When Two Overqualified Fingertips Have Something to Reveal...
"Odio la vile prudenza che ci agghiaccia e lega e rende incapaci d'ogni grande azione, riducendoci come animali che attendono tranquillamente alla conservazione di questa infelice vita senz'altro pensiero."
(Giacomo Leopardi)
"In pratica le persone che mi vogliono bene spesso non si accorgono infatti che il loro "ti appoggio" si trasforma in un "mi appoggio"
(Miranda Taten)
mercoledì 10 marzo 2010
Le Allegre Comari
una strega di cui non vi diró,
ma che raccontar ora voglio
in onor di quel sogno
che un giorno in Villaggio
del misfatto mi informó.
Incantesimi e segreti furono ben celati
a quel tempo in cui tacquero gli stessi prelati.
“Giustizia sia fatta” la folla gridava
che di averle giá mandate all´inferno sperava.
Condannate le Comari furono a quel rogo,
ma nessuno degli astanti fece conto
di quel ghigno furibondo
che aveano ben stampato in volto...
Le tre gioivano del fuoco
come di un gran bel gioco.
Il resto lo scriveró
cosí come la cara strega
a me lo raccontó...
Questa é una storia di milioni di anni fa, che avvenne in un tempo lontano, quando al Villaggio tre Allegre Comari vivevano. Loro cucinavano per tutta la gente, ed il loro aspetto suscitava grande rispetto. Mai nessuno poté mettere piede nella loro cucina, noto era solo che tutti potessero deliziare di succulenti piatti grazie ai quali le ore del riposo erano scandite da dolci sogni d´oro. Impossibile sapere gli ingredienti, ancora meno intuire quel che davvero si celava dietro quei bei visi. Erano davvero incantevoli, ed ognuna caratterizzata da una particolare sensualitá: solo tre donne offrivano cosí una certa varietá, che sembrava essere indistricabile...Nessuno avrebbe saputo scegliere: sembravano insieme, un solo essere raro.
Grandi risate provenivano dalla cucina, e tale gioia era davvero contagiosa. Per molti anni la pace e l´armonia regnarono nel Villaggio, e l´insorgere di problemi sembrava essere impossibile. Pietanze deliziose, allegria, conforto e giustizia offrivano le tre donne senza chiedere mai nulla in cambio. Niente ahimé é per sempre...
Una vecchina attenta non si fidó mai delle tre, e cosí le spió a lungo senza esporsi ad inutili pericoli. Indagando scoprí che le Allegre Comari riuscivano nella miracolosa impresa solo con l´inganno. Fingendo infatti di rispettare i diritti di tutti e portando avanti principi quali la lealtá e la giustizia, nessuno si accorse che in realtá attraverso incantesimi e strani rituali, facevan sí che la Veritá venisse dimenticata... Sembrava dissolversi tra i profumi delle prelibate pietanze e tra le note di magnifiche melodie tribali. Tutti confortati dall´idea di non essere colpevoli, gli abitanti erano giá cosí soddisfatti, e agitando gli arti come ossessi si scrollavano di dosso responsabilitá e preoccupazioni a piú non posso...
L´attenta vecchina notó l´inganno e con l´imbroglio riuscí nel suo intento...Le tre non prestavano molta attenzione a quel che in giro si diceva, giacché se pure un´infamia qualcuno avesse proferito, loro prontamente l`avrebbero polverizzata con un rito. Sottovalutarono quella dolce vecchina che un giorno chiedendo conforto da loro si recó...Con il cuore a pezzi la poverina diceva del suo dolore, mentre le tre giá indaffarate in una pozione, la facevano sedere su un grosso seggiolone. La vecchina furbamente si addormentó e cosí nella proibita cucina restó. Le Allegre Comari pensarono di andar a dormire che tanto l´ innocua vecchina male neppure ad una mosca avrebbe potuto fare. Ma non appena furono lontane con un balzo lei il seggiolone lasció e in dispensa si recó. All´inizio non riuscii a credere ai suoi occhi: la Veritá non spariva nel nulla!! Milioni di barattoli e bottiglie riempivano gli scaffali, e milioni erano anche le etichette: “ Le bugie dei veri infami”, “La vera storia del signor M.”, “Il dolore per il figlio scomparso della signora J.”, “L´odio per la moglie del signor T.”, “La bontá dell´uomo ragno”, “La perversione rubata a un farabutto di passaggio” e via di seguito. Tutto era raccapricciante molto piú di quanto l´attenta vecchina si era immaginata, e quasi credette di svenire quando in una delle etichette lesse la scritta ““Il vero assassino della mamma di Bambi”...Incredibile di cosa le tre fossero capaci!!
Ripresasi prontamente da quanto appena scoperto, la vecchina capí il senso di tutto ció: le Allegre Comari rubavano i sentimenti della gente per usarli e combinarli a loro estremo piacimento...Ecco scoperto come facevano a sostenere tutto e il suo contrario al tempo stesso...
Cosa si poteva fare per dare loro una lezione? La vecchina decise di rimettersi subito sul gigante seggiolone e far finta di dormire, che intanto le tre sarebbero anche tornate. Avrebbe nel frattempo deciso il da farsi...
Dopo tante ore di meditazione le fu tutto chiaro: le tre Comari rubavano i sentimenti agli altri perché in realtá ne erano prive, ma siccome i loro animi non erano buoni, mischiavano tutto con malignitá...Dunque bastava far sparire tutti i barattoli e le bottiglie della Veritá, anzi meglio ancora, romperli tutti e lasciargli liberare il loro contenuto per sempre. Quella sera stessa, dicendo che le sue povere ossa non le avrebbero mai permesso di sollevarsi e addirittura scendere dal seggiolone, riuscí a restare in cucina di nuovo. Le tre andarono via, e non appena divenne impossibile sentire i loro passi allontanarsi, la vecchina di nuovo con un balzo saltó dal seggiolone e si precipitó nella dispensa: inizió a lanciare le milioni di bottiglie e di barattoli fuori nel cortile, le quali cosí facendo si ruppero anche molto facilmente...
Tutti si destarono allora in un risveglio doloroso, mentre le tre streghe si contorcevano con un urlo contagioso.
Fu cosí che al´improvviso la Veritá poté regnare e si poté le tre Comari giustiziare...ma la loro anima era da tempo venduta e non bastó arderle vive per eliminare il loro male. Cosí le fiamme recavano loro solo un nuovo dono, certe che la loro arte avanti nei secoli sarebbe andata, perché dalle genti fortemente amata...Questa fu la vera storia delle tre Allegre Comari le cui anime dannate non bisogna dimenticare per poterle sempre con coraggio affrontare.
martedì 9 marzo 2010
-56

Se dovessi riassumere in poche parole le giornate appena trascorse userei senza dubbio le seguenti: “stand-by di rincoglionimento acuito da un incontrollabile aumento dei decibel con manifesti segni di squilibrio e altalenanti stati dell’umore”. In una sola parola: DELIRIO!!!!
Se mi si chiedesse inoltre di descrivere i giorni trascorsi facendo riferimento agli oggetti che più ne hanno fatto parte, mi verrebbe subito in mente una divisione in tappe con un'unica costante: le valigie.
La prima fase la chiamerò : GORMITI.
I gormiti, dell’aria, della terra, dell’acqua e del vulcano, mi hanno tenuto compagnia per gran parte dei giorni trascorsi. Tutti, o quasi, attorno a me, sembravano essere assillati dalla presenza di questi piccoli e fantasiosi pupazzetti dai nomi improbabili. In primis il piccolo uomo di casa che, eccezion fatta per un brevissimo revival carnevalesco in terra dei Power Rangers, svegliandosi ogni mattina mi augurava il buongiorno con un pesantissimo: “Vuulcaaaannnnuuuuuus, io ti sconfiggerò con le mie “bucazioni” perforanti congelanti che con il fuoco non si spengono perché sanno volare e ti tirano palle di acqua infuocata (non chiedetemi né chiedetevi come sia possibile)”. A seguire, la piccola principessa selvaggia che con i suoi passetti ancor troppo incerti, mi seguiva con dei ruggiti il cui volume era direttamente proporzionale alla quantità di pupazzetti sotto mano.
Fin qui non ci sarebbe nulla di strano se non fosse che anche qualche adulto ha cominciato a soffrire di sdoppiamento della personalità scoprendo il gormita che viveva in lui dal nome ancor più improbabile. E così ho scoperto che nell’albero genealogico abbiamo pure un “Gormita piritus” e un “gormita solleticus”. Mancava all’appello un “gormita cacculus e uno pus” per vomitare fino al landing in terra canadese. Inutile dire quanto sia stato arduo il compito di non disperdere in terra di Gorm quattro anni spesi a cercare di far diventare un bambino un esserino civile e poco volgare.
Nella fase “Gormiti” c’è stata sempre la valigia. Abbiamo cambiato ben tre case, preso un’unica volta il pullman per spostarci da una città all’altra (esperienza che non ho più voluto ripetere dopo aver costretto 40 passeggeri a sentire 100 volte che “I soooogniii son desiiiideeeeriiii, di feeeeliiiicitàààà…” nel vano tentativo che la piccola gormita-cenerentola prendesse sonno), adempito a tanti doveri in previsione dell’imminente partenza e fatto e disfatto le valigie una ventina di volte.
Le giornate sono trascorse in questo modo e così mentre le cartelle dei documenti si riempivano di fogli raccolti a destra e a manca, i miei telefoni squillavano quasi sempre inutilmente nella speranza che io rispondessi, la mia gola e le mie orecchie andavano in tilt nel ripetere dalle 100 alle 200 volte le frasi: “Bambini calmatevi. Scendete dalla poltrona. Scendete dal tavolo. Non litigate. Gioco di mani, gioco di villani. Baaaasta. Baaaaaastaaaa. Baaaaaaaaaaastaaaaaaa!”
A un certo punto, non saprei indicarne l’esatto momento cronologico, al gormita piritus si è sostituita una cosa che agli occhi ingenui di una mamma impegnata a organizzare l’espatrio del secolo poteva sembrare una semplice pallina. Una cosa a metà tra una pallina da ping pong ( che si potrà pure chiamare tennis da tavolo ma sempre ping pong è!) e una volgarissima biglia.
Sembrava una pallina. Quella piccola sfera in realtà nascondeva come solo un’ostrica saprebbe fare una perla di universo. Un universo fatto di nomi ancor più strani, di quelli che non si possono ricordare, tipo: brick gate che per un gioco di assonanze ti ricorda il più famoso Bill ma che, ahimé!, non ti fa guadagnare neanche un centesimo.
Per chi non avesse avuto il piacere di conoscerli, qui si parla di BAKUGAN!!!! Da qui il nome della seconda fase.
Le differenze tra la prima e la seconda non sarebbero poi così tante se non fosse che queste cazzo di palline, oltre a piccoli mostri, celano al loro interno ancor più piccoli magnetini in grado di far rimbecillire anche il più paziente dei genitori. Alle urla prima descritte, dunque, si sono aggiunte frasi del tipo: “Non trovo più il mio bakugan!!!”, “Cercalo!”, “ma non lo trovo! E’ caduto sotto il frigo e non lo trovo più” E allora, ecco sei adulti impazziti con i culetti a ponte a cercare un bakugan sotto il frigorifero armati di cucchiaio di legno nel vano tentativo di far staccare dalla base del frigo una pallina che più sorda di un bradipo anziano non ha la minima intenzione di staccarsi dall’unica vite che trattiene tutto l’impianto. Un paio di volte avrei voluto essere quel simil bradipo.
O peggio ancora, guardare il bambino che seduto a tavola si lamenta per aver perduto il suo prezioso amico e non riuscire a capire cosa ci sia di strano in quell’immagine di tuo figlio che dovrebbe invece risultarti familiare per poi scoprire che non è normale che alla forchetta di acciaio inossidabile sia spuntato un mega porretto… Trovato il bakugan!
E i giorni nel frattempo sono volati fino ad arrivare al 25 Febbraio, data nella quale da mesi era previsto il vaccino, l’ultimo vaccino della piccola principessa: MPR+V. Ci si potrebbe chiedere per quale motivo abbiano deciso di dividere quell’acronimo aggiungendo un insulso segno +. E’ in quella crocetta che si racchiude l’arcano mistero. I medici non te lo dicono per timore che si possa decidere di non sottoporsi a quella piccola iniezione.
Quello non è un +, ma una vera e propria Croce. E’ un segno, un simbolo di come la tua vita potrebbe prendere una brutta piega nei 15 (quindici giorni) che seguono la somministrazione del vaccino. Innanzitutto, spiego subito che MPR sta per Morbillo, Parotite e Rosolia. + sta per croce e V sta per Varicella.
Svegliatami dopo appena tre ore di sonno, ho caricato i bimbi in macchina (valigia sempre al seguito)per recarmi a Palermo, al centro vaccini per essere più esatta. Qui una ridente signora sulla cinquantina, prima di sottoporre la piccola principessa al suo trauma mattutino, mi ha spiegato per benino cosa ci accingevamo a fare. Poi, ridendo sotto i baffi, ha aggiunto che nell’arco di 15 giorni (“come pure no!”)si sarebbero potuti presentare i seguenti sintomi: febbre, irritabilità, mancanza di appetito, dolori articolari, puntini sparsi in tutto il corpo. Infine: “Se dovesse spuntare la pustolina sul lato del vaccino per la varicella, sappia che la bimba è contagiosa!” Bene. Tra gormiti, bakugan, valigie e chilometri percorsi come se niente fosse, il mio cervellino ingenuo ha deciso di soffermarsi sull’unica frase “come pure no!”
Trascorsa la prima settimana, seppur in mezzo al delirio ampiamente descritto, ho tirato un primo sospiro di sollievo. Tuttavia, essendo i miei sospiri di sollievo simili a dei boomerang aborigeni, ecco che mi sono ritrovata addosso tutto il peso di quelle parole inconsciamente evitate. Alle giornate così diverse eppur tutte uguali si è aggiunta una prima notte quasi insonne della piccola vittima sacrificale. In ordine sono spuntati: la febbriciattola, i dolori articolari, la conseguente irascibilità, una serie di macchioline sparse per il viso di colore e grandezza diversa e dulcis in fundo LA PUSTOLINA DELLA VARICELLA!!!! Cazzo! La bimba non solo è contagiosa ma ha pure problemi di stomaco!
Ed eccomi qui, da poco più di 5 minuti, a meno otto giorni dalla partenza a rendervi partecipi di questa rilassante parentesi nell’attesa che la grande avventura abbia inizio pure per noi. Chi di voi mi immaginava tra una lezione di acqua gym, una seduta di massaggi, e un “fancazzismo” diffuso sappia che la vita mi ha confermato una grande lezione: “Mai fare progetti perché al peggio non c’è mai fine e le vie della provvidenza sono infinite”.
domenica 7 marzo 2010
domenica 21 febbraio 2010
Cosí per condividere...
Spinti dall´arroganza di sapere ció di cui gli altri hanno bisogno, pretendiamo non solo che le nostre parole siano risolutive per l´altra persona, ma che la linea da noi IMPOSTA sia l´unica possibile, tra l´altro giusta. Iniziamo sempre con frasi tipo “posso darti un consiglio?”, oppure “io al tuo posto farei cosí...”, che sembrano essere dettate, a partire poi dall´estrema logicitá con cui vengono sviluppate, solo dalla nostra rationalitá. Qualora il nostro interlocutore dovesse interrompere questo processo di causa-effetto grazie al quale possiamo fargli capire quanto la soluzione al problema X sia chiara, allora diventiamo fatalisti. Mi spiego. Il nostro amico potrebbe dirci che al di lá della cosa giusta, o meglio logica, c´é per esempio un malessere, (quello che noi tenderemmo subito a definire disturbo mentale, o incapacitá), allora ecco il fato: “che vuoi farci é cosí!”. Fin qui niente di strano, cioé un modello di conversazione come questo lo adottiamo tutti tutti i giorni: non abbiamo sempre una spiegazione per tutto, ed é anche umano. Il problema si manifesta infatti nel momento in cui il nostro amico “depresso” avrá trovato una soluzione in autonomia. Una soluzione non necessariamente giusta, non necessariamente logica, opinabile, egoista, ma pur sempre una soluzione valida e possibilmente risolutiva per se stesso. “Te steesso??” , e io?? A me ascoltatore fedele ed amico, non pensi? Forse non stai tenendo in considerazione i miei consigli? E i miei sentimenti non contano nulla? IO, capisci?? Ecco quindi che iniziamo ad infamare il nostro amico, quello che, e non scordiamolo, volevamo aiutare!! Lo accusiamo di egoismo nonostante noi si stia continuando a parlare solo e soltanto in prima persona, gli lanciamo addosso un container di responsabilitá verso l´intero universo e di sensi di colpa, perché deve sapere che quello che ha deciso di fare (in realtá non importa che cosa!) avrá delle conseguenze permanenti, di cui solo lui sará il responsabile. Possibilmente minacceremo di tentare il suicidio, e sveleremo di soffrire di un insufficienza cardiaca mai dichiarata sino a quel momento (segreto mantenuto per anni per un´occasione speciale come questa!). E credetemi non necessariamente ci fermeremo a questo, e non esagero se dico che alcuni di noi potrebbero davvero iniziare a fare come quel tale che infastidito dal gioco di Amelie Poulan, le disse che il flash della sua macchina fotografica causava incidenti, e cosí la piccola si convinse, guardando il telegiornale, che tutto ció che stava accadendo nel mondo fosse solo e soltanto colpa sua.
Io posso ben immaginare come ognuno di noi creda che tutto ció non ci riguardi, che mai abbiamo fatto niente del genere, ne tanto meno lo faremo, che é Follia!! Cari signori é arrivato il momento di smentirci, di non prenderci piú in giro, di smetterla di scaricare sugli altri le nostre paure e le nostre incapacitá, sostenendo che le incapacitá siano invece proprio dell´altra persona. Del resto essendo tutti sostenitori del karma e del fato, come detto, smettiamola di intralciare il destino, dato che siamo anche molto bravi a proferire frasi, molto spesso vere, come “io non posso aiutarti, anche se mi dispiace moltissimo per te!”. Quindi? Niente oggi mi girava di dire queste cose. Buona domenica cari!
mercoledì 17 febbraio 2010
Nostradamus
Mi resi anche conto del fatto, dato il terrore nei suoi occhietti da roditore, che Nostradamus bluffasse intenzionalmente. Infatti quella delle capacitá paranormali era giusto una strategia per avere un pó di potere sugli altri, ovvero quella schiera di Creduloni che al calar delle tenebre gli chiedevano di leggergli le carte, le quali venivano interrogate con domande tipo, “ma lui lascerá sua moglie per tornare da me?” .
La cosa che io trovai sempre esilarante erano non tanto i quesiti, per quanto opinabili, ma le risposte. Per esempio una conversazione tipo tra Nostradamus e i Creduloni era: “Che puoi dirmi riguardo questa sera?”, “Allora, io ho una forte sensazione...Secondo me con questa persona, che tu stai pensando in questo momento, questa sera puó succedere una cosa bellissima o una cosa bruttissima, dipende da te”. Incredibile!! Cioé, rivolgersi a Nostradamus poteva davvero rivelarsi fondamentale e risolutivo! Ogni tanto qualcuno, coraggiosamente si intrometteva nella conversazione con un ironico “E quindi?” seguito da una risata. A quel punto lo stregone iniziava a roteare gli occhi aggiungendo che quella sera avrebbe fatto bene a ritirarsi, perché aveva giá capito che i suoi demoni gli avrebbero dato del filo da torcere: “ Purtroppo io percepisco solo le energie negative!”. Una sera mentre tornavo in camera mia sento: “Curú, curú!!”. Non essendo il mio nome non mi venne neppure in mente di voltarmi...”Curúúú! Curú aspetta!”. La voce si fece piú vicina...“Curú, mi accompagni alla Recepc?” . Nostradamus mi correva incontro...Curú ero io...Cuore!! Quella volta che la bottiglia cadde, (in realtá sappiate che si trovava nel posto sbagliato perché dimenticata da qualcuno), davvero si era preso un bellu scantazzu!!Ihihahahahahahahahahahahahah!!
giovedì 4 febbraio 2010
Folie
Anche se non restó molto tempo con noi, di certo non mancó di lasciare il segno, soprattutto a chi riusciva a vederlo...
Folie, cosí veniva chiamato, aveva un aspetto senza pretese. Oltre ad essere alto solo pochi centimetri, vantava un grosso naso a cipolla capitolato da due occhietti guizzanti, i suoi capelli erano lunghi e ondulati, e una schiera di orecchini riempiva tutto il suo orecchio destro (indicatore indiscutibile di una sensibilitá punkabestia) . L´abbigliamento poi era abbastanza neutro: maglietta di cotone verde militare abbinata a jeans semplici un pó rovinati dall´usura del tempo...Non lo vidi mai con altri vestiti che non fossero questi. Quando invece andava a fare un bagno al mare, a Folie piaceva farlo nudo...E questa diciamo che non fu mai una mirabile visione: il nostro Folletto non era esattamente fit. Se dobbiamo dirla tutta, bella non era pure quell´enorme chiazza verde scuro sotto la pancia flaccida, che sembrava volesse continuare a scendere giú non si sa fino a dove, ovvero quello che restava di un leone ruggente un tempo tatuato sulla pancia ben stirata di Folie. La veritá é che lui non era piú giovane come un tempo, e anche i capelli iniziavano ormai a diventar color dell´argento, insomma grigio topo.
Folie. Folie non era un tipo esattamente socievole, ma nonostante questo ogni tanto gli piaceva tenere banco con discorsi di ogni tipo che miravano ad infervorare le masse, convincendole della veritá delle sue parole. Mi ricordo ancora di quelle volte. Lui saliva su un tavolo, e affinché tutti potessero vederlo chiedeva allo Scenografo di puntargli un faretto addosso. Tutto questo perché, anticonformista com´era, si rifiutava di esibirsi nell´anfiteatrino di cui disponeva il Villaggio.
Folie nei suoi discorsi pubblici portava avanti delle teorie, che mai nessuno degli astanti condivise. “Borghesi bigotti” , diceva in tutta risposta Folie.
Il suo credo era supportato da alcuni argomenti fondamentali, almeno cosí mi sembró di capire durante quella settimana:
- Ateismo;
- Abolizione del denaro e del lavoro;
- Abolizione delle carceri;
- Boicottaggio della TV.
Per quel che riguarda il primo punto, a Folie sembrava chiaro che ammettere l´esistenza di qualsiasi tipo di divinitá servisse solo alla gente comune per infiocchettare e abbellire la realtá: “Ma non capite che tutto é determinato da reazioni chimiche???” .
Dunque si passa subito ad “Abolizione delle carceri” e su questo non si transige: un individuo entra Uomo ed esce Bestia! Ergo, venendo meno la funzione che la prigione dovrebbe avere, ovvero riabilitare l´essere reo alla societá, non dovrebbe proprio esistere. Come si fa allora con i malfattori? Ma non capite?? Se ad un essere umano non mancasse tutto ció che é un suo diritto, come la casa e la cultura (non pensateci neppure al lavoro!!), egli non sarebbe costretto a diventare un criminale! Semplice!
“Boicottaggio della TV” e di tutto ció che ad essa é legato.
Questo principio pare rientrare in quella che i critici (se tirati in causa) definirebbero LA TEORIA DELLO SVILUPPO INFANTILE, o semplicemente dell´IMPRINTING.
Secondo tale teoria i bambini non dovrebbero vedere la televisione sino all´etá di cinque anni, nel corso dei quali potrebbero dedicarsi invece ad attivitá piú stimolanti ed intelligenti come ad esempio sellare un cavallo. E dopo i cinque anni? Dopo i cinque anni un bambino normale inizia le elementari per cui l´esistenza della tele deve assolutamente scoprirla affinché non sia un disadattato.
Peró dovere dei genitori é metterlo in guardia di continuo contro il nemico. In tal senso Folie parla di METODO POWER RANGERS, che prende il nome da un telefilm, in voga al momento, che viene seguito da milioni di piccoli fans sfegatati (si va dai due ai dieci anni circa!), che si piantano davanti alla TV subito dopo pranzo. Ma torniamo al metodo, e piú propriamente al Power Rangers. Quest´ultimo bisogna renderlo ridicolo agli occhi del bimbo affinché si possa convincere del fatto non solo che a carnevale é meglio vestirsi da Skin, degli Skunk Anansie, ma che tutti i suoi compagnetti di classe sono idioti!
Resa l´idea possiamo anche passare al prossimo punto.
“Abolizione del denaro e del lavoro” . Ognuno dovrebbe produrre ció di cui é capace e metterlo a disposizione della comunitá. Cosí se io per esempio so fare il gelato, metteró il prodotto a disposizione di tutti, e in cambio avró lo stesso...Insomma ognuno si prende ció di cui ha bisogno da ciascuno individuo...
La domanda é, ma se tutti ambissero ad occuparsi della stessa cosa? In tal caso la speranza sarebbe che almeno la branca prescelta sia la medicina, cosí combattere le pestilenze diventerebbe piú facile...(???).
Folie Folie...chissá che fine ha fatto. Pare che nessuno del Villaggio abbia piú avuto la possibilitá di sentire parlare di lui...Pare che il nostro Folletto Punkabestia Folie, fosse in realtá scappato da Fantasia di Qualcuno, e che meditasse di non farvi piú ritorno...Dopo la sua partenza nel Villaggio fu il caos: la Scema del Villaggio, continuava a ripetere che “I rutti di Folie al chiaro di luna sono capaci di far sognare!!” ; Testolina prese ad ubriacarsi regolarmente; Sterminator non la smetteva piú con “What is love? Baby don´t hurt me, don´t hurt me, no moore...” . Sesta, completamente impazzita, continuava a strapparsi i capelli e, quando possibile, a dare testate su tutte le pareti in cui si imbatteva. Alcuni si organizzarono in gruppi, e si riunivano con lo scopo di contattare Folie telepaticamente, e cosí via. Il delirio!!
Io cercai di farmene una ragione, e tutto ció che credo oggi, é che quel Villaggio era un pó troppo persino per Folie, penso che ci considerasse tutti pazzi... “Fooooooooooolieeeeeee tornaaaaaaaaaaaaaa, troveremo una soluzione!!!” , Concordia gridava, ma ahimé, vanamente!
sabato 30 gennaio 2010
Ullallààààààààààà!

… “il divertimento è assicurato!”, mi ripetevano imperterriti i folletti della mia fantasia. Ogni giorno, stranamente, oltre ad essere un giorno nuovo (la Natura si sa, difficilmente cede ai capricci di noi mortali!), è stato anche e soprattutto identico al precedente. Ogni sera il pianto di Maia e la sua inconsolabile nenia caratterizzata da un “Papààààà, papàààà, papààà!” che, ringraziando il cielo, dall’al di là dell’Oceano ci aggiornava sui suoi progressi da diciottenne. “Ho preso la patente!”. “Braaaaaaaaaaaaaavoooooo!”. “Ho trovato casa!”. “Braaaaaavoooooooo!”. “Ho fatto il test e ho preso 8”. “Braaviiiissiiiiimo!”
E la consorte? Non mi riferisco, ovviamente, alla sposa che probabilmente un troppo diligente governo canadese gli ha affiancato al momento del “landing” per evitare che il nostro overqualified newcomer si sentisse troppo solo, ma alla sottoscritta. La consorte, continuando seppur vanamente a consolare la piccola fiammiferaia palermitana, si è sbattuta a destra e manca nel tentativo complicatissimo di svuotare una casa enorme dove gli oggetti, come gremlins continuavano e continuano a moltiplicarsi. L’amia mi darà un premio speciale per la sovrapproduzione di immondizia che sono riuscita a racimolare nel giro di una sola settimana. Non c’è stata sera infatti nella quale il mastro lindo che vive in me non abbia scaricato e caricato e scaricato sacchi condominiali dapprima in macchina e poi direttamente nei cassonetti di Partanna. In pratica, secondo me, tutta Partanna Mondello si chiede ancora come fosse possibile che dei sacchi neri della spazzatura fossero in grado di guidare una Citroen C3 senza che la polizia facesse qualcosa per scoprire l’arcano.
Ma questa, tuttavia, è solo la punta di un iceberg (non mi riferisco questa volta all’appartamento che mi accingo a lasciare). Non bisogna dimenticare che la “portualla” in questione è anche madre di due splendide creature. Ogni sera arrivando a casa, dunque, dapprima sono stata (e continuo ad esserlo) accolta da Maia con un sonoro “Papàààà!” e, poi, da un Lorenzo al quale sono evidentemente spuntati i tentacoli. Ogni sera dunque, prima di concedermi una doccia bollente fissando il vuoto e dondolandomi avanti e indietro, mi sono dovuta accollare le cene dei bimbi che avevano bisogno della loro mammina…una lunga passeggiata nel lungo corridoio di casa dei miei suoceri sempre con il suddetto Polpetto Lorenzo avvinghiato alla gamba che, avendo scoperto il divertimento insito nello stare appiccicato alla gamba di qualcuno per farsi trascinare in giro per il mondo, ha voluto mettere alla prova la mia prestanza fisica e quella del mio gastrocnemio e, dulcis in fundo, preparare la torta per la festa all’asilo con tanto di smarties e decorazioni di zucchero a velo celeste!
Sti cazzi!...direbbe un filosofo greco. Qualcuno di voi, leggendo quanto scritto e volendomi immaginare all’opera, probabilmente mi vede comodamente seduta davanti al pc e tutta concentrata a mettere in ordine le idee. Nulla di più sbagliato. Al momento, mi trovo in piedi in quella che rappresentava la lavanderia di casa i cui segni del suo precedente uso possono solamente dedursi dagli unici due amici rimasti a tenermi compagnia: una spugna e un detersivo per i piatti. Inutile dire che anche la loro esistenza, al momento, ha cessato di avere un senso, uno scopo. Piatti da lavare non ce n’è! Né tantomeno ci sono suppellettili, mobili, sgabelli a disposizione. In questa casa siamo rimasti in pochi e mi permetto di usare il plurale solo perché al netto del totale sono inclusi gli spifferi. Quando me ne sarò andata anche io, rimarranno solo loro.
Oggi è un giorno importante dal quale mi pare di intravedere un piccolo barlume di luce…un guizzo, uno scintillio al termine di un lungo tunnel che, se tutto va bene, dovrebbe portarmi al di là dell’Oceano. Ma prima di arrivare alla fine, si sa, la strada è stata e mi pare ancora un po’ lunghetta e non vorrei che quel luccichio fosse in realtà la torcia a pile di qualcuno che si è perso anni or sono e, come me, vaga alla ricerca della meta.
Come già detto precedentemente, le lezioni apprese in questo tour de force nel mondo degli spostamenti transoceanici sono state innumerevoli e poiché ritengo che uno degli aspetti di maggiore rilievo sia rappresentato dalle relazioni interpersonali con brevi ma intensi excursus di natura socio antropologica, ritengo sia il caso di dedicare un post a parte a tutte le persone conosciute in questi giorni di puro sbattimento.
Tuttavia, vorrei lasciarvi con una riflessione che da un paio di giorni attanaglia la mia mente: perché un uomo, traslocatore di professione, sente l’esigenza di portare con se un parrucchino brizzolato? Rifletteteci mentre io, sotto una pioggia battente, mi auguro di non dover assistere all’ultimo allagamento della lavanderia. Sarà che la spugnetta di cui sopra è solo un segno inviatomi dal cielo per prepararmi a una nuova grande avventura?
giovedì 28 gennaio 2010
Poche parole...

Il “quasi” dipende solo dal fatto che “al peggio non c’è mai fine” anche se “cchiu scuru ri mezzanotte un po’ fari”.
Premesso ciò ci tengo subito a precisare che giungo dalla camera da letto dove, dopo una lunga lunghissima giornata di lavoro vissuta nella spasmodica attesa di rivedere le stelle, la piccola Maia si è appena addormentata dopo averci deliziato con un angosciante pianto da sindrome d’abbandono.
Perché è così che trascorriamo le nostre giornate. Tra uno scatolone e lo smontaggio di quattro, dicasi quattro condizionatori d’aria non c’è volta in cui un lamento, un pianto, un sospiro o un singhiozzo della nostra piccola sedotta e abbandonata non ci tenga compagnia.
Prima che il marito, compagno di avventura, si mettesse in viaggio verso la terra le cui strade, come tutti ben saprete, sono lastricate d’oro e miele, si è lavorato tanto in casa. Scatolone dopo scatolone (150 per l’esattezza), pagina dopo pagina per stilare la lista bilingue dei nostri averi, sembravamo essere giunti quasi al termine (o all’inizio a seconda dei punti di vista) di un lungo, lento processo cominciato all’incirca due anni e mezzo fa.
Strano, furba e brillante come sono, che non abbia in realtà colto quei campanellini d’allarme che avrebbero dovuto mettermi in guardia su ciò che in realtà mi aspettava. Uso quel “mi” non per una questione di egocentrismo (qualità per la quale non mi reputo avara) ma perché, di fatto, la cosa riguarda solo me rimasta al di qua del confine nell’attesa che il pioniere di casa trovasse un giaciglio per l’allegra combriccola.
Eppure, a pensarci bene, avrei dovuto capire tutto (impedendo quindi il viaggio in solitaria del consorte) lo scorso 17 Gennaio, giorno seguente ai mega festeggiamenti per il compleanno della nostra piccola principessa…posseduta.
Erano appena le nove del mattino, una di quelle mattine in cui ci si sente particolarmente sbattuti e inutili per la società, quando mi ritrovai la casa invasa non più solamente dagli scatoloni, dai festoni, dalle briciole di torta al cioccolato e i palloncini sgonfi di una Cinderella post sbronza, ma da un vero e proprio sciame di cavallette. Una delle piaghe d’Egitto era stata dirottata direttamente su Partanna Mondello ed io, testimone oculare di siffatto evento, non potevo che assistere impotente a quanto avveniva sotto i miei occhi.
Volevo solo scaldare il caffè e mettermi al lavoro. Mi ritrovai con una tazzina di caffè gelido in una mano e un cacciavite a stella in un altro. Non capii molto di ciò che stava accadendo. So solo che nel giro di un paio d’ore mi ritrovai senza, in ordine: un forno a microonde (da qui il caffè gelido), tutte le plafoniere di casa, sostituite da lampadine impiccate a tristissimi fili neri, una piantana, un impianto home theatre, un lettino da campeggio e, dulcis in fundo, l’angoliera della cucina.
In quell’istante avrei dovuto comprendere che mi aspettavano tempi bui e … gelidi.
E così, piano piano, è arrivato il giorno della partenza del marito e mentre tutti eravamo preoccupati per la reazione che il figlio quattrenne avrebbe avuto a seguito della partenza del suo caro Papà… il piccolo angelo di casa mi preparava un pacco colossale!!!
In altre parole, è dallo scorso venti Gennaio che in questa casa il tempo pare essersi fermato. In questo senso è un po’ colpa anche del maritino il quale, inspiegabilmente, ha pensato bene di staccare l’orologio dalla parete della cucina lasciando al suo posto l’ombra che questi ha lasciato nel corso degli anni.
Cioè, io proprio non capisco cosa abbia spinto Ale a preoccuparsi di staccare l’orologio a parete piuttosto che contare, che so, il numero di valigie che lo attendeva davanti la porta di casa. Dopo la sua partenza si è discusso a lungo di questa sua strana manovra diversiva. Volendo ricostruire i fatti, le nonne hanno stabilito che: il nostro espatriato alle ore 3 e 5 minuti (l’ultimo avvistamento dell’orologio da parte di una testimone risale alle 3 a.m.) abbia deciso di staccare quell’orologio. Una delle nonne volendo assicurarsi che non fosse passato troppo tempo dall’ultima “occhiata”, guardando la parete in questione si ritrovò davanti solamente la sua sindone. Cerca di qua e cerca di là, l’orologio venne presto rinvenuto sul pavimento della cameretta dei bimbi (anche qui atroci dubbi sul perché l’emigrante abbia ritenuto opportuno collocarlo sul pavimento al centro della stanza con le lancetta rivolte verso il soffitto!). Nel sincerarsi che stesse bene e che potesse essere rimosso dal luogo del delitto, le nonne detective dovettero presto arrendersi all’evidenza: l’orologio era morto! Deceduto! Forse per un improvviso attacco cardiaco o forse per assideramento. No! Il nostro Robinson Crusoe canadese, alle 3 del mattino, al freddo e al gelo voleva superare se stesso e, per questo, aveva deciso di staccarne finanche la pila!...quest’ultima, INTROVABILE!!!!
Ed è per questo che, ribadisco, io avrei dovuto capire tutto. Arresami dinnanzi all’evidenza ho voluto far finta di niente, accettare la piccola inconscia marachella del maritino e proseguire, alla meno peggio, nell’organizzazione di questa mobilitazione transoceanica!
mercoledì 27 gennaio 2010
Sesta
A Sesta piaceva: indossare camicie perfettamente stirate; piacere al prossimo, averne il domino, e poterlo considerare inferiore a se stessa; ascoltare Michael Jackson; menarsi da sola.
A Sesta non piaceva: essere contraddetta; l´insubordinazione; quando il suo menarsi da sola non sortiva l´effetto desiderato sul prossimo.
Nessuno capii mai il suo ruolo all´interno del Villaggio, chiaro era solo che lei intendeva governarlo.
Ricordo ancora con compassione, di quando mi riferí di come le facessero male i piedi a causa mia. Si, a causa mia, perché se io avessi adempito a tutti i miei doveri, lei non avrebbe dovuto sbatterli piú volte per la disperazione. La piccola Sesta nel raccontarmi ció, di certo non consideró il mio paese di provenienza, ovvero un paese in cui le donne molto spesso amano pestarsi da sole, per far sentire gli altri colpevoli dello stato delle cose. Ricordo ancora la telefonata di una donna disperata che aveva minacciato di togliersi la vita con il solo aiuto di un antidolorifico. Naturalmente nessuno le credette mai.
Quindi per riassumere, mi limiteró a dire che la povera Sesta cascó un pó male.
Sesta.
Sesta Sestina, come sei bellina,
ma perché non usi anche quella tua testolina?
Di ingiurie e maledizioni son pieni i tuoi discorsoni.
La gente non ti vuol ascoltare,
ma tu non lo vuoi accettare.
Allora corri corri e vai, che la strada tu la sai.
Nessun piú ti troverá, ma giá questo basterá!
Sesta, Sistuzza, no, non piangere! Dai, vedrai che un giorno riuscirai a governare il mondo, o almeno il tuo minuscolo cosmo.
Intanto una macchina esce dal parcheggio, volume dello stereo al massimo: “What is loveee? – Baby don´t hurt me – Don´t hurt me, no moree!!”. Sterminator ha finito il suo turno, e sta andando via ascoltando, e condividendo con noi, il suo pezzo preferito!
giovedì 21 gennaio 2010
La Scema del Villaggio
Io, anche se non l´ho ancora ufficialmente detto, sono stata sempre una persona molto fortunata.
Dunque, fortunata come sono, La Scema del Villaggio non poteva che essere la mia, e solo mia, compagna di stanza.
Io non capii subito di trovarmi “a letto col nemico”, ma lei perseveró sino a che non dovetti rassegnarmi. Tempo massimo consentito tre mesi, tre mesi per capire, per capire che La Scema del Villaggio, oltre che essere degna del suo nome, era pure un pó psicopatica.
Ricordo ancora di quanto le piacesse spogliarsi, restando completamente nuda, per salire sulla scala e risistemare il suo armadio. Noi, che eravamo solo donne in stanza, eravamo non solo obbligate a vedere mal volentieri le sue grazie, ma anche a muoverci in quella stanza di pochi metri quadri, come se non fosse.
I nostri piccoli screzi iniziarono a causa dell´italiano. Si dia il caso che lei parlasse solo quasi in dialetto, e che da sola avesse deciso che io la deridessi. Complessi di inferioritá? Traumi infantili?
Nessuno saprá mai rispondere con certezza a queste domande. Comunque sia, inferioritá o no, La Scema del Villaggio, inizió con un tentativo di amicizia, del tutto poco credibile, che sfoció in una sfuriata cosmica tre settimane dopo. Motivo? Cito e traduco: “Ma chi ti credi di essere tu?? Sono stanca di pararti il BEEEEEP, capito?? Mi hai stancata con le tue chiacchere!!”.
A questo sfogo, (ci tengo a dire che non ebbi mai la possibilitá di replicare!), seguirono angherie di tutti i tipi. Per esempio una mattina appena sveglia, tentai di prepararmi il mio solito espresso. Messo il caffé, mi accorsi che non c´erano piú i bicchierini di plastica...finiti? Mi ricordo di avere un bicchiere da birra nell´armadio, e penso che tenendolo inclinato io possa riuscire ad avere il mio caffé. Dopo un pó “la macchinetta” inizia a fare un rumore insolito. Guardo. Qualcuno aveva tolto tutta l´acqua. Indovinate un pó chi era la colpevole? Certo, e chi altrimenti? Tra le quattro lei era l´unica, che potesse ignorare il fatto che la proprietaria sarebbe andata su tutte le furie: “Senza acqua da scaldare la macchina si BRUUUUCIAAAA!!!” . Povero scricciolo!!! Naturalmente lei, tra le tante cose, non poteva neppure sapere, che non avrei rinunciato cosí facilmente al mio caffé delle 6 del mattino prima di andare a lavorare!
Cosí come se niente fosse, andai in bagno a recuperare un pó di buona acqua dal rubinetto, insomma sicuramente non potabile...:)
Ma tutto ció avvenne dopo. Dopo, che presentateci, iniziammo a conoscerci. Dopo una brillante conversazione, nel corso della quale erano state messe a confronto le rispettive cittá...o per meglio dire la mia cittá e il suo paese. Forse la parola “confronto” in questo caso é inappropriata, piuttosto parlerei di interrogatorio: lei faceva le domande!
Prima domanda: “ma nella tua cittá la Benetton esiste??” . Io mi limito a rispondere di si, aggiungendo ironicamente che peró mancano gli autobus... “E come fatee??”.
Io tra l´incredulo e il frustrato le ho spiegato che stavo scherzando, ma lasciandomi prendere dal gioco, ho aggiunto che, ahimé, non ci sono le banche. Risposta? “Ma veraamente?? E come fate?”.
Mi sono voltata per non farle vedere le lacrime: stavo ridendo come mai!!
La fine a questa conversazione venne posta dall´altra coinquilina, detta Concordia, che le fece una lezione sulle cittá. Chiaramente ció non sembri superfluo...
Io non scorderó mai quegli occhi azzurri a palla, il cui vuoto non é paragonabile, per estenzione, neppure all´intero universo, ne tanto meno quella scarpa lanciata dal balcone, che dovetti recuperare
con un piede scalzo, per l´appunto, tra l´erbetta fresca, appena innaffiata del giardino, ovvero altro piccolo scherzo di lei. Lei, la sola, la reginetta dei peli superflui, lei l´unica capace di meritarsi il titolo di Scema del Villaggio, dove “del Villaggio” é il cognome...un pó come per Antonello, Antonello da Messina:)
venerdì 15 gennaio 2010
Sforbicia
Cosí veniva chiamato per la sua abilitá, non comune, di “sforbiciare” con le gambe sul campo di calcio.
Non essendo un´intenditrice di questo sport, non riuscii mai a catturare questa immagine mitica e un pó sfocata che probabilmente vedeva questo atleta muoversi al rallentatore agitando le gambe, come a dare ginocchiate all´aria, mentre con destrezza cercava di non farsi fregare il pallone dall´avversario. Per rendere l´immagine piú nitida poi bisognerebbe tenere in considerazione un altro elemento fondamentale: i capelli di Sforbicia! Un caschetto castano chiaro che di certo in nessun caso sarebbe passato inosservato, quasi mi verrebbe da pensare al taglio sbarazzino di Nino D´Angelo (lui pare sia stato un punto di riferimento per miliardi di persone!!). Cosí come tutto il resto del corpo, anche i capelli parevano seguire e accompagnare le leggendarie sforbiciate: volavano per aria per poi posarsi nuovamente e ricadere sulla fronte (a Sforbicia piaceva portare la frangia), giusto in prossimitá dei grossi occhiali, che nonostante il nastro adesivo per tenerli insieme messo al centro, non lo abbandonarono mai, sempre fedeli a quel buffo naso aquilino...Io l´ho sempre immaginato cosí il caro, anche se poi non tanto, Sforbicia all´azione.
Se qualcuno di voi ha mai avuto una cosí mirabile visione, allora sappiate che si trattava proprio di lui, del mitico Sforbicia, che in quei del Villaggio fece sognare molti!
giovedì 31 dicembre 2009
mercoledì 23 dicembre 2009
Se io non ho le parole qualcun altro le ha per me...
"Dodici voci si alzarono furiose, e tutte erano simili. Non c'era da chiedersi ora che cosa fosse successo al viso dei maiali. Le creature di fuori guardavano dal maiale all'uomo, dall'uomo al maiale e ancora dal maiale all'uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due".
G. Orwell
Naturalmente non ha niente a che vedere con il Natale, o forse si...Oh! Vedo la luceeee, la veeedoooooooooo!!!!!!!!
giovedì 17 dicembre 2009
Forza e coraggio!

Per fortuna però, all’improvviso ma non troppo, accade qualcosa che immediatamente ti riporta con i piedi per terra e ti costringe non a prendere precauzioni ma, addirittura, fare astinenza pur di non incappare in quella trappola di tenerezza rappresentata da un fiocco rosa o celeste appeso dietro la porta di una clinica e dietro la quale si celano, di tanto in tanto, mille, duemila, tremila insidie. Sono tutte trappole, tranelli orditi da qualcuno che sta ai vertici e che, periodicamente, decide di concederti un paio d’ore di puro sbattimento per mettere alla prova tutti i tuoi neuroni e la tua pazienza … ammesso che la vita te ne abbia fatto dono.
Puro sbattimento. Una di queste occasioni si è prontamente verificata un paio di sere fa. Tornati da una lunga passeggiata pomeridiana e decisamente infreddoliti dalle temperature estreme trovate dentro casa (chiunque ci abbia fatto visita nel periodo invernale capisce bene perché non ci spaventa il freddo canadese!), decido di accendere il camino. Qual meraviglia più di una serata invernale e piovosa riscaldata da una scoppiettante fiammella. A me, quando va bene, riscalda pure il cuore e mi fa amare il mondo intero. Mi pare superfluo anticipare che la serata ha avuto però un prosieguo imprevisto. Altrimenti col ca… che avrei acceso il camino!
Essendo la mia piccola Maia al suo primo inverno interattivo e giustamente incuriosita da quella meraviglia ardente, è cominciata una sfilza di puntatine in direzione camino nel tentativo di familiarizzare con quello sconosciuto. Ad ogni rapido movimento sulle sue piccole ginocchia e braccia in direzione camino, seguiva un altrettanto rapido intervento paterno con un: “No! Maia no! Bua! Non si tocca!”… mia nonna direbbe: “L’acqua mi vagna e u ventu m’asciuca” (L’acqua mi bagna e il vento mi asciuga!)per descrivere la reazione della piccola a quel terribile rimprovero paterno. Il nulla. In altre parole, era come se Ale parlasse tra se e se , sottovoce, dato che la piccola harakiri non si curava minimamente del monito!
Sembrava una sorta di balletto: 4 arti trotterellavano in direzione camino accompagnati da un gridolino di gioia; “Maia no! Maia no! NO! NOOOOOOOOO! NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!”; un saltello del Papà e la cucciola veniva riposizionata al punto di partenza nella speranza di una sua resa. Inutile dire che non c’è stata!
Io, nel frattempo, cercavo di organizzare una cena degna di questo nome e intrattenevo Lorenzo che, stranamente (mento sapendo di mentire!), fu colto da un improvviso attacco di logorrea. Un urlo: “BAAAAAAAAAAASTAAAAAAAAAAAAAAAA! HO DETTO NOOOOOOOOOOOOOOO!” … silenzio … “BUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH!”, e comincia per davvero la nostra serata col pianto inconsolabile di HARAKIRINA offesa dalle parole del padre che, dati i decibel, questa volta non poteva di certo ignorare.
Bloccata davanti il camino, Maia lo fissava, mi fissava, poi metteva la testa all’indietro come solo Sophia Loren saprebbe fare e piangeva in modo inconsolabile. Una sbirciatina alla mia reazione e poi di nuovo: testa indietro e “Buuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuu”. Un’altra sbirciatina verso Lorenzo, testa indietro e: “Buuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuu!”. E così per mezz’ora. Nel frattempo Lorenzo, attratto da quell’involontario ritmo creato da Maia, decide di partecipare attivamente al concertino contribuendo con balletti e simulazioni di vari tipi di pianto.
A quel punto, cominciai ad avvertire una strana sensazione che mi partiva dal centro dello stomaco. Un bruciore, una pressione, una sorta di istinto omicida. Niente più freddo. Caldo. Calore. “Uno, due, tre…Il repiro mi respira…Il respiro mi respira…”, mi avevano insegnato al corso pre-parto durante le lezioni di RAT (training autogeno). Uno sguardo a Lorenzo che, intuendo il mio stato ma non nella sua totalità, decide di trasformare quella simulazione in una simulazione in playback .
Riepilogando: un fuoco scoppiettante piantonato da un papà furente; un tappeto orientaleggiante con una bimba isterico-piangente; un bambino ridente che in playback finge di essere un cantante e, dulcis in fundo, una mamma morente sotto il peso di uno stress snervante che cerca di cuocere una scaloppina scoppiettante! Sti cazzi!
La cena è pronta. Maia nel suo seggiolone interrompe il suo pianto solo per mangiare. Lorenzo mangia, lamentandosi ad ogni boccone, la sua fettina di carne che giusto quella sera non è di suo gradimento. Alessandro, di fronte, pallido e muto cerca di concentrarsi su quella “cazzo d’insalata della cazzo di dieta” (non l’ha detto ma gli si leggeva su quel labbro inferiore poggiato sul piatto schiacciato dal peso della depressione serale!). La sottoscritta che, con un filo di voce, canticchia una canzoncina a Maia per cercare di sedare quel pianto e la imbocca nel tentativo che la bimba dimentichi quel brutto incidente nel quale quel brutto papà monello e cattivo le ha impedito di trasformarsi nella torcia olimpica delle olimpiadi invernali di Vancouver!
Piano piano, lentamente, pare che tutto stia tornando al proprio posto. La principessa suscettibile, finalmente, è concentrata sulla sua cena. Lorenzo mangia in silenzio. Alessandro recupera la lucidità e con infinita dolcezza mi dice che non appena Maia avesse finito il suo pasto, se ne sarebbe occupato lui per far sì che io potessi cenare.
“Vado a prendere un po’ di legna fuori!”. Queste le penultime parole di Alessando. Le ultime furono: “Ma che cazzzzzzooooooooo è?! Noooooooooo. Tutta la lavanderia allagata!”
Gli infissi esterni della lavanderia di questa meravigliosa casa che ci ospita da quasi cinque anni non avevano retto sotto il peso della pioggia battente che nel pomeriggio si era abbattuta sulla città. Risultato: una lavanderia allagata, una cesta della biancheria fradicia con tutta la biancheria al suo interno fradicia. Una bimba che, ripensando al fattaccio, ricomincia a piangere e un bambino forte come un Power Ranger, tenace come Ben Ten e coraggioso come solo un bambino di 4 anni che si spaventa del buio sa essere, che piagnucola perché deve fare la pipì ma non se la sente più di percorrere da solo un corridoio degno di “Shining” nella pur remota possibilità che possa comparire un mostro che sicuramente saprebbe sconfiggere con i suoi pugni paralizzanti ma che, quella sera… solo quella però, non ha voglia di affrontare.
E la mamma? La mamma, seduta a tavola guarda la sua cotoletta alla quale con una smorfia di dolore augura: “Buonanotte”
Se tutto si fosse fermato a quanto detto, in realtà, non ci sarebbe nulla di così eclatante che un genitore medio non abbia mai sperimentato. Ma a noi piace stupirci. All’improvviso cambia il vento e chiunque conosca qualcuno che vive dalle mie parti, saprà benissimo che se a Palermo cambia il vento, a Partanna Mondello cominciano i guai. Tutti i fumi di tutti i comignoli della zona si sono concentrati nel soggiorno di casa mia e così, mentre PapAle guadava l’Hudson della mia lavanderia, Lorenzo lottava con i mostri della sua fantasia piagnucolando nel corridoio, ClaudiadiAle salvava la piccola Harakirina che sul tappeto si stava trasformando in una caciotta affumicata. Un’altra mezzora di puro sbattimento. Un’ora per cercare di riscaldare il soggiorno, andata letteralmente in fumo. Fumo uscito solo dopo l’apertura, nonostante il vento soffiasse a 100 km/h, di tutte le imposte della cucina-soggiorno trasformatasi di nuovo, nella hall di un igloo.
Erano solo passate due ore da quel rientro pieno di grandi speranze per la serata. I bimbi, finalmente, dormivano. Ale era un tutt’uno con il divano. Senza nemmeno guardarci negli occhi, io però ridevo istericamente da sola, abbiamo deciso di andarci a coricare, dandoci le spalle e facendo ben attenzione affinché neanche il solo mignolo entrasse a contatto con il coinquilino. Un muro trasparente ci ha separati tutta la notte.
Il mattino seguente, sospinta dall’invitante odore di caffè caldo giungo in cucina e chi ci trovo? Alessandro senza barba. “Scusa, ma quando l’hai fatta?” “Ieri sera!”… silenzio.
mercoledì 16 dicembre 2009
Buon Compleanno
Per quest´anno ho pensato ad un regalo particolarissimo...ma devi cercarlo...Una volta trovato perditici é tutto per te!!!
Auguuuuriiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
.
Trovato;) ??
Te lo do adesso cosí domani mattina é il primo che ricevi;)
Il Dottore e Testolina
Poggiata la testa sul cuscino, sentii strani suoni provenire dal bagno. Non tanto strani poi...Pareva infatti che qualcuno stesse vomitando. Dando un´occhiata ai letti, mi resi subito conto che poteva trattarsi solo di Testolina Bionda. Che fare? Voglia di dormire contro scrupoli di coscienza! Ripensando al modo brillante con cui supero da sola le sbronze, decisi che Testolina poteva cavarsela anche da se.
Passati altri venti minuti di colonna sonora ruttante, pensai di fare un salto in bagno, nel senso proprio che saltai dal letto a castello. Due secondi dopo eccomi nel tentativo di impedire a Testolina di precipitare nel cesso, dove continuava a dare generosamente parte di se. Non vi diró del bisogno sempre piú impellente che mi prese di imitarla, ma piuttosto della saggia decisione di andare a cercare un dottore, o meglio il Dottore, l´unico del villaggio. Intanto agli alloggi si spargeva la voce di quel che stava accadendo...
Chiama, chiama, chiama, TU TUTU TUUU TU TUTU TUUUU, il Dottore non risponde al telefono. TU TUTU TUUU, il Dottore risponde al telefono. Il Dottore dice che bisogna andarlo a prendere. A prendere?? Perché non sta pure lui dentro il villaggio?? Ma la risposta fu che il Dottore é il Dottore anche a due metri di distanza. Vabbé!! Come?? Con una delle macchinine a batteria del villaggio, che per chi non ne abbia mai viste, immaginate quelle che girano nei campi da golf. Comunque...
A chi bisogna rivolgersi? Al Manutentore (altra figura misteriosa che colpí il mio immaginario come quella del Dispensiere). Andai con un collega dal Manutentore, e ci disse che anche se normalmente solo lui fosse autorizzato a guidare il mezzo, quella sera era molto stanco, e che se proprio volevamo avremmo dovuto noi metterci alla guida...Io di certo non ne avevo un´idea, ma il mio collega fu molto piú coraggioso di me, cosí mentre con finta disinvoltura staccava il cavetto che caricava la batteria, con altrettanta finta disinvoltura mi diceva che non c´era assolutamente problema: ci avrebbe pensato lui!! E VIIIIIAAAAAAAAAAAAA! In preda alle risa isteriche, sforzandoci inutilmente di stare seri data la circostanza, andavamo velocissimi tra i vialetti. Velocissimi tra i vialetti, sino a che la macchinina non andó “fuori viale” : le ruote si erano bloccate nel bel centro di uno dei pratini all´inglese! Sembrava impossibile tornare sul vialetto, giacché lo scalino era pure troppo alto. Risate incontenibili si alternavano a tentativi vani di serietá. In tutto questo la macchinina emetteva un lungo BEEEEEEP ogni volta che provavamo ad effettuare la retromarcia. Ma poi, il Dottore dov´era??? Una volta in carreggiata, girammo in lungo e in largo, sino alla piazzetta, dove chiedemmo agli Animatori, che alle tre di notte stavano lavorando di buona lena. Niente!
Chiediamo alla reception, niente!
Alla fine trovammo il suo appartamento: mezza svestita la moglie ci disse che il suo boyfriend purtroppo non c´era, perché uscito per una visita. Vuoi vedere che si era giá recato dalla povera Testolina? Ma allora noi che cavolo stavamo facendo? E invece...
...Il Dottore a quanto pare aveva pensato bene di farsi trovare alla “recepc” , come continuava a dire reception il mio collega, solo che non lo aveva comunicato. Tra parentesi dopo il rally scopriamo che il suo alloggio, del Dottore, si trovava proprio alle spalle della “recepc”!!
Quando finalmente il neolaureato venne verso di noi capimmo perché nonostante l´assenza di distanze reali dovessimo trasportarlo noi sino alla mia stanza: il Dottore compiva un passo ogni tredici anni!!
Giunti alla mia stanza, dovetti subire il mio ormai terzo trauma della serata: porta tristemente aperta, sull´uscio molte ragazze e ragazzi, la mano in faccia a nascondere la disperazione, lo sguardo perso nel vuoto. Io ormai mi stavo divertendo, ma vedendoli tutti cosí mi preoccupai: Testolina era forse morta a causa di uno shock etilico? Quando chiesi chiarimenti, la risposta mi arrivó da una delle ragazze che con occhi lucidi e voce alterata mi disse “ma come non lo sai che Testolina Bionda sta male e continua a vomitare? Non lo sai??” . Morivo, morivo dalle RISATEEE!
Tutti in teoria stavano assumendo un ruolo: erano diventati Candy!! In realtá la sbronza di Testolina e l´arrivo del Dottore costituivano un diversivo che non ci si poteva perdere.
Il brillante giovane e promettente Dottore, optó per una semplice iniezione. Qui poi entrarano in gioco i ragazzi, che sino a quel momento avevano mantenuto un´aria piú contenuta rispetto alle ragazze: braccia incrociate, occhi avidi, aspettavano con ansia di vedere il fondo schiena di Testolina...Ma qualcuno pose subito fine a queste aspettative buttandoli fuori! Il Dottore: lui non scorderá mai noi, e noi mai la sua velocitá, insieme a quel modo particolare ti tirare su quei cento chili di lenti miopi. Dopo quella sera nessuno lo rivide piú: era stato licenziato!
Una leggenda dice che ancora oggi il Dottore si aggiri per il villaggio di notte, perché offeso da questo licenziamento, e che faccia spaventare i clienti sbucando dal nulla e gridando “TESTOOOOOLINAAA!!!!” .
domenica 13 dicembre 2009
Sterminator
Per farci subito un´idea a Sterminator non piace quando gli si danno degli ordini, a Sterminator piace ubriacarsi durante il lavoro.
L´anno scorso essendo sparito dalla circolazione, organizzarono vari gruppi di persone armate per ritrovarlo...Lui era solo nel retro della cucina, ridotto una pezza, da cui, se spremuta, sarebbe uscito solo vino.
Noi tutti portavamo un cartellino attaccato alla camicetta dove stava scritto il nostro nome, e anche Sterminator...ma lui fu sempre ribelle. Si dia il caso infatti che a lui piacesse portare il cartellino del nome vuoto, cosí in sostanza andava in giro con un pezzo di plastica trasparente attaccato alla camicia! Sterminator é lo stesso che scrisse “Sterminetor” sul manico di una scopa che sosteneva essere sua.
Sterminator portava gli occhiali da sole sempre e solo dopo il tramonto. Sterminator rallegrava le nostre ore di servizio con battute di tutti i tipi, e con scherzi innocui, come i gavettoni di acqua congelata a fine giornata. Il suo motto fu sempre “Stá murennu e un tinni sta accurgennu!”. In sostanza é inutile che fate tutti stí sorrisi, perché in realtá vi apprestate a morire! Simpaticissimo il nostro Sterminator...ma in fondo lui era un pó la nostra mascotte!
Io non diró del suo vero soprannome, ma piuttosto del motivo per cui io lo ribattezzai Sterminator.
Un giorno sentimmo dei rumori strani provenire dalla cucina...UN CONIGLIO, un coniglio nel senso di UN TOPO dalle dimensioni esagerate: faceva la lap dance con la cara scopa di Sterminator mentre sfidandolo gli faceva le smorfie. Sterminator non si lasció certo intimidire: con abile mossa riuscí a prendere la cara scopa, sottraendola al gioco balordo del coniglio, e con un grido disumano ZAAAC – ZAAAACCC – SPLASCH – BLUUF. Noi spettatori curiosi, ma vili, non vedemmo la scena, ma solo Sterminator uscire dalla cucina...La sua cara vecchia scopa ahimé si era spezzata in due, ma la vera sorpresa fu che in una delle sue metá, infilzato, languiva...languiva...IL CONIGLIO!!
Sterminator peró merita il rispetto di tutti noi, perché oltre le otto ore in ristorante, faceva altri due lavori: il barista ed il parcheggiatore! Tutto in un giorno!!
sabato 12 dicembre 2009
Fico
Fico
Lo staff del villaggio aveva al suo interno diverse figure: dalla Cameriera all´Animatore, dal Direttore allo Scenografo, dallo Scemografo al Presentatore e via dicendo.
Non era peró sempre facile capire il ruolo di ognuno...Per esempio, che fa uno Scemografo??
Intanto che io mi ponevo questa domanda, in quel villaggio circondato dal nulla, lavorava un uomo in qualitá di Dispensiere (ed ecco che impariamo un´altra parolina!).
Difficile definire il ruolo di questa figura, piú facile elencarne i compiti. Questi ultimi riguardavano un´area precisamente circoscritta dell´immensa cucina: la dispensa. (Forse da qui l´origine della parola Dispensiere?).
In dispensa stavano la frutta, i salumi, le spezie, le marmellate, i biscotti, i recipienti di Nutella fac-simile, il pane, le uova, e cosí via.
Fico, il soprannome affibbiato al Dispensiere, si occupava di tenere l´area a lui assegnata in perfetto ordine, e questo costituiva solo la base di tutto il resto. Tutto il resto: aprire le latte delle sciroppate e preparare le “bull”, tagliare i limoni, affettare il pane, tagliare a tocchi da ¼ i formaggi, rifornire costantemente l´area di tutti gli alimenti elencati, e molto di piú.
Tutti preparativi svolti al fine di non far mancare niente ai quattro ristoranti del villaggio, e a tutte le camere del personale! Insomma in Germania non ti lascerebbero mai fare questo mestiere difficilissimo, se non dopo un corso triennale di formazione professionale.
Per tutti era Fico, penso senza doppi sensi giacché bello non era, mentre per me era piuttosto Nino, Nino D´Angelo.
Al tempo io ero una semplice Cameriera e come tutti i miei colleghi mi recavo spesso in dispensa portando in mio carrello, o portata da esso, per rifornire Schrek, ovvero il ristorante in cui lavoravo io, e badate che il nome non é una mia invenzione. Per capirci meglio, quando andavo dal Dispensiere o dal Cuoco a prendere qualcosa, mi chiedevano sempre “Ma é per la Schrek?” , dove “la” sta per la sala. Poi sará un caso che Schrek vuol dire Spavento??
Tornando a Fico, all´inizio ci provó...ahimé senza riscontro, e fu guerra. Adesso non sto qui a raccontare i singoli episodi meticolosamente, vi diró piuttosto della sua faccia durante l´ultimo scontro: occhi azzurro-ghiaccio sbarrati, vena pulsante sulla fronte pallida, lineamenti contratti. L´elemento piú divertente e indicativo, ovvero quel dettaglio che faceva del protagonista un essere inquietante, era il ciuffetto biondo teso tra gli occhi. Intanto puntandomi contro un...un dito, mi diceva IO TI AMMAZZOOOOOOOOOOOO!! Insomma il povero Fico aveva appena avuto una reazione isterica!!
Poi un giorno per caso seppi della sua triste storia...Pareva che avesse lasciato la casa materna ancora bambino. Una disgrazia? Punti di vista. Fatto sta che un giorno litigó con il fratello per uno yogurt decidendo di andare a vivere con i nonni. Oggi Fico vive ancora con loro, da allora!
venerdì 11 dicembre 2009
In Villaggio...
tant' era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai [...]
[...]così l'animo mio, ch` ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.“
I villaggi turistici sono pieni di personaggi degni di nota, oltre che pieni di insidie, e questo dovrebbe saperlo bene anche la mia collaboratrice, oltre coloro i quali si sono già ritrovati in una simile esperienza.
Dunque, cominciamo dall` inizio!
Dicevo che „non so ben ridir com´i´v´intrai”, giacché stanco „ l´animo mio, ch´ancor fuggiva, / si volse a retro a rimirar lo passo/ che non lasció giá mai persona viva“. „Lo passo“ sta per il traggitto Palermo – Lamezia Terme, ovvero qualcosa come nove ore e mezza di viaggio, che in origine dovevano essere solo sette! Cosa era mai successo? Niente! Niente di importante... Ero solo arrivata in ritardo, con una valigia di cartone (made in china)le cui dimensioni non sarebbero state considerate esagerate, se non fosse che l´oggetto di paragone ero io. Io, un metro e ho tanta voglia di crescere, ovvero un metro e un succo di frutta, per citare un caro compagno delle medie.
Arrivata in ritardo di due minuti alla stazione, e chiaramente non per colpa mia, scopro che l´eccezione conferma davvero la regola: il treno questa volta era partito in perfetto orario. SconcerTATA, mi chiedo che ne sará di me e della Bestia (= la mia mega valigia di cartone, tra l´altro arancione). All´ufficio informazioni mi dicono che posso prendere il prossimo treno, solo che in questo caso avrei dovuto effettuare piú cambi.
Io non avevo di certo capito, quindi ho creduto di essere fortunata, e, giunto il treno, ho iniziato il mio viaggio verso l´inferno, convinta che si trattasse di un villaggio turistico, e che mi sarei divertita, nonostante tutto.
Insomma partita alle 8:30 del mattino „lo passo“ fu Palermo- Messina, Messina- Villa San Giovanni ( naturalmente con il traghetto, che guarda caso si chiama „Caronte“, ma se faranno il Ponte mi sa che Dante dovrá resuscitare e inventarsi un altro nome!!)), San Giovanni- Lamezia, Lamezia- Catanzaro lido, Catanzaro lido- Botricello, e sono giá le 18: 30 („e fu subito sera“)...
Giunta finalmente nel mio alloggio, la mia compagna di stanza,( una delle tre), mi informa subito di quanto sia conveniente fornirsi subito di catena e lucchetto, per bloccare le ante dell` armadio, e poter lavorare da quel momento in poi, senza fare cattivi pensieri...
Avrebbe forse dovuto essere giá questo un campanellino d´allarme?
No, non per me...
...to be continued...
Adieu

Me l’immagino lì ad aspettare pazientemente il mio arrivo che mai ci sarà. Perché purtroppo la vita è fatta anche di abbandoni. Oggi è toccato a lei. Lei. La mia stupefacente, meravigliosa, fiammeggiante Pandina bianca “young”, nel corpo e nello spirito.
Quando mi sono messa alla guida per accompagnarla al luogo dell’appuntamento non ho avuto il coraggio di raccontarle ciò che stava per accadere. Forse ho sbagliato.
Panda non era una panda. Panda era la MIA PANDA. La sua storia intrecciata alla mia come con nessun altro sarebbe potuto accadere. Sin dall’inizio la sua vita nata sotto una strana stella. Non potevamo non incontrarci e fare un po’ di strada assieme.
Panda. Uscita dalla fabbrica e destinata non alla vendita ma al sorteggio. Panda vinta da uno degli uomini più inquietanti e contorti, con rispetto parlando, che il mondo abbia potuto generare: Mio nonno. Bonanima, aggiungerebbe qualcuno. Il nonno la vince in un sorteggio del Giornale di Sicilia. Che culo! Ha due , forse tre, opzioni: 1) regalarla; 2) venderla a un prezzo minimo stabilito dalla casa costruttrice; 3)venderla al prezzo massimo ancora una volta stabilito dalla suddetta.
Ma il mio nonnino è un nonno speciale ed essendo ricco di mille risorse opta per l’opzione inventata e personalissima numero 4: MENTIRE SPUDORATAMENTE!!!
Il vincitore deve rilasciare un’intervista dove, in compagnia della consorte, manifesta tutto il suo stupore per quell’inaspettata, graditissima vincita. Il mio nonnino decide di comunicare che, avendo un numero esorbitante di nipoti e trovandosi nell’impossibilità di scegliere l’eletto tra i tanti amati, organizzerà una specie di sorteggio e il resto lo farà il fato!
Ma che fortuna! Io? Davvero? Oh my Goooooooooooooooood! Unbelievable. Con soli 7.500.000 lire mi sono aggiudicata la mia Pandina! Sì. Solo 7.500.000 lire: il massimo consentito dalla casa produttrice! Oltre alla mia pandina, per un paio d’anni mi sono aggiudicata anche la rabbia, l’invidia, l’odio ,oserei dire, di un paio di cari zietti e dolci cugini che non riuscivano a spiegarsi come mai in quel fottutissimo “sorteggio” fossi uscita proprio io, nipote strana e dal carattere oscuro! Un giorno cominciarono a piovere dal cielo sulla città di Palermo fotocopie di quei due assegni staccati per coprire “le spese d’istruttoria” ;-) del sorteggio organizzato da mio nonno. L’arcano mistero venne svelato e qualche cuginetto o zietto dovette trovare altri motivi, indiscutibilmente validi, per decidere che io fossi una stronza. In realtà, bastava solo guardarmi…
Tornando al nostro primo incontro va detto che fu bellissimo e singhiozzante. L’appuntamento con i nonni era davanti la concessionaria incaricata di consegnare la macchina al vincitore. Arrivai puntuale all’appuntamento e non tanto per la fretta di abbracciare il mio “premio”, quanto per il timore di fare incazzare mio nonno (la qual possibilità non era così remota). Lei era lì. Lo sguardo intimidito mentre il meccanico le alzava il vestitino per mostrarmi le sue meraviglie. Le feci l’occhiolino e amore fu.
Il nonno non mi offrì nemmeno il primo pieno della macchina, un caffè o perché no!, uno degli “sciù” di cartone e panna sintetica amorevolmente preparati un anno prima da mia nonna (Tata mi è testimone). Una pacca sulla schiena, un “U’ Signuri ti binirici” e ci congedammo fino a data da stabilirsi.
Rimanemmo noi due lì. Io seduta alla guida, lei in attesa di essere messa in moto.
Il tipo della concessionaria: “Guardi che ha un’ottima accelerazione. Appena lascia la frizione, senza acceleratore, la macchina già cammina!”. Io, distrattamente e in preda all’ansia da prestazione che mi assaliva quando mi sentivo osservata: “Certo. Sì. Grazie. Arrivvvvvvvv…” Pandina:“rrrrrrrrrrrrrrrrrrrr(primosinghiozzo)…rrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr…(secondosinghiozzo)…rrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr”. Io: “…ederci…!”
E in un batter d’occhio mi ritrovai davanti il benzinaio a 500 metri dalla concessionaria per il mio primo e quasi ultimo pieno di benzina. La nostra avventura era appena cominciata.
Panda è stata la mia compagna ai tempi dell’Università dopo che un odiosissimo ladruncolo decise di rubarmi lo scooter senza sapere che, essendo proprietà di una strega, i copertoni gli sarebbero scoppiati tra le mani. Almeno, questo è ciò che mi piaceva pensare. Scooter che, a sua volta, sostituiva (brutta parola) Amico. Amico era un altro scooter che in mano ad un Amico (di quelli in carne ed ossa che però come le ciambelle non sempre riescono col buco) fece una brutta fine lasciandoci la carenatura in quel di Trapani. Ma qui ci dilunghiamo.
Panda. Panda come la Barbie e come qualche Presidente del Consiglio ha subito mostrato di avere uno spirito eclettico. Così, a seconda delle circostanze, è stata Panda Bua quando dopo i suoi primi cinque minuti di parcheggio venne speronata da un deficiente con gancio per il carrello (sul quale forse teneva il cervello); Panda Trattore quando, alla ricerca della nuova casa di campagna dei miei, ci perdemmo in mezzo alle campagne del Trapanese e vagammo su una trazzera per una mezzoretta abbondante. Panda Corriera, portandomi ogni fine settimana da Palermo a Trapani e viceversa. Panda Ammiraglia quando, incontrato l’uomo della mia vita proprietario di un altrettanto amata due ruote, divenne la macchina ufficiale per eventi ufficiali di un certo spessore (leggasi Cerimonie e Matrimoni di Amici … col buco questa volta!). Panda Sposa perché la scegliemmo senza esitazioni come macchina ufficiale per il nostro matrimonio e il riso tra le giunture vi rimase per circa tre anni. Infine, Panda Mamma ti voglio bene quando, nonostante la concorrenza della Citroen Xsara Picasso, si mostrò ancora una volta all’altezza della situazione ospitando ben due bambini!
Panda ha vissuto i miei esami all’università, le mie uscite serali, le mie solitarie giornate al mare, il mio Amore per la vita, il mio matrimonio, il mio pancione, la mia laurea, l’altro pancione. Panda mi ha visto fumare e poi smettere di fumare. Panda mi ha visto piangere, ridere da sola…parlare da sola.
Insomma, ieri avrei dovuto prepararla. Avrei dovuto dirle che se l’abbandonavo non era perché volevo sostituirla con qualcosa di meglio. Canada. Il Canada ci ha separate. Vuol dire che, per me, per lei, si conclude un’altra fase della vita. Spero solo in senso lato per lei. Dimenticavo! Non le ho detto nemmeno che la sua nuova proprietaria ha solo 87 anni… Chi lo sa, se la matematica non è un’opinione, fra una tredicina d’anni sarà anche Panda… fate voi!
