"Odio la vile prudenza che ci agghiaccia e lega e rende incapaci d'ogni grande azione, riducendoci come animali che attendono tranquillamente alla conservazione di questa infelice vita senz'altro pensiero."
(Giacomo Leopardi)



"In pratica le persone che mi vogliono bene spesso non si accorgono infatti che il loro "ti appoggio" si trasforma in un "mi appoggio"
(Miranda Taten)



domenica 27 maggio 2012

Death closes all



Le due ore al corso erano state abbastanza divertenti ed ero anche riuscita a liberarmi del quarantenne sfacciato che, pur essendo anche lui in una classe per principianti, sapeva già flirtare come quelli dei corsi avanzati.
La lezione pomeridiana era stata preceduta da cinque ore di lavoro, e spedita come un robot con le Duracell, mi dirigevo nuovamente al Tuguria per poter con un pò di fortuna verso mezzanotte tornare a casa.
Si, quei tempi in cui non avevo bisogno della Red Bull, e ancora meno di miscelarla alla vodka.

Lì ad aspettarmi c´erano i miei ormai nuovi amici più uno. Infatti da quel giorno il team avrebbe hannoverato tra i suoi membri anche Ulisse.

(Ops! Scusate oltre ad avere problemi con le virgole, inizio ad avere uno strano rapporto anche con le ”h”! Si prega di limitarsi ad ignorarla, del resto si sa che è “mutina”).

Giunta a destinazione Tamer si precipitò da me, sgranando gli occhi come al solito, e mi chiese come fosse possibile che la mozzarella potesse venire definita anche con il nome di “bocconcini”. Quando in cucina si presentò Original Gay per ritirare la lista della spesa, Tamer entusiasta come un bambino delle elementari che sa per una volta la risposta esatta, disse una parola che finisce anche in “ini” ma che ahimè iniziava con “bok”.
Tamer noooooooo!!! Come spesso accade...troppo tardi!

Ulisse non ricordava esattamente un personaggio epico, né di Omero né di Tennyson...Nonostante ciò io mi ricordai che “Death closes all”.

Come tutti noi anche Ulisse doveva, prima di essere assunto regolarmente, essere sottoposto ad un esame. Fu così che nel menù vennero inserite microbanane fritte con guacamole e aglio intero di contorno.
Il popolo estasiato non riusciva a credere al proprio palato, e da quel momento l´aria in città non fu più la stessa...

Tamer mi diede un tocco di carne incaricandomi di tagliarlo. Punto. Non avendo ricevuto indicazioni particolari pensai di essere libera di tagliarne fette a forma di cuore. Insomma ne tirai fuori un`infinità di fettine che per la sottigliezza ricordavano il carpaccio.
Ero proprio orgogliosa di me!! Avevo svolto un lavoro degno di Giotto, per la perfezione intendo. Io sono in realtà un po' Giotto: chi fa gli archetti bianchi più precisi del mondo quando si tratta di French Manicure?? Esatto!

Impettita come lo chef Knorr della pubblicità, mostro a Tamer il mio operato...Un sorriso già disegnato in faccia...il mio cuore batteva sempre più forte certo della incombente lode...rullo di tamburi...”MIRAAAAAAA NOOOOOOOOOO CHE HAI FAAAAAAAAAAAATTOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!”. Quella carne era destinata al grill...avrei dovuto tagliarla più spessa...solo un po'...
Naturalmente io scoppiai a ridere tanto da dovermi piegare, incapace di poter prendere sul serio la sua espressione, che per me in quel momento era la cosa più divertente che avessi mai visto. Allora lui di nuovo “NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!!”:
Ad ogni nuova “O” i miei polmoni lottavano per trattenere che quel po' di ossigeno che io non riuscivo a fornire, mentre il mio cervello aveva messo in azione una squadra speciale per ripristinare il controllo sul corpo, e da spastico riportarlo a normale.

Continuai a ridere senza controllo sino a che qualcosa sotto iniziò a spingere sempre più incalzante ad ogni risata. Insomma la vescica si stava preparando per un colpo di stato. Così andai.
In bagno continuai a ridere a crepapelle ripensando agli occhi sgranati di Tamer. Il mio make-up era ormai sparito.
Osservavo il mio viso quando da destra qualcosa attirò la mia attenzione. Era bianco e rilucente, così piccolo eppure già forte. In Miralandia il primo della sua specie...Lo toccai con attenzione come si fa con un pulcino appena nato...e poi...con un urlo disumano tirai con tutta la forza che potei: AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAArrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr!!!
Una lacrima scivolò sulla mia guancia destra (è proprio vero che è tutto collegato). Poi concentrai lo sguardo sulla creatura...niente a che vedere con i suoi simili qui a Miralandia...Mi dissi che le sepolture classiche non fossero più di moda, ergo presi l` accendino. Un odore intenso mi ricordò la mia Barbie Malibù, di quel giorno in cui decisi di farle la piega con il fon e le si squagliarono entrambi: i capelli più il bigodino in cui li avevo arrotolati.
Con tranquillità raccolsi il puntino duro che era ciò che restava della creatura e con accortezza e precisione lo deposti nella scatola dei fiammiferi che elessi a sua urna. Sopra solo una semplice scritta: “R.I.P. Nylon”.

La sera a letto continuai a ripensare a Nylon e al suo destino, a come “Death closes all”, ad Ulisse.

Stavo per chiudere gli occhi quando lo sentii...Non riuscii mai a vederlo, ma il fastidio di quel suo lamento lo ricordo ancora oggi: “Cri cri cri cri cri cri cri cri cri cri cri cri cri cri cri cri cri cri cri...”.
Si trattava di un fastidioso Grillino.
















lunedì 7 maggio 2012

Riflessioni



Di questa canzone mi ha colpito, e mi colpisce, la capacità di descrivere con disarmante chiarezza uno stato d'animo, un malessere, una consapevolezza.
Un paio di frasi le mie preferite.  Al primo, primissimo posto "Che le parole nell'aria, sono parole a metà/Ma queste sono già scritte, il tempo non passerà".

Per i miei amici canadesi, qui di seguito il testo...e se la musica non è di vostro gradimento, le parole rappresentano comunque un buon esercizio.

Buonanotte

Claudia

"Non basta un raggio di sole in un cielo blu come il mare
perché mi porto un dolore che sale, che sale...
Si ferma sulle ginocchia che tremano, e so perchè...

E non arresta la corsa, lui non si vuole fermare,
perché è un dolore che sale, che sale e fa male...
Ora è allo stomaco, fegato, vomito, fingo ma c'è

E quando arriva la notte
e resto sola con me
La testa parte e va in giro
in cerca dei suoi perchè
Né vincitori né vinti
si esce sconfitti a metà
La vita può allontanarci,
l'amore continuerà...

Lo stomaco ha resistito anche se non vuol mangiare
Ma c'è il dolore che sale, che sale e fa male...
Arriva al cuore lo vuole picchiare più forte di me

Prosegue nella sua corsa, si prende quello che resta
Ed in un attimo esplode e mi scoppia la testa
Vorrebbe una risposta ma in fondo risposta non c'è

E sale e scende dagli occhi
il sole adesso dov'è?
Mentre il dolore sul foglio è
seduto qui accanto a me

Che le parole nell'aria
sono parole a metà
Ma queste sono già scritte
e il tempo non passerà

Ma quando arriva la notte, la notte
e resto sola con me
La testa parte e va in giro
in cerca dei suoi perchè
Né vincitori né vinti
si esce sconfitti a metà
La vita può allontanarci,
l'amore poi continuerà...

Ma quando arriva la notte, la notte
e resto sola con me
La testa parte e va in giro
in cerca dei suoi perchè
Né vincitori né vinti
si esce sconfitti a metà
L'amore può allontanarci,
la vita poi continuerà
Continuerà
Continuerà"

(Arisa)

venerdì 4 maggio 2012

...Talking about a revolution...




La riflessione di questa sera è che ci sono delle cose, nella vita, che fanno parte di noi da sempre. Sono un po’ come la stessa colonna vertebrale. È là, con te da sempre. Si è sviluppata in te...o il tuo corpo le si è sviluppato attorno. Cose c e non si possono realmente spiegare. Sí, c’è la Scienza, ma questo a volte non basta.

Per anni ho sempre provato una profonda attrazione per questa canzone di Tracey Chapman...ricordi, volti cari, amati, che hanno fanno parte della mia esistenza. Dopo anni, tanti anni mi soffermo sul testo della canzone e lo riscopro. Riscopro, scopro che non poteva che essere quello...non poteva che essere una delle tante canzoni colonna sonora della mia vita, della mia natura..un po’ semplice, un po’ ribelle ed estremamente inquisitoria.
"Don't you know
They're talkin' bout a revolution
It sounds like a whisper
Don't you know
They're talkin' about a revolution
It sounds like a whisper



While they're standing in the welfare lines
Crying at the doorsteps of those armies of salvation
Wasting time in the unemployment lines
Sitting around waiting for a promotion


Poor people gonna rise up
And get their share
Poor people gonna rise up
And take what's theirs



Don't you know
You better run, run, run...
Oh I said you better Run, run, run...
Finally the tables are starting to turn
Talkin' bout a revolution          "
Chapman, Tracey, Talkin Bout a Revolution

mercoledì 2 maggio 2012

In the Promised Land




Il giorno dopo da studentessa universitaria di lettere mi ero trasformata in aiuto cuoco. 
Adesso per favore non facciamo delle parole un caso, ovvero io non so se si scriva “aiuto cuoco”, “aiutocuoco”, “aiuto-cuoco” oppure se sia di solito più il caso di gridare “Aiuto Cuoco!!!”. In realtà forse è insieme a tante altre una parola inventata esclusivamente dai gastronomi... O forse no.

Naturalmente noi altri siamo difficili prede della tristezza e rassegnazione e così essendo le cose e la vita tutta una mera questione di prospettive...beh mi divertii un sacco!!

Arrivata venni presentata al team di cui sarei diventata membro da li a due secondi. Un uomo imponente col panzone e i capelli bianchi con un sorriso che di solito potrebbe definirsi “a 36 denti”, se non fosse che lui così tanti non ne aveva. L´altro si illuminò invece completamente e sfoggiò un sorriso che inserito in un viso color cioccolato mi sembrò di aver fatto l´errore di fissare il sole.
Insomma il team gioiva di cuore.
Sopravvissuta al primo giorno di lavoro che si rivelò un Crashkurs su come tagliare le verdure e quindi la carne, il giorno dopo capii perché i miei colleghi si fossero tanto rallegrati... Infatti avevano lavorato talmente tanto nell´ultimo periodo che il fatto di aver trovato un´aiutante seppure nana aveva permesso loro di vedere la luce alla fine del tunnel e quella luce si chiamava vacanza!! Insomma i due si misero allegramente in malattia!!

Dunque sempre perché tutto è una questione di prospettive, si potrebbe dire che la mia fu la carriera più veloce di tutti i tempi! Quindi? Quindi il secondo giorno ero già cuoco!! A questo punto la strada tra me e un ristorante tutto mio poteva essere davvero breve, per esempio poteva darsi che il giorno seguente mi aspettassero sul tavolo direttamente i documenti per la cessione dell´attività con accanto una foto del gestore con bermuda color cachi e già abbronzato ai Caraibi. Oh no anche lui aveva seguito la luce ammaliante che distoglie dalle responsabilità!!!

La vita però è burlona e così...beh la settimana successiva il team era nuovamente compatto e con grande sorpresa appresi che i due continuavano ad essere gentili... Da non crederci mi volevano bene!!
Ben presto mi fu chiaro che non facevo parte di un gruppo di persone normali ma individui simpaticamente in delirio!
Iniziato il turno della sera, nella mia tenuta bianca a pois rossi (il pomodoro l´ha sempre avuta vinta!!), inizio serissima come si addice ad una situazione di lavoro decente, a tagliare attingendo da quella bianca montagna che a guardare da fuori lasciava vedere solo il mio chignon manco fosse stato il vero cratere degli champignons.
Assorta trifolavo manco fossi stata Edward mani di forbice quando intravedo Pablo, quello con pochi denti di origini russe, passarmi accanto velocissimo. Senza troppi pensieri continuai.
Dall´altro lato vedo Tamer, il membro di origini turche del team muovere la braccia a scatti, alzarle abbassarle, mentre furtivo guarda in direzione della porta. Tutto durò pochi secondi e Original Gay fece di botto il suo ingresso. Silenzio e immobilità, solo il rumore della lama sul mio tagliere. Intanto la montagna si era trasformata in fiocchi di neve e io mi sentivo sulla stessa lunghezza d´onda di una protagonista di un film come “La foresta dei pugnali volanti”, dove i fiocchi di funghi svolazzavano intorno a me al rallentatore e io, l´eroina, con il pomodoro sulla maglietta al posto del sangue e il perfetto chignon sempre là.
Original Gay non entrò, piuttosto restò sulla soglia ad osservarci tutti. Io tra i fiocchi, Pablo a novanta gradi piegato davanti la lavastoviglie come se distogliendone lo sguardo essa potesse smettere di funzionare, Tamer serissimo continuava a gettare vino nella padella con le cotolette dando vita a fiamme spettacolari. Nessuno volse mai lo sguardo nella direzione della porta. A quel punto certo che tutto fosse ok Original Gay tornò alla sua postazione chiudendosi la porta dietro. Ad aspettarlo “One more time” di Britney. La gastronomia non gli piaceva, in compenso però adorava youtube!

Scomparso, Pablo e Tamer scoppiano a ridere tanto da non riuscire più a respirare. Io sollevo un sopracciglio interrogativo e Tamer mi viene incontro e mi dice “Tu che cosa vuoi bere?”. Insomma erano ubriachi. Fu così che le ore di lavoro si trasformarono in divertimento infinito.

Tra piatti sporchi, grattacieli di verdure e migliaia di stoviglie da asciugare ci divertimmo un mondo!
Pablo, circa 40 anni, mi raccontò la sua storia e dei suoi sogni e di come adorasse la musica, cercando di convincermi del fatto che la canzone più bella di tutti i tempi fosse “La Gasolina”, pezzo che che faceva vibrare il ristorante e l´intero edificio dalle 15 alle 18 quando non eravamo in servizio. Si lo so, e la risposta è che Pablo durante la pausa a casa non voleva tornarci.

Per essere certo che la comunicazione funzionasse Pablo finiva ogni frase con “hai capito?” con accento sud italiano. Era il suo intercalare preferito oltre che una delle poche frasi in italiano che sapeva dire.
Ben presto Tamer lo fece suo, però non credo che lui fosse portato per le lingue, per cui “hai capito?” con lui si trasformò in “hai capisci?” con un accento indefinibile che voleva imitare quello di Pablo.

Anche Tamer come Pablo amava la musica.
Nessuno poteva anche solo fischiettare un motivo qualsiasi nelle sue vicinanze che ecco che Tamer iniziava ad ondulare manco fosse stato privo di ossa.
Ondulava e ondulava e poi all´improvviso si arrestava, mi si avvicinava e mi diceva nella lingua più o meno comune “Original Gay è super gay, non è per niente simpatico”. Allora sgranando gli occhi enormi e scuri mi si avvicinava sino ad essere a pochi centimetri dal mio naso e se se usciva con un “tiè” mimato teatralmente.

Io davvero non so come riuscissimo a comunicare, giacché nessuno di noi tre era nella condizioni di esprimersi neanche lontanamente decentemente nella lingua del paese in questione. Strano vero? O forse no...?
Tamer mi diceva sempre “una Mira, cinque lingue!” oppure “quattro pezzi una Mira” (quest´ ultima non l´ho mai capita)...

Poi un bel giorno al team di aggiunse Ulisse.







"God save the Queen"


Nella mia nuova vita in Canada, sono entrate a far parte tante cose. Non mi riferisco solo ai pancakes, ai Toronto Maple Leafs, ai nomi di giocatori di hockey che ignoro, ma le cui figurine sono entrate a far parte del mio quotidiano grazie a Lorenzo che cerca di insegnarmi i nomi dei campioni e quelli degli “sfigati”.

Non mi riferisco nemmeno al caffè di Tim Hortons (anch’egli in illo tempore famosissimo giocatore di hockey); alle pale da neve; ai procioni, puzzole o marmotte che, anche qui, annunciano l’arrivo anticipato (o posticipato) della primavera. E, non penso nemmeno alle oche canadesi: né quelle in carne ed ossa che potrebbero ucciderti per il solo esserti avvicinato ai loro pulcini; né, tantomeno, a quelle di una famosa marca di piumini bellissimi e carissimi che non comprerò mai perché mi "sembra brutto" spendere tutti quei soldi anche quando scontati del 60%

            Mi riferisco a Maia e alla Regina Vittoria. Sí, proprio lei: Sua Maestá la Regina. Quella di “Dio salvi la Regina”. Mia figlia è riuscita a piangere per venti minuti solo perché ho avuto l’assurda idea di comunicarle che la Regina Vittoria, quella della quale il Canada si accinge a festeggiare il compleanno, é, cito testualmente, “diventata un angioletto”.

Non so cosa abbia capito oggi all’asilo. Non so cosa le abbiano detto. So solo che per qualche strano motivo si era convinta di essere stata invitata alla festa di compleanno della suddetta regina. Ho cercato di consolarla facendole presente che, se da un lato è vero che “buon’anima” della Regina Vittoria ci ha lasciati prematuramente; dall’altro, tuttavia, possiamo contare sulla Regina Elisabetta II. Niente. Pianto e tristezza. Allora le ho comunicato che per la festa della regina Vittoria, sarebbero comunque venuti a Toronto, Carlo e Camilla. Niente. Pianto e tristezza. Domani chiederò qualche spiegazione alla maestra...giusto per capire se non sia il caso di comprare anche i palloncini e invitare un animatore!

Per fortuna, è venuta in salvo Malika Ayane e “come foglie” siamo cadute tra le braccia di Morfeo...ok. Maia è caduta tra le braccia di Morfeo e io scrivo per  il mio blog.

domenica 29 aprile 2012

Idi di Marzo - Diario


Guardo lo schermo del mio portatile e non posso fare a meno di sorridere. So già quale sarà l’argomento trattato. So anche che se non trattato nel giusto modo, il risultato potrebbe avere un qualcosa di patetico.
Ma “patetico” non riflette il mio stato d’animo né le mie intenzioni. Mi armo dunque di coraggio e fantasia (un po’ di autoironoia...che non guasta mai) e comincio questa storia. Simile a quella di moltri altri.
Marzo é pazzo! Questo lo si diceva sin dai tempi dell’asilo. A dire il vero, si preferiva usare il termine “pazzerello” perché si  sa, a meno che un bimbo non nasca in un qualsiasi posto “sfasciallitto” (estremamente degradato psicologicamente e strutturalmente), qualunque sostantivo/aggettivo deve assumere un tono tenero. Dunque pancia sarà “pancino”; naso sarà “nasino”; guancia, “guanciotta”; bocca, “boccuccia”; fino a quando, travolti da quest’alone magico di tenerezza, trasformiamo il frutto di una sgradevolissima flatulenza (mi viene da ridere solo a scrivere questa parola!) in “puzzetta”, “piritino” (la radice della parola dipende dalla famiglia e dal quartiere); cacca in “cacchina”; e via così all’infinito.
Detto ciò, Marzo non può essere presentato a un bimbo dell’asilo come “Marzo, pazzo”, ma come “Marzo pazzerello”. Tornando ai miei 34 anni, adesso, non posso dire “Marzo, pazzerello”. Non per via dei 34 anni ma perché non esiste la parola “cazzello”. Che c’entra?
Ecco il gioco belleffatto (bello e fatto!)...Marzo, pazzerello non mi ha rotto il cazzello; Ma Marzo, pazzo mi ha rotto il... Esatto! Esatto! Adesso sì, possiamo cominciare a parlare seriamente.
Marzo, Oh Marzo! Se mi soffermo a pensare a ogni singolo giorno di questo splendido mese, l’unica imagine chemi viene in mente è: “Uranio in opposizione balla la lap dance con Venere. Marte, Giove e Saturno a causa di un’indiscutibile sbornia, invece di concentrarsi sull’energie positive, mettono banconote da 10 dollari negli slip degli altri 2. Piove, piove e piove. Per i sagittario sono finiti gli ombrelli! Che si arrangino pure...”
“Ok. Va tutto bene!”, mi sono detta all’inizio del mese mentre Lorenzo vomitava nella sua bacinella all 3 di notte. All 6 del mattino mi sono ripetuta la stessa frase mentre Maia urlava perché qualcosa che ignoravo aveva cambiato assetto cosmico...e Lorenzo continuava a vomitare nella sua bacinella.
Era venerdi. Dopo una settimana di duro lavoro, stava per cominciare un fine settimana di durissimo lavoro. Alla domenica pomeriggio, mentre Uranio, Plutone e Collione (è ciò che foneticamente rappresenta più da vicino il mio pensiero!) mi usavano come bersaglio nella lora sfida di lancio con le freccette, continuavo a ripetermi che la settimana sarebbe passata velocemente e presto sarebbe giunto il prossimo weekend e, SICURAMENTE, sarebbe andata meglio.


Non aggiungo altro. Non voglio nemmeno dirlo come sia andato l’altro week-end. E l’altro acora. E non lo faccio poiché, cedendo debolmente a una certa scaramanzia, temo che questa tragi-commedia possa finire con il prendere il sopravvento!

Nonostante tutto, mantenendo il morale alto (mi viene in mente l’immagine di chi alza il mento per evitare di finire con la testa sott’acqua), siamo arrivati ad Aprile.


Per questo motivo, mi sento emozionata dall’arrivo di una primavera che pone fine a un non-inverno canadese. Mentre guido, scorgo le prime gemme sugli alberi. I primi aceri in fiore, i primi salici piangenti che tornano a sorridere. Ma, anche qui, un atroce dubbio. Percorro il viale di casa mia e la fila di alberi in fiore si arresta esattamente al numero civico 259. Dal 259 al 283 gli alberi sono spogli, spoglissimi. Dal 285 in poi fino all’angolo della strada gli alberi pullulano di gemme che mi sento alla Sagra del Mandorlo in Fiore di Agrigento[1]...se non fosse che vivo a Vaughan (per gli italiani, da pronunciare Voon).


Vi chiederete se io non stia dando i numeri[2]...Abito al 279.


Ho detto tutto!



[1]La Sagra del Mandorlo in Fiore è una tradizione popolare che si svolge ogni anno ad Agrigento. Con questa occasione, si vuole celebrare l’imminente arrivo della primavera annunciato dal il rifiorire dei mandorli. Consiglio di cercare alcune immagini su Google.
[2] “Dare i numeri” (per i miei amici canadesi) vuol dire letteralmente “to give numbers”. Il significato, in questo contesto, potrebbe essere “to talk nonsense”. J

giovedì 26 aprile 2012

Dolci memorie..."The Ghost of Tom Joad nell'America di Bruce Springsteen"



Capita proprio così. Almeno, nella mia vita. Per anni, per mesi mi sono ripetuta che avrei dovuto  riprenderla quella tesi scritta con Passione, Amore per la ricerca, per l’analisi, per la lettura. Eppure, ogni volta che l’osservavo sullo scaffale della mia libreria, della mia nuova vita, nella mia nuova casa, nella mia nuova città, del mio nuovo Paese, era sempre la stessa storia. I battiti del mio cuore acceleravano come quando ci si sente in colpa nel non riuscire a mantenere una promessa fatta a un bambino e non si sa quali parole scegliere per comunicargli la brutta notizia.

Il confronto può apparire esagerato. Non lo è. Perché quando qualcosa nasce dall’Amore, dalla Passione ed é nutrita con onestà intellettuale, quell’opera è un’opera d’arte della tua vita. È ciò che ti ha tenuto compagnia per un periodo più o meno lungo...qualcosa che, nella migliore delle ipotesi, ti ha aiutato a provare la GIOIA.

Oggi ho trovato il coraggio di aprire quella copertina...di leggere quelle parole, le mie parole e,  con mio grande stupore, provare la stessa identica emozione di cinque anni fa. Forse non sarò mai una scrittrice famosa. Ma...sono e sarò una scrittrice di cuore.
"The Ghost of Tom Joad
nell’America di Bruce Springsteen


Claudia Buscemi Prestigiacomo

INTRODUZIONE


            Alla luce della domanda che mi è stata più volte posta sul perché avessi scelto un cantante come autore da analizzare, in questa introduzione è mia intenzione spiegare, innanzitutto, cosa mi abbia spinto in questa direzione.
In primo luogo, sicuramente, a prevalere è stato il forte desiderio di mettermi alla prova.
La tesi di Laurea, ai miei occhi, si è trasformata nella prima vera opportunità di mettere a frutto quanto appreso in questi anni di studio. Di fatto, la tesi è la prima occasione, per uno studente universitario, per conoscersi e farsi conoscere realmente; è la prima, e forse ultima, occasione in cui ci si ritrova dall’ “altro lato”. Per la prima volta si è autori di un testo che verrà analizzato, e dinanzi al quale si ha la responsabilità di esprimere nel modo migliore dei concetti che, a partire dalla propria mente, devono trovare espressione nelle parole. La letteratura mi insegna quanto ardua sia questa impresa.
            Alla luce di quanto fin qua detto, era, dunque, necessario per me scegliere un argomento, un autore, un testo che mi desse la possibilità di dar vita ad una serie di analisi, in un certo senso, inedite. Un argomento che mi offrisse sì sufficiente materiale bibliografico, ma, soprattutto, piccole tracce da sviluppare, piccole fonti nelle quali immergermi completamente, per poi uscirne con una nuova consapevolezza: aver provato per una volta ad annullare completamente il mio essere e aver guardato il mondo con gli occhi di un’altra persona.
            Bruce Springsteen è entrato un po’ per caso nella lista delle mie preferenze e, dopo aver ipotizzato vari sviluppi a seconda dei testi presi in considerazione, mi è parso un buon argomento per il mio lavoro. Non si tratta naturalmente di analizzare Springsteen e i suoi testi in generale, impresa che richiederebbe anni di studio, ma si tratta di un piccolo approccio alla visione del mondo di questo cantautore, soprattutto nei confronti di uno solo, tra i tanti, degli argomenti da questi affrontati nell’arco della sua lunga carriera: il viaggio dell’uomo alla ricerca di una “Promised Land” che, forse per sempre, gli verrà negata dalla stessa Storia.
Quale miglior esempio dell’album The Ghost of Tom Joad?
            All’inizio del mio lavoro, pur avvertendone le potenzialità, non sapevo esattamente in che tipo di universo avrei cominciato a viaggiare. Non sapevo esattamente verso cosa mi avrebbero portato le analisi dei suoi testi. Le mie perplessità sono state presto superate, soppiantate da emozioni forti e riflessioni importanti. La musica e, soprattutto, i testi letti e riletti mi hanno catapultata in un universo del quale non si può non tenere conto. Mi hanno fatto vedere realmente ciò che accade oltre il muro della normalità che cinge solitamente le nostre case mentali.
            I testi analizzati, la ricerca delle fonti cui Springsteen ha attinto, la lettura ed analisi di quest’ultime hanno finito col segnare la mia stessa consapevolezza: tutti siamo in grado di parlare dell’esistenza di realtà amare, di emarginazione sociale e razziale, di povertà e crolli dell’economia. Tuttavia, pochi, nel quotidiano (e forse è pure normale che sia così), riusciamo a mantenere tale lucidità, riusciamo a spingerci oltre la sola consapevolezza dell’esistenza di realtà altre rispetto alle nostre.
            The Ghost of Tom Joad è un album che ha lasciato un segno indelebile sulla mia persona. La verità è che se all’inizio del mio lavoro pensavo di riuscire a vedere il mondo con gli occhi dell’autore, alla fine di questo mi sono ritrovata a guardare il mondo con gli occhi di migliaia di persone, quelle stesse cui Springsteen ha concesso un momento di “gloria” o, semplicemente, l’opportunità di ricordare al resto del mondo della loro triste esistenza. Alla fine, alla visione di un universo parallelo si è aggiunta la sofferenza nel provare il loro dolore, la loro frustrazione, quell’amara tristezza che attanaglia l’anima quando si è consapevoli di subire un’ingiustizia ed altrettanto consapevoli che ciò interessa solamente a pochi.
            L’album in questione, infatti, nacque dal profondo desiderio di Springsteen di comprendere e far conoscere realtà spesso ignorate. Nacque dal bisogno di analizzare le dinamiche che sottendono certe realtà sociali che vanno a minare il terreno su cui poggia quell’idea, largamente diffusa, che vede negli Stati Uniti il luogo in cui la realizzazione di ogni sogno è alla portata di chiunque sia armato di buona volontà.
            Tale indiscutibile sensibilità verso la realtà contemporanea emerge già nella scelta del titolo dell’album. Infatti, a partire dalla citazione di un personaggio della letteratura, il Tom Joad del premio nobel Steinbeck, Springsteen ha dato vita ad un’ opera dai risvolti sociali notevoli.
Per il modo in cui le varie tematiche vengono affrontate e per la natura delle stesse, Tom Joad finisce con l’assurgere a simbolo di una condizione umana, simbolo dell’uomo contemporaneo costretto a lottare per il rispetto totale della sua dignità. Diviene simbolo della lotta per la propria tutela, innanzitutto, in qualità di essere umano, in una realtà, come avremo modo di vedere, in cui può essere  negato finanche il più “piccolo” dei diritti: l’appartenenza totale a una comunità.
            Bruce Springsteen dunque, riprendendo un personaggio della letteratura vissuto nel periodo della Grande Depressione, ne ripropone il viaggio in un’ambientazione contemporanea. Tale “viaggio” lo porta a mettere in luce le storie cupe ed amare di uomini che, per un motivo o per un altro, si ritrovano a vivere ai margini della società. Le storie di uomini che, per motivi diversi, rappresentano l’altra faccia del “Mito Americano”, del quale, di conseguenza, vengono implicitamente sottolineate tutte le contraddizioni.
Una delle cose sicuramente più interessanti, al di là della profondità dei temi trattati, è il ricorso da parte dell’artista a numerose fonti di natura diversa e, soprattutto, la rielaborazione ed attualizzazione di queste per i propri fini.
In tal modo, ci si ritrova in un universo popolato da clandestini messicani, xenofobi, uomini che hanno partecipato attivamente alla realizzazione del “Mito Americano” e che, improvvisamente, per “oscure” dinamiche economiche, ne sono stati tagliati fuori.
E ciò che più conta, come già accennato, è che non si tratta di personaggi nati dalla fantasia o dagli incubi di un artista, ma di uomini e donne, i cui volti sono facilmente rintracciabili ripercorrendo a ritroso le stesse fonti considerate da Springsteen.
In altre parole, come Tom Joad di Steinbeck non è altro che uno dei tanti uomini conosciuti da quell’autore durante una sua ricerca sul campo, similmente i personaggi di Springsteen sono i figli, in carne ed ossa, di un Paese che, ad un certo punto, li ha considerati “di troppo”. Sono uomini con un’identità precisa e le cui vite non hanno bisogno di essere rese “speciali” dal pennello magico di un artista che ha, ampiamente, dimostrato di saper mantenere il suo sguardo fisso su un paesaggio eterogeneo quale quello statunitense.
The Ghost of Tom Joad, dunque, è il ritratto tanto amaro quanto realistico di una realtà, che la sensibilità di Springsteen ha saputo rappresentare in tutte le sue sfumature, con una chiarezza e semplicità disarmanti. Encomiabile è anche il fatto che, per poter fare tutto ciò, l’artista ha deciso di sparire dietro le figure dei tanti protagonisti, lasciando a questi stessi il triste compito di narrare la propria storia in una prima persona, che, però, pur nulla togliendo alla loro individualità, si carica di una valenza sociale non indifferente, raggruppando in sé la storia di centinaia come loro, i quali dalla speranza di poter vivere nella magica terra di “Utopia” si sono ritrovati catapultati nel suo opposto: la distopia, l’incubo, l’incertezza.

giovedì 15 marzo 2012

giovedì 23 febbraio 2012

Toccata e fuga

...un altro SMS per mantenerlo in vita, nell'attesa di trovare il tempo necessario che il tutto necessita.

Oggi mi sento cosi'...un po' pesce fuor d'acqua. Un po' in quello stato di "non essere" che ti fa guardare da fuori e non sai se ridere, sorridere...piangere...o che!

mercoledì 22 febbraio 2012

Quando la voglia di scrivere non manca...ma il tempo è tiranno!

Ogni giorno, ogni mattina, ogni tardo pomeriggio mi ripeto sorridendo che sono tante le cose da raccontare. Non ha senso buttare via qualcosa che ha visto la luce sotto una brutta stella e che, nonostante tutto, ti ha tenuto compagnia senza chiedere nulla in cambio.
Non essendo un cane, non ho dovuto neanche fare troppi sacrifici per portarlo fuori a fare i bisognini...quindi, oggi scrivo uno...con l'augurio di reprendere a scrivere 100!
Caro mio blog...quest messaggio era solo per te.
Buonanotte

venerdì 4 febbraio 2011

A buon rendere...

L’ultima volta che parlai di quanto fossi BRILLANTE a dispetto delle dimensioni, fu quando raccontai della mia avventura alla reception di un campeggio.


A quella, ovviamente, ne seguirono molte altre ma, tuttavia, mi sento costretta a fare una sorta di selezione.

Oggi tocca alla mia BRILLANTE avventura nel mondo del settore turistico e/o delle agenzIe di viaggio. Uso il plurale poiché di fatto, pur cambiandone ben tre, la sorte con le persone incontrate non fu delle migliori.

Prima esperienza.

Secondo anno di università. Ero già abbastanza cosciente delle mie potenzialità ma non sapevo quanto di fatto fossi BRILLANTE. Mi offrii volontaria in una terra in cui il volontariato è la norma. Non perché siano tutti altruisti, generosi ed estremamente civili (come piace credere a una popolazione alla quale ogni qualvolta si chiede di elencare un proprio difetto dice: “Il mio UNICO difetto è che sono TROPPO buono!”), ma più semplicemente perché con contratto o senza, per un periodo di prova o definitivo, con un contratto part-time, full-time o semplicemente “just cash” (il cui colore è il nero e spesso risulta impossibile riceverne una copia cartacea), colui che sta dal lato del più forte tenderà a pretendere una qualche forma di volontariato per poter TU (e solo TU) contribuire al lancio nel mercato di una “giovane azienda” nata almeno cinque anni prima.

Per rendere il mio concetto un po’ più chiaro, ritengo sia doveroso fornire qualche esempio.

Supponiamo che ti sia stato offerto un contratto “just cash” dove in una sfera temporale parallela ma invisibile si dice che dopo un periodo di prova di due, tre mesi , verrai assunto a tempo indeterminato.

In quella dimensione temporale, dove pare lavorino altrettanto virtuali, ma preparatissimi consulenti del lavoro (che spesso, a quanto pare, fanno pagare le tasse ma si guardano bene dal pagarle), pare sia inoltre ufficiale che ti sia impegnato a dimostrare una buona dose di flessibilità.

“Flessibilità” a Palermo (e sono certa in molte altre città) è l’equivalente di una spada di Damocle sulla testa e un letto di chiodi sulla seduta della tua poltrona. Qualunque sia il tuo movimento, l’unica cosa certa è che i suoi effetti si ripercuoteranno negativamente su di te e positivamente sull’azienda.

Ad ogni modo, tornando alle mie esperienze. Uno dei proprietari della prima agenzia, dopo avermi fatto compilare pile di biglietti aerei (esistevano già quelli elettronici ma a quanto pare si aspettava che con i soldi risparmiati col mio stipendio virtuale si potesse acquistare il macchinario) soleva dirmi: “Claudia, a buon rendere!” Fu così che tra un “buon rendere” e un altro passarono i mesi fino a quando, un giorno, giunsi alla conclusione che doveva per forza trattarsi di un tic.

Il “a buon rendere” che mi fece optare per un ritorno esclusivo allo studio fu pronunciato in occasione dell’organizzazione per la consegna di un famoso premio letterario.. Fino a quel giorno mi ero occupata di biglietti e di qualche voucher per gli alberghi...ma ecco spuntare all’improvisso la FATINA del CULO. Apparve in un secondo e con la sua bacchetta magica tra uno scintillio di stelline multicolour, mi indicò una macchina. Qualcosa era andato storto nel piano A e quindi il proprietario si trovò costretto ad optare per il piano B.

Uno dei partecipanti più famosi dell’evento culturale era stato simpaticamente dimenticato in aeroporto. Fu così che da “Claudia front-desk” venni presto trasformata in “Claudia autista” e seguendo quello sbrilluccichio di stelline che la Fata del Culo, burlona e biricchina, continuava a indicarmi, arrivai alla macchina...LA MIA MACCHINA! La mia macchina con la MIA BENZINA...

All’aeroporto l’illuminato, pluridecorato cliente , ovviamente, si mostrò sorpreso di trovarsi davanti il campioncino di un sogno erotico di molti...un’autista ...in miniatura, ma affascinante. Durante il tragitto parlammo di tante cose e spaziando dalla letteratura all’urbanistica della città, al “sacco di Palermo”, non potè più volte fare a meno di dirmi quanto fosse colpito dal mio essere BRILLANTE.

Arrivammo al suo albergo (lo stesso che qualche anno dopo avrebbe fatto da cornice alla mia prima notte di nozze) e scendemmo dalla macchina: lui per andare, io per salutarlo. So già cosa si aspettano di leggere molti di voi ma vi avverto subito che la realtà dei fatti vi deluderà.

La scena fu la seguente: io e il signore, uno accanto all’altro a fissare un portabagagli aperto, pieno di valigie. Mi domandai retoricamente e in silenzio se non stesse aspettando che le tirassi fuori di lì ed, essendo estremamente BRILLANTE, non attesi nemmeno che i folletti della mia fantasia mi rispondessero. Tirai fuori le valigie.

Nuova pausa. Nuovo silenzio. Stessa silenziosa domanda retorica. Stessa risposta. Arrivai alla reception, posai le valigie. Allungai la mano per congedarmi educatamente dall’illustre personaggio e guardandolo negli occhi scorsi un sorriso compaciuto. I palmi delle nostre mani non poterono congiungersi perfettamente. Qualcosa ostacolava il contatto tra le nostre epidermidi. Nooooooo! La manciiiaaaaa! Mi stava dando diecimila lire di mancia per essere stata la più brillante degli autisti che avesse mai incontrato... Diecimila lire: il mio stipendio netto dopo tre mesi di volontariato coatto, pile di biglietti aerei e seimilioni di “a buon rendere” pronunciati con quell’estrema leggerezza dell’essere che riescono ad avere solo gli istruttori di “training autogeno” al corso pre-parto e gli stronzi.

Almeno, mi dissi, ero riuscita a vedere in faccia per la prima volta la mia cara, carissima FATINA DEL CULO!!!

sabato 29 gennaio 2011

Brillante...continua

Per chi non lo ricordasse o non lo sapesse, il blog nacque nel 2007 con un intento prevalentemente terapeutico. Invece di andare da uno psicologo o, peggio ancora, da un cartomante, decisi di mettere per iscritto fatti di cronaca vera riguardanti il mio tribolato passaggio sulla terra prima di ritornare in patria dove ad attendermi c’erano tutti i folletti della mia fantasia.


Ricordo che quando la missione (immersione totale negli usi e costume di esseri umani spesso dediti a strane attività) ebbe inizio, i miei mini-supervisors optarono per un’isola la quale, ebbi modo di scoprire col tempo, pur facendo parte di un Paese chiamato Italia, godeva di una certa indipendenza che, a sua volta, sfociava in tendenze tanto preoccupanti quanto bizzarre.

Scoprii un giorno che, per esempio, un’emittente televisiva italiana aveva addirittura preso spunto da essa per dar vita un “reality” chiamato: “L’isola dei famosi”.

Per quanto quelli del reality fossero famosi, va detto a onor del vero che difficilmente il “reality” avrebbe potuto superare la “reality” (mi si perdoni il gioco di parole ma purtroppo anni e anni di convivenza hanno finito con l’alterare i miei stessi processi cognitivi e linguistic).

La “reality”. La mia isola adottiva era ed è la vera, indiscutibile, ineguagliabile “isola dei famosi”. Mi sembra di vederli già alcuni dei folletti indigeni con l’indice alzato pronto a fare l’elenco di nomi di gente famosa che ha contribuito a rendere universalmente nota questa terra. Mi sembra proprio di sentirle quelle vocine stridule e fiere pronunciare nomi quail Pirandello, Anchise, Camilleri, Verga, Federico II o Goethe.

Ho notato in tal senso che, per alcuni di questi folletti, il solo citare questi nomi copre con un manto dorato tutta la polvere (non trovo parola migliore di questa) che negli anni, nei secoli, ha coperto tutto, si è insinuata dappertutto facendo inceppare i più semplici degli ingranaggi , inclusi i neuroni obesi per l’inattività e le dosi di notizie caramellate ingurgitate, di coloro i quail vedono e fanno finta di non vedere, sentono e fanno finta di non sentire pensando che la questione non li riguardi personalmente.



Sia immediatamente chiaro che non metto in dubbio l’importanza o la grandezza storico-culturale dei nomi precedentemente citati.

Sia altrettanto chiaro che metto in discussione l’obiettività di chi con estrema leggerezza pensa che il solo citarli attivi il pulsante dello scudo protonico sull’isola tutta.

Sono anche altri, molti altri, i nomi che hanno reso e rendono famosa questa terra di “Arte, Mare, Sole e Cultura”.

L’elenco potrebbe essere infinito e senza voler mancare di rispetto a nessuno, mi limiterei a citare qualche nome: Peppino Impastato, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Mauro Rostagno.

Dopo l’ultimo nome ho deciso di mettere un punto ed andare a capo poiché la mia dignità e la mia coscienza m’impongono di mettere anche una distanza fisica tra i suddetti nomi e gli altri che mi accingo a citare...giusto per non dire che non do spazio a tutti. Non dico “di parte” perché di parte lo sono eccome!

Dunque, dicevamo: “Isola dei famosi”.

C’é Totó Cuffaro (al momento impegnato in una mission fuori sede), Bernardo Provenzano, Totó Riina e Don Vito Corleone  (per molti che vivono oltreoceano trattasi di persona reale. Nell’ultimo periodo mi sono spesso ritrovata a spiegare che quello è un personaggio di fantasia e che, soprattutto, la realtà supera di gran lunga quella descrizione di una fatto, un fenomeno, un modus vivendi e pensandi che ne “Il Padrino” ha reso romanticamente accettabile il tutto).

Infine, ci sono un sacco di altre persone diventate famose nella mia vita e in quella di qualche altra famiglia, la cui vera fama deve ancora esplodere...siamo solo in attesa che si scoperchi questo nostrano vaso di Pandora e che venga dato loro il prestigio che meritano e un viaggio premio di sola andata in uno dei grandi e iperaffollati Resort del Paese

Ma, si sa, per diventare così famosi ci vuole del tempo...e io so aspettare.

Mentre aspetto, a chi ne ha voglia, potrei continuare a raccontare le splendide avventure di un essere estremamente brillante nel girone dei Profili alti ma dalla Statura troppo bassa...


venerdì 28 gennaio 2011

L´isostenibile relativitá dell´ essere

Un bambino pensa che ogni volta che gli si spieghi qualcosa dipenda dal fatto stesso che è un bambino, dove noi con bambino immaginiamo una creatura non indipendente da un adulto. (Per adulto cercate di intendere uno di quelli che si è meglio evoluto, insomma “nelle migliori delle ipotesi”, perchè altrimenti dovremmo poi andare a parare su come è diventato il bambino di cui sopra e perchè).

Uno straniero in terra straniera potrebbe credere, e spesso lo fa, la stessa cosa che continua a ripetersi il bambino che lotta per superare la propria frustrazione. Perchè? Perchè un individuo aperto al nuovo e al diverso spesso si dice che forse, prima di reagire in qualsiasi direzione, debba quantomeno sforzarsi di capire il perchè delle cose, dovuto segno di gratitudine questo che sembra doversi al paese ospitante e tutti i suoi abitanti.

Ma come stanno davvero le cose?

Studi specializzati, la cui esistenza conosco solo io, dimostrano che un qualsiasi individuo evoluto e in possesso di un certo bagaglio di risorse varie, dimostrerà una forte tendenza a mettere a disposizione di chi invece di strumenti non ne ha o ne ha pochi, i propri.

I più credono che tale tendenza sia da identificare con il termine “generosità” o, con il nome meno diffuso ma altrettanto conosciuto di “magnanimità”.

Con gli occhi dei più, la signora che si preoccupa di adottare una piccola poverella, nonostante la numerosa prole, sarà certamente dunque “magnanima”.

Facciamo finta che i ricercatori dell´università di Kickapoo , mossi dal desiderio di avvalorare le loro tesi, e con l´ambizione di una nuova pubblicazione su “Psychologies Magazine”, si rechino dalla buona e generosa signora, che per immaginarcela meglio presento con il nome di Sveva Olivieri Medici, per un´intervista. Lo scopo è capire quali processi cognitivi portino all´elaborazione e quindi alla produzione della generosità e dell´amore gratuito, “quello che non vuole niente in cambio”. (N.d.A. Le definizioni qui impiegate per rendere il contenuto dell´oggetto di studi dell´Università di Kickapoo sono bonariamente rese con parole di comune accezione, che in ambito scientifico potrebbero essere considerate erronee).


Di seguito l´articolo che si legge su “Psychologies Magazine” quest´oggi:


[…] Anni di ricerca inducono il nostro istituto a ritenere che lo stimolo alla produzione di “amore” non sia da ricercare nel sistema nervoso, ma direttamente nello organo, dal quale dipende direttamente la vita dell´essere umano: il cuore.


[…] Studiare l´amore è un po' fare un viaggio in alcune delle caratteristiche che differenziano l'uomo dalle altre specie animali, cercare di comprenderne le sue peculiarità, il suo funzionamento, le sue abilità; anche per questo, forse, esso ha affascinato gli studiosi e i ricercatori di ogni epoca.

Proprio Ficino, da non confondere con Ticino, lo aveva detto già nel XV secolo: l´amore muove tutto.


[…] L´intervista dei giovanissimi ricercatori della nostra prestigiosa università, il cui nome non proferiró, giacchè io il Professore, e quindi unico beneficiario di tutto il merito degli studi qui condotti, conferma quanto su detto, ma soprattutto la tesi che individui magnanimi esistano in natura per garantire la sopravvivenza della specie, dato che gli individui con a disposizione poche risorse sono più dei primi, e quindi condannati a morte già alla nascita.


Prof. Dott. Andrea Maria Lanka



Lo so cosa sta pensando il lettore: non c´è da stupirsi che l´università di Kickapoo sia più famosa di quella di Cimino!!

Sorvolando sulla capacità del Prof. Dott. Lanka di rendere piacevolissima pur anche la lettura di testi scientifici (la battuta sul Ticino è memorabileee!!), certo è quello che nel testo subito emerge: “la tesi che individui magnanimi esistano in natura per garantire la sopravvivenza della specie”. Nonostante la stima di cui il professor Lanka goda in ambito scientifico, ahimè pare che a partire da esperienze che hanno fatto solo in pochi e di cui ho sentito parlare solo io, la sue tesi non abbiano una fondata base scientifica.

Infatti da quanto emerso sulla superficie della mia pagina Word, seppur vero che “ individui magnanimi esistano in natura per garantire la sopravvivenza della specie”, è

anche inopinabile che la specie che intendono salvaguardare è la la...(rullo di tamburiii)...: LA LORO SPECIE!!

Infatti sono certa che i giovani ricercatori abbiano dimenticato di chiedere a Sveva se per caso non intendesse riversare le sue attenzioni e cure sulla poverella per mettersi a posto con le sue frustrazioni di madre fallita e assente...Certo è solo un´ipotesi...


Non tremi il mondo là fuori per quanto da me scritto oggi, perchè tanto è solo la mia striminzita opinione, al posto vostro mi preoccuperei solo nel caso in cui a farsi portavoce di ció fosse Lady Gaga: a quella si che crederebbe il mondo!

Ma allora?? La generosità e l´amore non esistono?? La sola cosa che in tutta risposta mi viene in mente è la mia vecchia insegnante di Psicologia: “Ragazzi tutto ció che noi vogliamo lo diventiamo se ci esercitiamo. L´orecchio assoluto dite? Non scordate i geni”.


Cosa c´entra con il bambino e le sue frustazioni? Tutto quello che volete!!

Mi pare chiaro!


Per Naaaaaarniaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!


(N.d. A. “Kickapoo” non è un´invenzione. Di seguito il link che potrà chiarire la sua origine http://www.youtube.com/watch?v=jf-mA8J93Bg ).





sabato 22 gennaio 2011

...from my Canadian journal...

There are so many things I would like to talk about, that I’m not sure where to start from. The first problem is that I don’t know if I’ve already passed the state of New Comer. If it depended on me, I would tell absolutely yes. I’ve got my Canadian experience which, in plain words, means that I’ve at least on full-time contract. By the way, I’ve got also a driver’s licence and two cars. I handsomely pay a day care where my smart son is learning French through his second language that, actually, is English; while my little wild daughter has already learnt how to flush.


Actually, I had my Thanksgiving Day with the omnipresent but delicious stuffed turkey. I also experienced the art of carving big, heavy, fresh and hard pumpkins in order to make them as scaring and cools as possible to freak out the kids asking for their “tricks or treats”. Finally, even though this list could continue, I myself was with my Ninja Son and my Frozen Penguin Daughter (when I say “frozen” I literally mean it given that, notwithstanding the -1, I forgot to make her wear her gloves) on the street trying not to lose my precious kids among hundreds of spider-men, devils, angels, Peter pans, skeletons, serial killers and bloody grey vampires.

T o say the truth, it was not so easy for a person like me who used to hate any kind of costume or even anything in some way related to Carnival, to walk around among adults who pretended (my hope!) to be bloody, devilish, disgusting, paranormal beings.

But this is my new Country and if I think to get one day my citizenship, a part from the national Anthem, I need to share this kind of experiences at least once.

One of the funniest things that night happened when, thinking that the party was already done, someone knocked at the door.

I greeted the guest with my gentlest and warmest smile aware of the fact that behind it, there would be a late kid asking for his treat...

WHAT? A mini mini Death, holding a shining, shining sickle was looking for treats. At least, I thought, he was not searching for me!!!! It would have been even worse, wouldn’t it?

By the way, my reaction was weird because, while my body was trying to pick one of the last loot bag from the box, my mind and its eyes kept scanning that Mini Mini Misfortune Holder. He was perfect: a long black gown kept to the waist by a belt consisting of several Mini Mini Skulls and a Mini Mini voice barely audible through a depressing dark hood.

I had never thought, one day, I could have pronounced a sentence like “Thanks for coming!” to someone who, even only theoretically, represents the symbol of the end of my life!!!

To be honest, I would know the reason why I was so quiet and relaxed. My first Halloween night occurred exactly at the end of two as surreal as nightmarish weeks of pure craziness. For some reason that I still ignore the week before had been one of the worst I could ever remember...but this is another story...

domenica 19 dicembre 2010

Buon Natale

Forse sarebbe carino
dare ad ognuno un dolcino

Forse farebbe piacere
il Bambinello vedere

Forse peró ognuno dovrebbe meditare
su tutto ció che ci sarebbe da fare

Smetterla di puntare il dito
e accettare con un sorriso

Di amore e pazienza é colmo il cielo
non cosí é in terra

Forse a nessuno importa niente
di ció che dice la gente

Forse qualcuno crede
di darla sempre a bere

Forse ognuno é speciale
Forse ognuno é solidale

Io volevo augurare a tutti
solo un Buon Natale

lunedì 18 ottobre 2010

venerdì 20 agosto 2010

Immigrant's lucubration

Today I would like to focus my attention on a very delicate topic which during the last days has often kept my mind busy.


Why am I writing in English?

First of all, because I’m a newcomer and I should practice my writing skills; second, because that’s the way the thought captured my attention.

Anyway, my thinking cap is determined by that situation which, in some way, involves not the emigrants (my condition) but those who remained on their native land.

There must be a hidden reason why some of the emigrants’ relatives, friends or even simple acquaintances are sure that your way of living abroad must be devastating, terribly sad and overwhelming. For the same reason, even though you are hearty laughing describing some interesting thing you saw during your last hilarious trip, you can feel that they’re in somehow looking forward to hearing about the sad side of your story. Yes! They are not interested in your hilarious descriptions of places and people, but they’re waiting for that terrible element in the story which would allow them to say something like this, “Seeeeeeee, I wassssssss righttttt! You should have listened to my advice! Why are you there? You could be so lucky here! Come on, Guys! Consider it as if it was a long vacation and COME BACK TO YOUR WONDERFUL, AMAZING, FANTASTIC LAND!”

Believe me. I’m not emphasizing anything. That’s the sensation and that’s the majority of people’s expectation.

Let’s assume that I’m going to tell about my last wonderful interview. The way the interviewer looked at me in devotion (don’t be bad! It’s just a dream), and the offer the company (the most important in the world!) proposed me at the end of the meeting. What would be your natural expectation? Mine, would be to hear they are so happy for me; or, at least, they are sure that, despite the big change in my life, I was right saying that everything could have been better than there where they still live.

Unfortunately, that’s just a dream and I’m especially talking with reference to my expectation. If I told some of them of the above mentioned hypothetical interview, they would look for the most worried tone of voice before to say to me something like this, “Don’t worry Claudia! That’s just the first step to go in the job market. In 20 years, I’m sure you will find something closer to your professional profile!”

Please, don’t go back to read again because you have perfectly understood what I wrote (or, preferably, I’ve perfectly written what I meant). The truth is that they haven’t heard a single word of what I was trying to tell. The truth is that the majority of people needs to know that you were wrong thinking that your life abroad could have been better and, meanwhile, that the best choice in their life was to remain there.

That’s the starting point of this post: Why do people, to better accept their own fragilities, need to think that you are terribly sad? It wouldn’t make sense to try to explain them thousands times that you’re happy, satisfied, that the only thing you need is time to become more comfortable with the pace of your new life and time to have the opportunity to enjoy more things as possible.

My opinion is that some people were born to experience their lives (mentally and physically speaking) despite the place, the race, the age and all possible changeable elements in their adventure through a crazy world. Those people are part of an endless-flowing stream of any kind of inputs. It could sound as a paradox, but they know that they can relax everywhere because the only thing they need is to feel as a part of a big painting. They belong to the world and they don’t want love to be close, but they want Love to be in!

Other people need quieter lives. They need to stay where they were born because they feel better considering themselves as a piece of a puzzle. They feel comfortable living in that piece, with the things they already know. Maybe, they fought to achieve that piece and given that they don’t like to consider themselves as a part of a stream, they never would change the state of things. They’re not wrong! They’re different. They want Love to be close.

They are wrong when they start to think that anything which is different is even worse.

Finally, could you imagine me taking the subway with two bags, a smart -casual attire, completely lost in this kind of lucubration? In English?

The fact is that the only thing I should do when someone is evidently distorting the meaning of my story, is to cry, and cry, and cry to make him/her feel so bad to try to figure out a way to encourage me and my decision. Inverse psychology.

It would be great! It would be really hilarious, wouldn’t it?