"Odio la vile prudenza che ci agghiaccia e lega e rende incapaci d'ogni grande azione, riducendoci come animali che attendono tranquillamente alla conservazione di questa infelice vita senz'altro pensiero."
(Giacomo Leopardi)



"In pratica le persone che mi vogliono bene spesso non si accorgono infatti che il loro "ti appoggio" si trasforma in un "mi appoggio"
(Miranda Taten)



lunedì 28 gennaio 2008

Motivazioni

In questi giorni di silenzio sul blog, ho potuto constatare che nutro una vera repulsione verso tutti quei moduli che, ad un certo punto, presentano la voce “motivazioni”.

Pare che al mondo intero interessino i motivi che ci spingono a presentare quella data domanda entro una data scadenza. Non basta dunque che quest’ultima penda sopra le nostre teste come una spada di Damocle. No: entro un giorno prestabilito devi decidere quale tra tutte le motivazioni finte che ti sei via via preparato, possa essere la più adatta a fare la differenza tra te ed altre centinaia di persone che, come te, si stanno dannando l’esistenza alla ricerca di altrettanto validi motivi.

In realtà, non ci sarebbe nulla di male nello spiegare cosa ci spinga a compilare seimilacinquecento pagine: è opportuno infatti precisare che non si tratta di masochismo.

Ma il vero problema è che le motivazioni richieste sono già state ampiamente stabilite. In altre parole, secondo me, esiste una sorta di “elenco delle motivazioni” assolutamente sconosciuto al povero compilatore. Solamente dieci tra l’infinita gamma di motivazioni a disposizione, verranno considerate un buon passaporto verso un’ulteriore selezione di anime in pena.

Qualcuno potrà immediatamente obiettare che sarebbe sufficiente dire la verità. Mai assunto è stato così falso. Se dovessi dire la verità, il problema sarebbe presto e risolto: “presento questa domanda perché non solo sono disoccupata, ma la noia ha ormai preso totale possesso della mia persona. Io e Noia facciamo insieme colazione. Ci laviamo insieme. Il problema subentra al momento di vestirci: avendo una taglia extra-small, infatti, ho qualche difficoltà a farle indossare i miei panni”.

Siete ancora convinti che sia sufficiente essere sinceri? Ogni volta è necessario inventarsi un personaggio nuovo, interpretare quel ruolo fino a convincertene del tutto. Per essere credibile, devi dapprima crederci tu.

Poco importa se nel modulo di domanda per il call center hai scritto che, sin da piccolo (quando ancora l’esistenza di questi centri era una lontana utopia) hai sempre desiderato rispondere al telefono. Dialogare con perfetti sconosciuti, sul da farsi per ottenere l’opzione “paghi you, parlo me & guadagna him”: massima aspirazione.

Poco importa, se a distanza di cinque minuti, scriverai che il tuo vero sogno da bambino era quello di mettere la tua estrema originalità a disposizione di una multinazionale specializzata nella costruzione di macchine aerospaziali: viaggiare nel tempo e nella storia, il massimo della goduria.

Infine, ancor meno importa, se contemporaneamente trasformerai quel tuo sogno in quello di dedicarti anima e corpo all’insegnamento perché la vera chiave per una società di successo è racchiusa in menti intellettualmente sane. Non ci avete capito niente? E’ questo il punto.

A forza di compilare moduli, rispondere a domande sulla tua formazione ed esperienza professionale, il rischio maggiore è quello di perdersi in un fiume di parole.

E’ un po’ la storia dei “temi liberi” ai tempi della scuola. O, peggio ancora, dei temi il cui titolo diceva pressappoco così: “Viviamo in una società in cui la tecnologia pare avere il sopravvento sui rapporti interpersonali. L’affidarsi alle macchine potrebbe, in breve tempo, trasformarsi in vuoto relazionarsi tra gli uomini. Nell’era del computer qual è, secondo te, il futuro dell’umanità? Si potrà ancora parlare di felicità?”

Se un titolo del genere me lo proponessero a trent’anni, capirei immediatamente che la maestra nutre una certa repulsione o, più semplicemente, un certo disagio nei confronti della tecnologia. Capirei che la sua più grande preoccupazione si esprime nel ricorso a termini quali “sopravvento” e “vuoto relazionarsi”. Infine, saprei quasi con matematica certezza che la mia maestra sta attraversando un periodo di crisi esistenziale o, più semplicemente, coniugale. Non ci sarebbero, altrimenti , spiegazioni per l’associazione tra i termini “tecnologia” e “felicità”.

Detto questo basterebbe veramente poco per scrivere ciò che alla maestra piacerebbe leggere. Con una conclusione del tipo: “Concludo dicendo che: sebbene il futuro dell’umanità pare essere del tutto affidato alle macchine (usando questo termine le dimostri tutta la tua comprensione), mi piace pensare che concetti quali “felicità”, “amore”, “tolleranza” e “giustizia” (con gli ultimi due dimostri anche un certo interesse per il sociale) possano sopravvivere nel cuore degli uomini. Senza speranza e senza felicità, la vita non ha senso di essere completamente vissuta”. L’ultima frase è pesantissima. Svuotata della sua importanza. Ma è una frase ad effetto. Avreste molte possibilità di prendere un bel “Bravo”.

Ma quando a otto anni una maestra si presentava con un titolo del genere, erano guai. Pur amando il Game boy, trasmissioni come Bim Bum Bam, i fratellastri di Georgy ed il nuovo robot da cucina della mamma, sapevi che non c’erano speranze. Mentire. Mentire. Era necessario ricorrere a tutti quei termini incomprensibili, ai quali gli adulti sembravano così affezionati, nella speranza di dar vita ad un temino che riuscisse a raggiungere il cuore della maestra e, quindi, la sufficienza.

Tornando alla questione “motivazioni”, in definitiva, la situazione è molto simile a quella descritta: mi sento come se avessi otto anni.

Io una soluzione l’avrei. Sarebbe più semplice scrivere: “Indicare con una crocetta le motivazioni che spingono il candidato a proporsi per il profilo professionale richiesto:

1. Mi piace il nome della vostra azienda

2. Chi mi conosce sa che ho sempre desiderato occuparmi della coltivazione della vite nana in condizioni ambientali impervie

3. Amo le donne/uomini

4. Sono una ninfomane alla ricerca di nuovi talenti

5. Sono astemio/a

6. Mi piace la birra

7. Ho compilato duemilacinquecento moduli e nessuno mi ha ancora assunto

8. Amo farmi sfruttare, preparare il caffè a tutti i miei colleghi, e distribuire coccole e massaggini a profusione a chiunque ne senta il bisogno

9. Sono fermamente convinto/a che la vostra azienda sarà l’unica a sopravvivere alla crisi economica che sta facendo sprofondare il nostro Paese nei gironi infernali danteschi

10. Amo con tutto me stesso/a le iniziali del nome del responsabile delle Risorse Umane che mi farà il colloquio"

Supponiamo adesso che l’azienda in questione si occupi di viticoltura. Inutile dire che le motivazioni da scartare sarebbero: 1; 3; 5; 6; 7.

La 2 sarebbe certamente un buona premessa. La 8 una buona motivazione per l’azienda. La 4, la ciliegina sulla torta.

L’ultima, infine, sarebbe una motivazione originale. Bisognerebbe accertarsi però che al responsabile in questione piaccia il nome che i suoi, al momento della nascita, gli hanno appiccicato addosso. Infatti, se si chiama Sono Ungenio, aumentano le possibilità di riuscita. Se, al contrario, l’hanno chiamato Faccio Ribrezzo, pensateci su.

1 commento:

Penelope ha detto...

Cara Claudia, purtroppo stamattina non ho il tempo di leggere il tuo post, quindi riporto il commento di risposta che ho lasciato anche sul mio blog:

La tua analisi mi ha molto colpita e mi ha fatto riflettere.

"Troppo preoccupata dei miei limiti, non mi lasciavo andare alla vera manifestazione delle mie capacità"

Sai, credo che sia quello che in questo periodo blocchi ogni mia azione...
Grazie
Un abbraccio solidale