frasi dette con tono interrogatorio, labbra serrate e vocali mozzate: “M dca qual’ il przzo più convenient”. Sì, e magari già che ci siamo ti parlo pure della tesi, antitesi e sintesi di Kant!
Il regionale, dal conto suo, pensava che il suo ingresso in agenzia dovesse essere simile alla passerella della notte degli Oscar. Seguito da un paio di portaborse, indossando un impeccabile abito Canali, e reggendo la sua quarantottore, si avvicinava alla scrivania prima di pronunciare un sensualissimo “saaaaaaaalve”.
Non si avvicinò mai alla mia postazione. Di contro, un paio di volte, si lasciò andare ad apprezzamenti sulla mia presenza parlando direttamente con il titolare il quale, a sua volta, aveva appena finito di dire alla moglie che “la nuova arrivata era un cesso clamoroso”, e che “solo un viaggio a Lourdes avrebbe potuto salvarla da un futuro di zitellaggio assicurato!” Misteri della vita!
“Ho visto che c’è un nuovo acquisto. Mi sa che devo partire più spesso, adesso!”, diceva il deficiente mentre con lo sguardo languido si bloccava all’altezza delle mie labbra.
“Forse la signorina mi può dare qualche consiglio utile: cosa piace sentirsi dire alle donne?”
Oh mio Dio! Vomito al sol pensiero. Era peggio di quando un ragazzo pensò di farmi un complimento pronunciando testuali parole: “Scusa, mi sai dire chi è il tuo elettrauto?” Davanti al mio sguardo perplesso, aggiunse: “Vorrei sapere chi ha avuto la fortuna di montarti quei fari al posto degl’occhi!” E il cric? Vuoi che ti faccia vedere anche quello?
L’unico aspetto positivo di tutta la faccenda fu che, a distanza di qualche anno, ebbi il piacere di scoprire che con quel professore avrei dovuto pure sostenere un esame. Mentre il docente non ricordava minimamente chi fossi (capita spesso in una facoltà con quattordicimila iscritti), io conoscevo perfettamente il suo profilo psicologico. L’esame fu rapido, indolore e con lieto fine. Ditemi che non sono brillante!
Il mio stage in quell’agenzia si rivelò un successo clamoroso. Tutti cominciarono a volermi bene e, date le mie dimensioni, a considerarmi una sorta di mascotte. Dalla compilazione dei biglietti, rapidamente, passai alle prenotazioni fino ad arrivare alla partecipazione ad un corso d’aggiornamento e, per concludere, alla collaborazione nell’organizzazione dei preparativi per una manifestazione letteraria.
A proposito di quest’ultima, un giorno, mi mandarono in aeroporto per prendere alcuni dei partecipanti. Avete presente quelli con il cartello “Mr Brown”? Esattamente. Io dovetti fare anche quello. Il problema, però, sorse allorché dovetti riuscire a rendermi visibile in mezzo a tutta quella gente. Trovare l’ago in un pagliaio sarebbe stato più semplice.
La mia avventura terminò allorché capii che se avessi continuato a lavorare, difficilmente, sarei riuscita a terminare i miei studi. Il giorno in cui chiesi di avere il mio certificato di stage, nessuno sembrava disposto a darmelo.
Era bello sapere che tutti riconoscevano le mie capacità. Sarebbe stato ancor più bello se mi avessero pagata. A buon rendere.

mercoledì 30 gennaio 2008

"Brillante" Undici/1

Viaggiatrice o turistica?

Da quando sono venuta al mondo ho sempre subito il fascino prepotente e sensuale del Viaggio. Bastò quel primo breve tragitto dal ventre materno alle mani dell’ostetrica, passando per lo stretto di Vagilmamma, perché comprendessi appieno l’importanza di questo tipo di esperienza.
Il viaggio, da sempre metafora della vita, racchiude in sé un simbolismo tale da essere riuscito a mandare in visibilio milioni di scrittori. Chi viaggiava per davvero. Chi faceva finta di aver viaggiato. Chi desiderava viaggiare verso magiche terre dell’utopia. Infine, chi viaggiando viaggiando è riuscito a incontrare persino gli Houyhnhnms[1], popolazione di gran lunga preferibile a quella del campeggio nel quale ho avuto l’onore di lavorare.
A questo punto vi chiederete se il folletto Geo&Geo si sia impossessato di me dato che, parlando di esperienze lavorative, mi sono lasciata andare alla riflessione più profonda di tutto l’intero capolavoro.
No. Tranquilli. Geo avrebbe voluto parlare ma data l’ora l’ho appena mandato a comprare il pane assieme ai folletti Mafalda e Quartino.
La lunga introduzione nasce, in realtà, dal desiderio di rendervi partecipi di altre due esperienze lavorative sperimentate sulla mia pelle. State tranquilli perché saranno le ultime due.
Causa “volontà di non perdere qualche amico”, raccontando verità a sproposito, la mia dimostrazione dell’essere una persona tanto Brillante quanto sfigata sta per giungere al suo termine. Il resto sarà storia: nel secondo volume.
Cosa può fare una persona che ama così tanto andare alla scoperta di mondi ignoti? Le opzioni sarebbero tre:

1) Viaggiare
2) Far viaggiare e sorridere di riflesso
3) Andare a fare una passeggiata in uno dei mercati rionali: è economico, folcloristico e se non si ha dimestichezza con il dialetto, non si capiranno molte delle battute.

Volendo capitalizzare la mia passione, nella speranza di poter continuare a praticarla, un giorno decisi di cominciare a lavorare nelle agenzie di viaggio: centro nevralgico dell’intera organizzazione, quando ancora il nome Internet faceva pensare al cugino del Vermut.
“Gradisce un po’ di Internet?” disse il cameriere. “No, grazie. Prenderò del limoncello!” rispose il cliente.
Quando manifestai questo mio desiderio, immediatamente, mi sentii dire che il lavoro presso un’agenzia di viaggi prevedeva un primo stage e, solo dopo aver acquisito dimestichezza col mestiere, una sorta di reclutamento a “buon rendere”.
Non avevo nulla da perdere. Accettai di buon grado quell’esperienza che, un giorno non troppo lontano, mi avrebbe consentito di unire alla mia laurea in lingue anche il tirocinio: sarei potuta andare, dunque, in prigione senza passare dal via.
In realtà, prima di raccontarvi della mia prima esperienza di “addetto alla biglietteria nazionale ed internazionale”, vorrei parlare della seconda volta.
A tal proposito vi dico immediatamente che fu un totale fallimento. Non saprei dire cosa sia accaduto nel momento esatto in cui varcai la soglia di quell’ufficio. Fu come se tutti i miei neuroni avessero deciso all’unisono di aspettarmi in macchina. La storia dell’essere brillante, immediatamente, si trasformò in leggenda metropolitana.
Fu black-out.
Il solo rispondere al telefono mi metteva ansia. Accendere il computer per vedere quali meraviglie si profilavano davanti ai potenziali viaggiatori, un’odissea.
In realtà, le cose non andarono esattamente così. E’ più probabile che sia io a percepirle in quel modo.
La proprietaria dell’agenzia, infatti, non credo avesse molta intenzione di assumere nuovo personale quando il marito, di tutt’altra natura, mi offrì quel posto. Sin dal primo giorno, infatti, parlare di ostilità nei suoi occhi sarebbe stato solo un eufemismo per descrivere un ben più complesso atteggiamento di rifiuto. Devo dire: tipicamente femminile.
Era un po’ come la storia della donna che cerca di minare il tuo rapporto col marito: non si esporrà mai con lui, ma subdolamente s’insinua come il più viscido dei vermi.
Sì, noi donne siamo così. Perverse, contorte e, devo aggiungere, assolutamente consapevoli dell’ingenuità o superficialità dei nostri ometti. Costoro, infatti, totalmente assorbiti dalle classifiche di calcio e dall’ammirazione per Rocco Siffredi, spesso dimenticano di guardarsi attorno e, soprattutto, di guardare oltre.
Capita spesso di sentire dire al proprio compagno, in riferimento alla iena di turno,: “Ma come?!!!!! Lei dice che sei troooooppooooo simpatica! Noi parliamo sempre di te.” A quel punto non ci restano che due strade: 1) trasformarci in belve feroci. Non si richiedono eccessivi sforzi; 2) fare lo stesso gioco della viperetta insinuatasi nel tuo rapporto di coppia e lasciarti andare a un panegirico in onore della simpatica signorina.
Se prendiamo in considerazione la prima possibilità, dobbiamo essere assolutamente consapevoli dei rischi ai quali andiamo incontro. L’uomo, infatti, per sua natura sfugge tutto ciò che gli risulta problematico.
Se dovesse decidere di mettere da parte il suo piccolo svago a seguito della vostra sfuriata isterica, state pur certi che lo farà solo perché non è più disposto a convivere con la reincarnazione di un Pitbull idrofobo. A quel punto, non solo vi odierà con tutta l’anima perché avete osato disturbarlo in piena partita di calcetto a due; ma, soprattutto, vi punirà con silenzi d’oltretomba e tradendovi mentalmente con la viperetta.
Nel secondo caso invece, il quale richiede un’ottima capacità di auto controllo e recitazione, è più probabile che sia lo stesso maritino a stancarsi, e quindi a buttare nella spazzatura l’immagine della iena e tutte le fantasie erotiche che la vedevano quale co-protagonista del suo bellissimo film.
Io, con grandi difficoltà, sono una seguace della seconda scuola di pensiero: distruggo le nemiche con l’attesa, la simpatia, l’assoluta disponibilità ad accoglierle in famiglia in veste di concubine. Fortunatamente non hanno mai accettato la proposta.
Non ci credete? Una sera, non troppo lontana nel tempo, fummo invitati ad una cena. Non ci volle molto a capire che ero stata prescelta quale ingenua della situazione. Mettendo da parte il fatto che fummo accolti dalla padrona di casa con addosso un elegantissimo reggiseno, ad un certo punto una dei convitati mi disse: “Io vorrei dare dimostrazione delle mie capacità sessuali con tuo marito”. A quel punto avrei potuto alzarmi, offenderla, obbligare mio marito ad andare via da quel covo di ninfomani. Invece?
La mia risposta fu secca, decisa ed inaspettata: “Certo. Non ci sono problemi. A patto che tu mi faccia assistere. Mi eccitano questi giochi di gruppo”. Conclusione?
I ghigni sui volti dei presenti si trasformarono in boccucce di rosa aperte per lo sgomento. La mia proposta non venne accettata e per il resto della serata si parlò solo di problematiche coniugali e difficoltà sul lavoro. Noia mortale! Fine degli inviti.
Volendomi scusare per il lungo excursus, e ritornando alla fallimentare esperienza in agenzia vi dico che la moglie del titolare rientrava a pieno titolo nella nomination a “Vipera subdola, cesso esemplare, ipocrita imbattibile e Yorkshire idrofobo”.
Dal canto mio, non nutrendo alcun interesse per suo marito, avevo serie difficoltà a dimostrare le mie capacità lavorative in un ambiente così ostile. Trascorrevo le mie otto ore in ufficio alla ricerca di un modo per farle capire che mi trovavo lì per imparare.
Non avevo speranza. Per quanto mi sforzassi di non farla sentire minacciata dalla mia presenza, ogni tentativo di avvicinamento risultava assolutamente vano. Immagino che nella sua mente mi avesse catalogata nella categoria “stronze simpatiche”.
Un giorno, addirittura, le chiesi espressamente se avessi fatto qualcosa di molesto nei suoi confronti. Nel qual caso, le avrei chiesto scusa. Poiché lo feci davanti al marito, la stronza non poté certo dirmi di sì.
In conclusione, la situazione era diventata talmente tesa che il semplice sistemare i depliants era diventato impossibile. Una sorta di morbo di Parkinson aveva preso pieno possesso delle mie mani.
La situazione era molto simile a quelle vissute un paio di volte ai tempi del liceo. Capitavano dei giorni particolarmente negativi: pur avendo studiato, bastava una semplice parola e il cervello andava letteralmente in tilt. Più cercavo di recuperare la situazione, più sprofondavo nelle sabbie mobili di un “quattro” assicurato.
“Ceingqazsleshzzitpmompx”. Non si tratta né di un errore di battitura, né di uno dei folletti della mia fantasia che cerca di mandarvi un segnale d’allarme in codice.
Furono esattamente quelle le parole pronunciate dalla simpatica datrice di lavoro allorché decise di dimostrare al mondo quanto fossi inefficiente e, di conseguenza, inutile.
Da quel momento i nostri dialoghi, o i suoi soliloqui, si limitarono alla recitazione di codici, formule ed enigmi.
In realtà, alle volte, avevo anche l’onore di sentire la storia della sua tanto sofferta carriera professionale. Ascoltandola pareva di leggere la fonte originale della “Piccola fiammiferaia”: maltrattamenti, sfruttamenti, violenze psicologiche e raggiungimento dei propri obiettivi grazie alla sola forza di buona volontà e intelligenza non pubblicamente riconosciuta.
Con questo non voglio mettere in discussione la sua carriera sofferta. Né tanto meno le sue indiscutibili capacità professionali. Ciò che mi lascia riflettere è solo il fatto che, pur essendo assolutamente consapevole dei torti subiti, non aveva alcun problema a usarmi quale capro espiatorio.
Parliamoci chiaro. Ci sono delle categorie sociali ben precise che se non esistessero renderebbero la vita più semplice a tutti. Secondo una personale classifica, tra i più rompipalle del mondo vi sono:

1. Quelli che “si sono fatti da soli”. Categoria esemplare nel fornire l’elenco di tutto ciò che è riuscita a costruire. Da questi personaggi non si fugge. Un giorno sì e uno no (e tutte le volte che gliene darete l’opportunità) vi ripeteranno l’ordine cronologico della loro scalata sociale. Quel che è peggio è che lo faranno ostentando una falsa tenerezza quando, al contrario, godono nel farvi capire che se non ci siete riusciti è solo perché non valete un micron della loro intelligenza.
2. Gli avari. Spesso ne fanno parte coloro i quali hanno dimenticato quanto doloroso e frustrante possa essere il non vedere riconosciuti i propri meriti.
3. Gli indispensabili. Categoria convinta che il corretto funzionamento della galassia dipenda esclusivamente dalla propria esistenza. Con estremo cinismo mi piacerebbe portarli a fare un giro per i cimiteri della città.
4. Quelli che si demoliscono solo per sentirsi dire che hanno torto. “Sono grasso” … “Ma no! Non sei grasso. Stai benissimo!” “Sono brutto” … “Ma no! Sei così carino!” … “Sono basso” … “Ma dai! Fossi io alta tre metri!”

Sono aperta a tutte le modifiche che vorrete propormi.
Per ciò che riguarda l’amabile datrice di lavoro, mi sembra di poter affermare che rientrasse a pieni titoli sia nella prima, che nella seconda categoria.
Io, dal mio canto, non riuscii a dare il meglio di me perché troppo concentrata a disegnare un profilo psicologico della iena ridens.
Era, inoltre, un periodo della mia vita in cui l’insicurezza regnava sovrana a dispetto dell’immagine che gli altri potessero avere di me.
Decisi di chiudere quella parentesi lavorativa quando capii che non avevo alcuna speranza di riuscita nel tentativo di far emergere il genio che viveva in me. Ma, soprattutto, quando mi resi conto che nonostante gli elogi del marito e della sua collaboratrice, il mio destino era già stato segnato.
Per fortuna, tutte le mie lacune vennero colmate dal suo maggiore passo falso: l’ipocrisia e la cattiva fede.
Nell’arco dell’intero mese, infatti, mi era stato affidato un compito oneroso ed entusiasmante: la collaborazione nell’organizzazione di un convegno. In quello, deu gratias, non avevo avuto alcun problema.
A tre giorni dal suddetto convegno e, soprattutto, a due giorni dalla fine del “mese di prova”, il suo incontro con il consulente fu decisivo. Chiusi in una stanza, infatti, dovevano decidere delle mie sorti. Sentii, nonostante i suoi tentativi di mantenere il tutto segreto, la sua lite furibonda con gli altri tre.
Il marito sosteneva che dovessero tenermi anche se per i viaggi avevo avuto qualche problema. La collaboratrice sosteneva che dovessero tenermi tenuto conto del fatto che il convegno l’avevo organizzato bene. L’ipocrita, invece, disse che ero una persona assolutamente incapace e che per quel poco che valevo, al massimo, avrebbe potuto darmi trecento euro al mese per sei giorni la settimana, otto ore lavorative.
Non fu il denaro a farmi demordere, quanto la consapevolezza che l’eroina dei due mondi, piccola fiammiferaia del nuovo millennio, a domanda esplicita non avesse mai avuto il coraggio di controbattere in base a ciò che pensava di me.
Non sono manie di persecuzione. Il mostro di simpatia, infatti, non ebbe nemmeno il coraggio di farmi la sua proposta, affidando l’arduo incarico al marito.
Quando gli consigliò di farmi rimanere fino al convegno per non togliermi il piacere di portare a termine il lavoro cominciato, non ebbi dubbi.
Tesa come una corda di violino, sì. Imbranata, sì. Stupida, no. Sapevo perfettamente che se me ne fossi andata il giorno esatto della scadenza, avrebbero avuto non pochi problemi a gestire quel convegno del quale nessuno si era occupato. Perché, dunque, avrei dovuto ringraziarli per la proposta di rimanere due giorni in più pur di godere del lavoro che avevo organizzato?
Quando mi rifilarono la storiella di quanto fosse giusto darmi l’onore di occuparmi del convegno, non ebbi alcuna esitazione nel dire loro che, pur ringraziandoli di cuore, ero costretta a declinare l’invito.
Fu come se le parole denigratorie, acide in modo esponenziale, della piccola fiammiferaia avessero attivato quell’interruttore il cui funzionamento si era inceppato un mese prima. Tutto mi sembrò chiaro.
Mi sembrava di vederli i miei folletti della fantasia mentre, uno alla volta, un po’ ammaccatelli uscivano dalla mia mente con lo sguardo perplesso e, soprattutto, in attesa della mia risposta.
Sebbene la proposta mi fosse stata fatta in assenza, assolutamente calcolata, della simpaticona, chiesi la cortesia di aspettarla per darle la mia risposta.
“Dopo un mese assieme, non mi sembra carino parlare senza lei!”, dissi sfoggiando il più tenero ed ipocrita sorriso della mia vita.
All’arrivo di Crudelia, assolutamente ignara della trasformazione che avevo subito nel lasso di tempo della sua assenza, cominciarono delle vere e proprie trattative.
Dopo avermi rifilato la stessa storiella sul desiderio di non togliermi l’immenso piacere di assistere al convegno, la risposta che le diedi fu chiara, netta, odiosa e inaspettata.
“Non sento il bisogno di verificare che ho lavorato bene per ciò che concerne il congresso. Pur ringraziandovi per la proposta, domani sarà il mio ultimo giorno. Non ho né intenzione di lavorare alle condizioni che voi, giovane azienda recentemente affacciatasi nel mondo del lavoro, mi proponete; né quella di lavorare gratuitamente ad un convegno solo perché non sapete da dove cominciare”.
Detto ciò, mi parve di scorgere tutti i miei folletti che, felici per la mia rinascita, cominciarono a saltellare sulla sua scrivania inviandole dei messaggi chiari: gesto dell’ombrello, linguacce e cori da stadio.
Due giorni dopo partecipai al convegno. Pur indossando la più brutta delle divise che un’azienda possa comprare per le hostess, fui felice di riscuotere un bellissimo assegno da seicento euro. I tempi del lavoro in campeggio erano finiti. Il volontariato, pure.

[1] Jonathan, Swift, “Gulliver’s Travel”.